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LA VITA NUOVA
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LA VITA NUOVA
DANTE ALIGHIERI
CON INTRODUZIONE COMMENTO E GLOSSARIO
TOMMASO CASINI
IN FIRENZE
G. C. SANSONI, EDITORE
1885
PROPRIETÀ LETTERARIA
Tip. di (ì. Carnesecchi o figli, Piazza d'Arno
DlUYBC
II. NOVEMBRE MDCCCLXXXV.
INSCRIVO IL NOME
DELLA MIA
ELISA
^SU QUESTO LIBRO D'AMORE
PER SEGNO
DI MEMORE AFFETTO
VERSO LA CARA ESTINTA.
Di questa edizione furono eseguite XX copie in carta distinta
per le seguenti persane:
1. Guido Biagi (Roma)
2. Giosuè Carducci (Bologna)
3. Arsace Casini (Bazzano)
4. Clementina Casini ( » )
5. Giuseppe Casini ( » )
6. Laura Casini Venturi ( » )
7. Luigi Casus' i ( » )
8. Tommaso Casini ( » )
9. Alessandro D'Ancona (Pisa)
10. Guido Mazzoni (Roma)
11. Salomone Morpurgo (Firenze)
12. Albertina Piroli Sansoni (Roma)
13. Maddalena Presotti (Macerata)
14. Teresa Presutti Polsinelli (Roma)
15. Alfredo Straccali (Firenze)
16. Emilio Teza (Pisa)
17. Francesco Zambrini (Bologna)
18. fratelli Zanichelli ( » )
19. Albino Zenatti (Lucca)
20. Oddone Zenatti (Pisa)
PREFAZIONE
P Giulio Cesare Sansoni, che meritamente si era
acquistato in poco tempo il nome di editore in-
telligente e valoroso, pensava negli ultimi anni
della sua breve esistenza di dare opera ad una col-
lezione scolastica degli scrittori italiani, la quale
potesse, nelle mani di savi maestri e di studiosi
discepoli, riuscire efficace strumento a migliorare
le condizioni, che molti affermano miserevoli tra
noi, dello scrivere nella lingua nazionale. La
morte tolse al compianto Sansoni di vedere av-
viata la sua collezione; per la quale aveva affi-
data alle mie cure la Vita Nuova, libro, non ostante
il bando onde fu colpito con altri dai più recenti
programmi dell'insegnamento officiale, degno pur
sempre che i giovini delle nostre scuole lo leg-
gano, come primo esempio della prosa artistica
italiana e come necessaria introduzione allo stu-
dio della Divina Commedia, posta quasi fonda-
mento agli studi di lettere nelle scuole classiche.
Tale essendo stata l' origine di questa nuova edi-
PREFAZIONE
zione, non recherà meraviglia eh' ella si presenti
al pubblico dei lettori senza intendimenti, come
oggi dicono, scientifici, e tanto meno poi con
quello di risolvere le molteplici questioni colle-
gate con la V. N. In questo caso necessità prima
sarebbe stata quella di fermare il testo critica-
mente ricostituito del libretto dantesco ; ma par-
venu, oltre che fatica superiore alle mie forze,
opera disconveniente a un libro destinato fino da
principio ai giovini: pur feci in modo che la nuova
stampa arrecasse alcun contributo alla futura edi-
zione critica, comunicando il testo di uno dei ma-
noscritti più antichi, rimasto fino ad ora, per que-
sta parte, del tutto inesplorato. Il commento poi
non poteva riuscire una novità: venuto dopo tanti
valorosi interpreti, ho dovuto trascegliere da' loro
commenti quello che mi parve il meglio, e spesso
valermi, citandoli con iscrupolosa osservanza, delle
lor proprie parole; non si per altro che anche
questa fatica riuscisse un'inutile ripetizione, poi-
ché ebbi cura di riscontrar sempre alle fonti le
citazioni degli altri interpreti, e molte volte mi ac-
cadde di poter rettificare delle inesattezze che
erano finora passate d' uno in altro commento.
Non mancano nel mio le interpretazioni affatto
nuove di qualche passo oscuro o disputato, o le
illustrazioni a qualche luogo sul quale i prede-
cessori sorvolarono; ma non io devo darne giudi-
zio, si bene il lettore intelligente e spassionato :
mi sarà lecito per altro di far osservare che ab-
PREFAZIONE XI
bondano (e forse a qualcuno parrà eccessivamente)
le note di lingua e le dichiarazioni di modi e pa-
role; e abbondano perché il commento fu scritto
specialmente in servigio delle nostre scuole, che
mi parrebbe ormai necessario ricondurre a quei
minuti e larghi esercizi di raffronto e di interpre-
tazione delle parole, i quali furono in uso presso
i nostri padri, e fecero scrittori assai più corretti
ed eleganti e disinvolti che non siano certi so-
lenni maestri odierni, dispregiatori della gramma-
tica e del vocabolario. La notizia sulla V. N. pre-
messa al testo non ha altro fine che d'informare
con una rapida esposizione i leggenti intorno alla
costituzione del libro, alla sua varia fortuna, e
a talune questioni strettamente collegate con esso:
il glossario darà raccolto tutto ciò che di meno
vivo o di meno usuale è nella lingua della V. N., e
servirà anche qualche volta per risparmiare tempo
e fatica nella ricerca di alcun passo.
Cosi com'egli m' è riuscito, questo libro, inco-
minciato a stampare or sono due anni, dovuto in-
tralasciare per il dolore di una perdita angoscio-
sa, e finalmente ripreso con una gran fretta di
condurlo a termine, io lo licenzio al pubblico de-
gli studiosi, lontano cosi da ogni superbia di disde-
gno per gli altrui giudizi come dalla umiltà d' in-
vocarli secondi e benevoli.
Pisa, 2 Novembre 1885.
T. Casini.
NOTIZIA SULLA VITA NUOVA
§ 1. Cenni sulla storia esterna della V. N. - § 2. Commentatori e interpreti.
- § 3. Tempo in cui fu scritta la V. N. - § 4. Composizione del libro: signifi-
cato del titolo. - § 5. Le visioni e il numero nove. - § 6. Rime pertinenti alla V. A T .
§ 1. Della Vita Nuova, come del resto di tutte le
altre opere dell'Alighieri, a noi non è rimasto alcun
esemplare di mano dell'autore : essa invece ci è stata
conservata da non pochi manoscritti, i più antichi dei
quali non risalgono più addietro della metà del tre-
cento. 1 A giudicare dal numero delle copie d'innanzi
1 I mss. della V. N. che appartengono sicuramente al secolo xiv
sono: A, chigiano l. viii. 305 ; B, magliabechiano vi. 143; C, cod. della
famiglia Martelli (Firenze). Poi vengono alcuni scritti tra il cader del
sec. xiv e il cominciar del xv: D, laurenziano xc sup. , 136; E, ric-
cardiano 1050. Del sec. xv, e alcuni anche della prima metà del xvi
sono certamente: F, laurenz. xl, 31; G, laurenz. xl, 42; H, magliabe-
chiano vii. 187; I, magliabechiano vii. 1103; J, laurenz., fondo Ashbur-
nham 679; K, laurenz., f. Ashburnham 843; L, magliabechiano, SS. An-
nunziata 1267; M, marciano ci. x, 26; N, vaticano, capponiano 262; 0,
corsiniano 1085; P, chigiano l. v. 176; Q, trivulziano 1058; R, tri-
vulzia.no 1050; S, veronese, capitolare 445; T, palatino 204; U, pala-
tino 119; V, ambrosiano r. 95 sup. 13; W, bodleiano, canoniciano
114; X, braidense ag. xi. 5; Y, Napoletano xm. e. 9; Z, codice della
famiglia Nobili (Pesaro); a, cod. del Witte, ora di Strassburg; b, lau-
renz. xc sup., 137; e, riccardiano 1118; d, marciano ci. ix, 191; e,
cod. della famiglia Cavalieri (Milano). Di altri codici che forse esiste-
ranno non abbiamo notizia.
XIV NOTIZIA SULLA VITA NUOVA
la stampa, che ci sono pervenute, il libretto di Dante
non deve aver avuto nei secoli xiv e xv una grande
diffusione : pochi biografi e commentatori del poema lo
ricordano; nessuno scrittore lo imitò; e forse, fuori di
Toscana, fu letto da pochissimi, anche perché assai per
tempo cominciarono a divulgarsi degli estratti della
V. N. contenenti le sole poesie, 1 e poi perché la gloria
della Commedia oscurò e fece dimenticare le altre scrit-
ture di Dante. Delle quali la V. N. fu l'ultima a venir
pubblicata per le stampe: che mentre il Convivio si
aveva stampato sino dal 1490, il De vulgari eloquen-
tia dal 1529 e il De Monarchia dal 1559, la prima
edizione della V. N. comparve solamente nel 1576, in
Firenze, curata da Niccolò Carducci; il quale o per di-
fetto del manoscritto sul quale la condusse o per sua
negligenza ce ne diede un testo infedele e incompiuto. 2
Dopo un secolo e mezzo, lungo periodo di interregno
per i grandi scrittori toscani del trecento, venne fuori
la seconda edizione della V. N. ; 3 la curò Anton Maria
Biscioni, che affermò di aver consultato sette mano-
scritti,* e, sebbene trascegliesse a caso le varietà di
1 Per es. nel cod. magliabechiano II, n, 40.
2 II titolo della prima edizione è il seguente: Vita Nuova di Dante
Alighieri con xv canzoni del medesimo e la vita di esso Dante
scritta da Giovanni Boccaccio. In Firenze, nella stamperia di Bar-
tolomeo Sermartelli MDLXXVI. Precede una lettera del Sermar-
telli, del 26 marzo 1576, a Bartolomeo Panciatichi, cui il libro è dedi-
cato ; nella quale l'editore dichiara d'aver avuto la V. N. dal Car-
ducci. Nel testo mancano le divisioni, e tutte le espressioni che ac-
cennano a cose sacre (per es. capp. xxm, 40; xxvm, 1; xxx, 6 ecc.)
sono omesse o cambiate.
3 Nelle Prosedi Dante Alighieri e di Messer Gio. Boccacci. In
Firenze MDCCXXIII. Per Gio. Gaetano Tartini, e Santi Franchi.
4 I mss. consultati dal Biscioni furono B, D, E, F, G, M, e un
codice della famiglia Guadagni.
NOTIZIA SULLA VITA NUOVA XV
lezione e non sapesse ricavarne tutto il possibile van-
taggio, corresse molti errori e compi le lacune della
prima stampa. Il testo, quale era stato fermato dal
Biscioni, fu riprodotto in tutte le ristampe posteriori
della giovenile operetta di Dante ; fino a che compar-
vero, quasi nello stesso tempo, due nuove edizioni che
segnano il cominciamento di un lavoro più metodico
intorno alla lezione della V. N., poiché i loro autori
si proposero di comunicare il testo di determinati ma-
noscritti, come strumento a ulteriori indagini criti-
che: sono queste l'edizione milanese del 1827 con-
dotta da Gian Giacomo Trivulzio su' due manoscritti
di sua proprietà 1 e la pesarese del 1829 procurata da
Odoardo Machirelli e Crisostomo Ferrucci sur un ma-
moscritto della famiglia Nobili. 2 Seguirono le edizioni
di Pietro Fraticelli, 3 di Alessandro Torri, 4 di Giambat-
tista Giuliani ; 5 le quali arrestarono più che non af-
frettassero il cammino verso la costituzione di un te-
sto critico della V. N., iniziato colla milanese e la pe-
sarese: quei tre valentuomini, variamente benemeriti
degli studi danteschi, volsero la mente più tosto alla
interpretazione del libro, e, se anche consultarono e
spogliarono codici e stampe, troppo arbitrariamente per-
mutarono, emendarono, corressero dove meglio loro
1 Vita Nuova di Dante Alighieri ridotta a lezione migliore.
Milano dalla tipografia Pogliani MDCCCXXVII. Sui codd. Q, R.
2 Vita Nova di Dante Alighieri secondo la lezione di un co-
dice inedito del secolo xv. Pesaro dalla tipografia Nobili 1829.
È la stampa del cod. Z.
8 Firenze, Allegrini e Mazzoni, 1839; Firenze, Barbèra, 1856, 1861,
1882.
4 Livorno, Vannini, 1843.
5 Firenze, Barbèra, 1863; Firenze, Le Mounier, 1868, 1883.
XVIII NOTIZIA SULLA VITA NUOVA
che l'idea fosse recata in atto non sappiamo, ma è
certo che verso la fine del trecento correvano sotto
il nome di Giovanni Boccaccio certe chiose al libretto
di Dante, delle quali anzi una, scritta per giustificare
l'omissione delle divisioni, ci è stata conservata da
un diligente copista. 1 Ma se chiose o commenti sulla
V. N. furono scritti, come è assai probabile, sino dal
secolo xiv a noi non sono pervenuti : e primo illustra-
tore di questo libro resta Anton Maria Biscioni, il quale,
curandone come abbiamo già detto la ristampa , vi
mise innanzi un lungo discorso illustrativo e vi rac-
colse in fine alcune poche annotazioni non senza va-
lore. Altre note aggiunsero gli editori milanesi e pe-
saresi, ma i primi commentatori, nel vero senso della
parola, furono il Fraticelli e il Torri : l'uno accompagnò
le varie edizioni da lui sopravvedute di note esplicative
sobrie e diligenti e di un' ampia dissertazione che illu-
stra gli amori e le rime giovenili di Dante; l'altro cor-
redò il suo testo di molte illustrazioni di vario valore,
raccogliendovi tutto quello che da altri era stato scritto
innanzi sulla V. N. e discutendo, da sé o per iscritture
altrui, molte quistioni di senso, di lingua, di storia. Il
commento del Fraticelli è forse insufficiente ai più,
poiché sorvola su molti luoghi diffìcili ; quello del Torri
è male ordinato e distribuito, e il lettore si perde fa-
cilmente in una selva di note e contronote, di preli-
minari e di appendici: ma l'uno e l'altro, in mano di
chi sappia farne uso, sono ottimi strumenti all' iute r-
sto libretto si vorrebbe scrivere dinanzi al cominciaraento del libro
che tratta dell'inferno »; ed. del Witte, p. xxix.
1 Quello del cod. D: cfr. l'ediz. del Torri, p. 99, e, più utilmente,
quella del Witte, p. xix e seg.
NOTIZIA SULLA VITA NUOVA XIX
pretazione della V. N. A questa volse con particolare
amore le sue cure Giambattista Giuliani, scrivendo un
commento che a' più parve ottimo , e il Witte lodò
« per profonda penetrazione dei pensieri dell' autore,
per gusto squisito e per somma chiarezza »: il metodo
del Giuliani , com' è noto , era quello d' interpretare
« Dante con Dante », vale a dire di non cercar mai la
spiegazione delle idee e dei sentimenti dell' autore , il
significato delle parole da lui usate , i particolari di
fatto che lo riguardano, fuori delle opere sue; un me-
todo, che è un po' esclusivo e anche, se vuoisi, cagione
non infrequente all'interprete di aggirarsi in un circolo
vizioso, non poteva dare un commento in ogni sua parte
perfetto, si bene conferire utilmente alla migliore in-
telligenza di molti luoghi e a mostrare i rapporti di
forma e di pensiero tra le varie opere di Dante : e sa-
rebbe vano il negare, per questo rispetto, il molto che
gli studi danteschi in generale e anche quelli sulla V. N.
devono al Giuliani. Opera di maggiore larghezza, che
superasse tutte le precedenti, si propose Alessandro
D'Ancona preparando con Giosuè Carducci e Pio Rajna
l'edizione pisana del 1872: il discorso su la, Beatrice
d'i Dante, premesso dal D'Ancona allay.iV., è l'illustra-
zione più compiuta di questo libretto e in generale della
gioventù dell'Alighieri : ' le note del D'Ancona stesso e
del Carducci, pur accogliendo e discutendo le interpre-
1 Nella ristampa del 1884 il D'Ancona ha aggiunto, oltre molte
belle e preziose note, una prefazione, nella quale discute nuovamente
la questione cronologica della V. N. Su questa ristampa si possono
consultare con frutto le recensioni di A. Gaspary nel Literaturblatt
f. germanische una romanische Philologie, anno v, n° 4; di R. Re-
nier nel Giorn. stor. della lett. imi., II, 366-395; e di F. D'Ovidio
nella Nuova Antologia, 2 a serie, XLIV, 238-268.
XX NOTIZIA SULLA VITA NUOVA
tazioni dei commentatori precedenti, tanto le superano
di novità e di precisione che un illustre dantista au-
gurava ai classici antichi la sorte di essere commen-
tati in tal modo. Dopo, più tosto che veri commenti
si ebbero edizioni annotate : fra le quali ricorderò so-
lamente quella di Carlo Witte, con note parche e suc-
cinte che spesso ripetono, colle stesse parole, le spiega-
zioni del Fraticelli e del Giuliani ; e quella di Attilio Lu-
ciani, che riassumendo in servizio delle scuole i com-
menti altrui vi pose del suo qualche osservazione utile
e nuova. Furono poi, specialmente negli ultimi anni,
frequentissimi gli studi critici attinenti a questa o quella
parte della V. N., e specialmente alla questione della
realtà o idealità o allegoria di Beatrice. 5 Da questi
scritti si può trarre spesso qualche buona osservazione,
e se n' ha a giovare l' interprete della V. N. per co-
noscere le opinioni messe innanzi dagli altri; ma mi pare
inutile distenderne qui un elenco, che forse riuscirebbe
manchevole di qualche nome: e basterà additare spe-
cialmente lo studio di Giosuè Carducci sulle rime di
Dante, gli scritti danteschi di Giuseppe Todeschini e
di Raffaello Fornaciari, e finalmente le storie della
letteratura italiana di Adolfo Bartoli e di Adolfo Ga-
spary; poiché in questi libri è il meglio che sia stato
scritto, all' infuori dei commenti già enumerati, sul gio-
venile libro di Dante. 1 Invece non mi pare inutile il
1 Su Beatrice e le relative questioni sono da vedere con profitto
lo studio di G. Puccianti, La donna nella Vita Nuova di Dante e
nel Canzoniere del Petrarca, Pisa, Nistri, 1874; il libro di R. Re-
nier, La Vita Nuova e la Fiammetta, Torino, Loescher, 1879; e lo
scritto di P. Tartarini, La Beatrice di Dante e la Bice Portinari,
Torino, Bona, 1885.
NOTIZIA SULLA VITA NUOVA XXI
ricordare che all'intelligenza della V. N. possono util-
mente conferire le traduzioni che ne abbiamo nelle
principali lingue viventi: delle quali le più osservabili
sono le tedesche del Jacobson, dell' Oeynhausen, del
Foerster; le inglesi del Garrow, dell'Eliot Norton, del
Martin; e le francesi dello Zéloni e del Delécluze: os-
servabili anche perché ci attestano la diffusione del-
l'operetta di Dante presso i popoli stranieri.
§ 3. Non è bene accertato, non ostante la lunga
discussione che se n' è fatta, 1 il tempo in cui Dante
scrisse la V. N. ; o, meglio, in cui diede ordine ed orga-
nismo di libro a quella mescolanza di prosa e di rime,
scritte in tempi diversi e raccolte poi e collegate . in
un solo racconto. Due opinioni principali tengono il
campo. L'una risale alla testimonianza del Boccaccio,
il quale nella biografia dell'Alighieri scrisse che « egli
primieramente, duranti ancora le lagrime della sua
morta Beatrice, quasi nel suo vigesimo sesto anno com-
pose in un suo volumetto, il quale egli intitolò Vita
Nuova, certe operette, siccome sonetti e canzoni, in
diversi tempi davanti in rima fatte da lui » ; cosi che
la composizione di questo libretto cadrebbe, adunque
all' incirca nell'anno 1292: e seguirono questa opinione,
o di poco se ne scostarono, il Balbo, il Fraticelli, il
1 Vedasi in proposito la pref. di A. D'Ancona alla ediz. di Pisa, 1884,
pp. xvn e segg. ; e gli scritti già citati del Todeschini e del Fornaciari,
e quello di A. Lubin, Intorno all'epoca della V. N. di Dante, Gratz,
1862. Mentre era per licenziare alla stampa queste pagine mi è per-
venuto lo scritto di P. Rajna, Per la data della V. N. e non per
essa soltanto (Giorn. stor. della lett. ital., VI, 113-162), che autore-
volmente propugna la lezione e l'interpretazione data da me nel passo
disputato del cap. xl, 1 ; dal quale molti trassero già una conferma
all'ipotesi che la V. N. 'fosse scritta non prima del 1300.
XXir NOTIZIA SULLA VITA NUOVA
Todeschini, e il Fornaciaio. L'altra opinione muove
dalla considerazione che i fatti accennati nella V. N.
abbracciano un periodo di tempo che si estende oltre
il momento del dolore per la morte di Beatrice, e
dall' ipotesi che la visione accennata neh' ultimo ca-
pitolo sia quella stessa che è rappresentata nella Com-
media; cosi che la composizione del libretto non po-
trebbe essere anteriore al 1300 e cadrebbe nella pri-
mavera di quell' anno : e questa opinione sostennero il
Lubin, il D'Ancona, il Witte, il Wegele, lo Scartazzini,
ed altri, salvo che almeno alcuni di essi ammisero la
possibilità che una parte della narrazione fosse comin-
ciata a scrivere subito dopo la morte di Beatrice e la
restante vi fosse poi aggiunta più tardi. In una que-
stione, alla quale parteciparono tanti e tanto valenti
cultori degli studi danteschi, ormai è impossibile portare
in campo argomenti nuovi e definitivi; poiché tutti gli
indizi e gli accenni al tempo che si tratta di determi-
nare sono stati avvertiti, chiariti, discussi con ogni di-
ligenza ; ed ora una trattazione della questione non sa-
rebbe altro che inutile ripetizione di cose già dette.
Pur non voglio astenermi dall' osservare, che forse alla
risoluzione de'dubbì fu impedimento finora il modo col
quale essi furono posti ; poiché i seguaci delle due opi-
nioni sovraccennate partirono rispettivamente da un
dato non bene accertato: per gli uni il fondamento di
ogni deduzione fu l' attendibilità del Boccaccio , per gli
altri l' identità della visione finale con quella della Com-
media. Ora, per quanta non sia del tutto giusto il bia-
simo, che sino dal quattrocento il Bruni rivolgeva al
Boccaccio, d'avere scritto la "Vita di Dante piuttosto da
poeta che da storico, biasimo tante volte ripetuto ai di
NOTIZIA SULLA VITA NUOVA XXIIJ
nostri, sebbene le indagini degli eruditi abbiano confer-
mato molti de' particolari di quel libro, si potrà ammet-
tere senza difficoltà che l'autore del Decameron sia stato
molto scrupoloso nel determinare il tempo della com-
posizione della V. N. ? non sarà forse più ragione-
vole il ritenere che egli, sapendo solamente che il li-
bretto di Dante era stato scritto pochi anni dopo la
morte di Beatrice, e non avendo d'altra parte no-
zione alcuna di un anno determinato, al quale rife-
rirne la composizione, colle parole « quasi nel suo
vigesimo sesto anno » abbia voluto non già precisare
codesto tempo, ma solo indicarlo per approssimazione,
come se intendesse dire che l'Alighieri scrisse la sua
operetta in tempo non molto lontano dall'anno vente-
simo sesto della sua vita? Ancora: pur ammettendo
l' identità della visione finale con quella del poema ,
è necessario ammetterne la contemporaneità assoluta?
Questa visione non è altro che l' idea del viaggio nar-
rato nella Commedia: ma nella fine della V. N. è
accennata come appena concepita, anzi come appena
intra vveduta nella mente di /Dante, il quale dichiara di
studiare quanto può per venire a « più degnamente
trattare » di Beatrice, ossia, come mi pare di dover in-
tendere necessariamente, per determinare e concretare
quella mirabile concezione che sarà poi la materia del
poema sacro. Nell'anno 1300, al quale è riferita la vi-
sione per ragioni del tutto esteriori (che nella mente
•misticamente esaltata dell'Alighieri dovettero assumere
una grande importanza), la concezione del poema do-
veva essere, se non in tutte le sue parti, almeno nelle
linee generali compiuta e determinata; e però la com-
posizione della V. N., le ultime parole della quale accen-
XXIV NOTIZIA SULLA VITA NUOVA
nano sì a questa concezione, ma come ancora vaga ed
indefinita nella mente del poeta, può, e parmi ragione-
volmente, esser avvenuta qualche anno innanzi. Combi-
nando il risultato delle precedenti considerazioni col
fatto che la fine dell' episodio della donna gentile ossia
il ritorno di Dante alla memoria di Beatrice coincide
coir iniziarsi della serie di canzoni filosofiche, delle quali
prima è una composta nel 1294, 1 e considerando che
nei tre capitoli seguenti sino alla fine l'autore. si affretta
alla conclusione e non accenna ad alcuna lunga sepa-
razione di tempo da ciò che ha narrato dinanzi, mi
sono indotto a ritenere che la materia della V. N. vada
poco oltre il 1294, e che Dante scrivesse il suo libretto
in questo o nel seguente, o ad ogni modo prima di
compiere i trent' anni. La lacuna, avvertita dal D'An-
cona, c'è tra l'episodio della donna gentile e la visione
del poema; ed è riempita, com' egli osserva giustamente,
dalle rime filosofiche che dovevano essere commentate
nel Convivio: ma in questo senso, che le rime accom-
pagnano e segnano anzi in un certo modo l'elaborarsi
nella mente di Dante del concetto di un grande poema,
dall' idea vaga e indistinta eh' ei n' ebbe primamente
quando ritornò col pensiero al culto di Beatrice sino
all' idea determinata e concreta del viaggio per i regni
eterni, quale e' dispiegò nell'opera sacra a cui ha posto
mano e cielo e terra?
1 Accenno alla canz. Voi che intendendo il terzo del movete,
prima di quelle commentate nel Convivio ; la quale, se fu nota a Carlo
Martello che la ricorda nel Par., vili, 34-37, non potè esser composta
dopo il 1294, anno della venuta di Carlo in Firenze (cfr. Del Lungo,
Dino Comp. e la sua cr., II, 503).
2 L'idea che la V. N. fosse scritta nel 1295, o all'intorno, fu già
messa fuori da altri; ma non so che altri l'abbia confortata di prove
NOTIZIA SULLA VITA NUOVA XXV
§ 4. Quale fosse l'organismo, per dir cosi, della
V. N. intendeva benissimo il Boccaccio, scrivendo che
Dante compose in essa « certe operette, siccome so-
netti- e canzoni, in diversi tempi davanti in rima fatte . . . ,
di sopra ciascuna partitamente ed ordinatamente scri-
vendo le ragioni e cagioni, che a quelle fare l' avevan
mosso, e di dietro ponendo le divisioni delle precedenti
opere ». La V. JST. insomma consta di tre elementi: le
rime scritte per Beatrice e per alcune altre donne, le
narrazioni de' fatti che furono come le occasioni alle
poesie, e le divisioni o partizioni colle quali si dichiara
e spiega il contenuto delle rime. Questi tre elementi
compose e collegò l' autore cosi strettamente, che non
potessero esser separati, poiché si chiariscono e com-
piono a vicenda; sebbene le narrazioni non siano in
molti casi altro che l' esplicazione delle rime, senza ag-
giungere alcun nuovo particolare di fatto, e le' divisioni
siano formulate in maniera che la continuità del rac-
conto non cesserebbe ove esse mancassero e fossero
tolte di mezzo. Già sino dal secolo xiv vi fu chi levò
via dal testo della V. N. le divisioni, considerandole
come dichiarazioni accessorie ; ma nella maggior parte
dei manoscritti e delle stampe rimasero come parte in-
tegrante del libro, dal quale veramente non si possono
distinguere senza alterare quell' organismo formale che
Dante volle dargli.
o di ragionamenti. Io la rimetto innanzi timidamente, perché in questi
tempi di vantato positivismo, nulla è più facile, specialmente nelle
cose dantesche, che l'incontrare qualche dottorino, il quale gaiamente si
metta a beffeggiare il risultato di lunghe e riposate meditazioni ; ma-
gari perché non corredate di note immani e di erudizioni indigeste,
che rendano imagine della più sciocca e pretenziosa pedanteria.
XXVI NOTIZIA SULLA VITA NUOVA
Nei codici e nelle prime edizioni la V. N. non ha
alcuna partizione per capitoli o paragrafi ; primo a in-
trodurla fu il Torri, che vi distinse quarantatre pa-
ragrafi; e la sua divisione fu accettata da' seguenti edi-
tori sino al Witte. Questi, considerando che il primo
non era altro se non quel proemio, che Dante stesso
considera come staccato dal corpo del libro 1 (e veramente
altro non è che una dichiarazione del titolo), lo escluse
dalla numerazione e suddivise quello che era secondo
in due, comprendendo neh" uno l' incontro di Dante con
Beatrice all'età di diciotto anni e nell*' altro la prima
visione, fatti che per vero sembrano da tenere distinti :
cosicché nella stampa del Witte non venne ad essere
alterato il numero delle parti introdotto dal Torri. Vo-
lentieri avrei anche per questa nuova edizione accolta
senz'altro la partizione vulgata; ma in un luogo ho
dovuto scostarmene, e precisamente nel capitolo ven-
tesimosesto che tutti i precedenti editori divisero in
due, il Torri introducendo nel testo una emendazione
che giustificasse l'interruzione, il Witte invece pas-
sando da un capitolo al seguente senza alcuna pausa del
senso, anzi con la sola distinzione d'una virgola: 2 e
che sia impossibile qualunque divisione a questo luogo
lo mostra il fatto che per tutto il capitolo stesso si tratta
dello stesso argomento, degli effetti cioè di Beatrice ri-
spetto agli uomini e alle altre donne. Ne è venuto quindi
che nella presente edizione i capitoli della V. N. sono,,
oltre quello del proemio, solo quarantadue.
1 Cfr. cap. xxvnr, 11 : « se volemo guardare nel proemio, che pre-
cede questo libello ».
2 Questa partizione cade subito dopo le parole: « e però lassando
lui » del cap. xxvi, 44.
NOTIZIA SULLA VITA NUOVA XXVII
Più importante della divisione esteriore e materiale
per capitoli è quella che si può trarre dalla stessa con-
tenenza del libro, e dallo svolgimento naturale dei fatti
e dei sentimenti. Migliore di tutte le partizioni della
V. N. che furono proposte mi pare esser quella che
diede il D'Ancona, fondandosi specialmente sulle inda-
gini instituite per determinare la cronologia del libro e
sulla natura degli avvenimenti che Dante racconta e
dei sentimenti da' quali è agitato ne' vari momenti.
Questa partizione, leggermente modificata per metterla
in armonia con le osservazioni fatte nel precedente pa-
ragrafo sul tempo in cui fu composta la V. N., è la
seguente :
l a Parte, capp. i-xvii : Amori giovenili e rime sulla
bellezza fisica di Beatrice (1274-1287).
2 a » capp. xviii-xxvii : Lodi della "bellezza spi-
rituale di Beatrice (1287-1290).
3 a » capp. xxviii-xxxiv : La morte di Beatrice
e le rime dolorose (1290-1291).
4 a » capp. xxxv -xxxviii : L'amore e le rime per
la donna gentile (1291-1293).
5 a » capp. xxxix-xlii : Ritorno all' amore e al
culto di Beatrice estinta (1294).
Restano a fare alcune considerazioni sulle parole
onde s' apre il libro, sul proemio in cui Dante dichiara
di voler descrivere i ricordi della sua V. N. Qual
senso dobbiamo dare alle parole di codesto proemio,
e per conseguenza al titolo del libro di Dante? Va-
riamente fu risposto a questa giusta domanda. Alcuni
intesero che l'Alighieri volesse parlare dei fatti della
XXVIII NOTIZIA SULLA VITA NUOVA
sua prima età, cioè della adolescenza, che secondo
la teoria dantesca dura, fino all' anno venticinquesimo
(Conv., iv, 24); ma fu osservato che i fatti della V. N.
vanno più anni oltre l'adolescenza di Dante abbrac-
ciando i primi della sua gioventù. Altri spiegarono Vita
Nuova per vita giovenile, appoggiandosi specialmente
sul fatto che, in Dante stesso e ne' principali scrittori
del trecento, nuovo è usato spesso in un simile signi-
ficato. 1 Altri in fine, movendo dall' idea che il titolo non
accenni all' età sì bene al modo della vita descritta da
Dante, intesero che vi fosse inclusa l' idea di una rigene-
razione operatasi nell' animo di lui per virtù d'amore ; e
a quest'ultima interpretazione s'accostarono quasi tutti
i più recenti studiosi del libretto dantesco: cosi che V.iV.
significherebbe che l'amore per Beatrice fu al poeta
principio di un nuovo essere. Di queste due ultime ma-
niere d' intendere, dopo matura considerazione, incline-
rei ad accoglier la prima, 2 quella cioè che racchiude
il concetto dell' età ; perché mi pare che il titolo debba
! Vedasi p. es. Purg., xxx, 115: Questi fu tal nella sua vita
nuova Virtualmente, ch'ogni abito destro Fatto averebbe in lui mi-
rabil prova; Petrarca, Canz. Una domi a più bella, 23: Tutta l'età
mia nova Passai contento e 'l rimembrar mi giova, e Trionfo d'Am.
i, 64 : per la nova età, eh' ardita e presta Fa la mente e la lin-
gua; ecc.
a La sola obbiezione grave, che sia stata fatta a questa interpre-
tazione, è che il titolo è in latino, e nova lat. non può significare quello
che esprime il nuova i tal. : madie cosa ci vieta di credere che ap-
punto sull'analogia della forma ital. Dante abbia dato lo stesso senso
alla latina? La difficoltà poi della teoria dantesca (Conv. iv, 24), che
la gioventù corre dai 25 ai 45, è solamente apparente ; poiché in quella
teoria si considera la vita umana in relazione allo sviluppo della ragione
e la partizione è tutta scolastica, mentre poi per ciò che riguarda le pas-
sioni e i sentimenti, specialmente d'amore, la giovinezza è quell'età
che Dante descrive.
NOTIZIA SULLA VITA NUOVA XXIX
essere spiegato in relazione alle parole del proemio, in
cui Dante distingue nettamente due momenti della sua
vita, quello di cui non serba ricordi, e quello di cui
nel libro della sua memoria è segnato il cominciamento
colle parole : Incipit vita nova : ora, questa distinzione
di momenti diversi include necessariamente l'idea di
età nel titolo della rubrica; e poiché gioventù dell'uomo
è appunto il periodo di tempo che va dall'anno diciot-
tesimo al trentesimo, parmi che il titolo di Vita Nuova
possa indicare la gioventù del suo autore, non nel senso
eh' egli diede poi nel Convivio a questa parola, distin-
guendo le età umane secondo i gradi dello sviluppo
intellettuale, ma in quello che le danno le leggi eterne
del sentimento e della vita.
§ 5. Leggendo la V. N. viene fatto di domandare
perché mai Dante atteggi spesso in una forma speciale,
quella della visione, la materia de' suoi fantasmi poe-
tici. Che cosa sono queste visioni? e a quale stato reale
di animo rispondono e quale officio hanno nel libretto
di Dante? Risponde bene il Bartoli che queste visioni
« non possono ' essere che un mezzo poetico adoperato
per certi suoi fini dallo scrittore ; un mezzo che senza
dubbio nacque spontaneo nell'Alighieri per influenza
dei tempi e dell'ingegno suo individuale, un mezzo
eh' egli trovava nella tradizione letteraria delia sua età,
e che quindi s'imponeva a lui, senza che egli se ne
rendesse conto, senza che potesse neppur riflettere sulla
sua maggiore o minore convenienza artistica ».* Sono
adunque una finzione poetica formale ; ma se non sono
per sé stesse storicamente vere, devono per altro ri-
1 St. della lett. ital., IV, 173.
XXX NOTIZIA SULLA VITA NUOVA
spondere ad uno stato di animo o a un sentimento o
a un fatto reale : e se le consideriamo attentamente, que-
sto fondamento nella realtà delle cose ce lo devono pre-
sentare tutte le visioni. 1 La prima che noi incontriamo
nella V. N. è la visione d'Amore che pasce Beatrice del
cuore di Dante (cap. ni) ; interpretata già rettamente
da Cino da Pistoia come significatrice dell' innamora-
mento. La seconda è l'apparizione d'Amore, che trae
l'animo di Dante verso un novo piacere (cap. ix); e
significa il suo innamorarsi di quella donna, eh' ei volle
poi rappresentare come seconda difesa per nascondere
il vero affetto. La terza è la visione, nella quale Amore
consiglia Dante a scrivere una poesia per giustificarsi
innanzi a Beatrice, ricordandole che l'affetto per la
donna della difesa è una finzione (cap. xn); e può si-
gnificare il pensiero d'abbandonare questi vani amori
per darsi tutto a quello più nobile e puro per Beatrice.
La quarta è la spaventosa visione della morte della
sua donna (cap. xxin) e corrisponde al presentimento
che Dante ebbe dell'avvicinarsi di questo doloroso av-
venimento. La quinta, immediatamente seguita alla
precedente, più tosto che una vera visione è l'espres-
sione di quel che Dante pensò quando, dopo il terribile
presentimento, vide Beatrice insieme colla donna del
suo Guido' Cavalcanti (cap. xxvi). -Poi le visioni non
hanno più luogo, nella oppressione dolorosa per la morte
di Beatrice e durante l'episodio della donna gentile;
e le vediamo ricomparire neh' esaltamento dello spirito
di Dante combattuto tra il novello amore e la memoria
1 Questo del resto è secondo la dottrina dei sogni accennata da
Dante nel Conv. ir, 9; la quale risale a quella di Tommaso d'Aquino:
cfr. Summa theolog. P. n, 2 ae , qu. xcv, 6.
NOTIZIA SULLA VITA NUOVA XXXI
dell'antico. E allora egli ha l'apparizione di Beatrice,,
quale ella gli si era dimostrata la prima volta nella fan-
ciullezza (cap. xxxix), a significare che il suo animo,
uscito vittorioso dalla lotta tra i due affetti, si rivolse
.all'amore purissimo che l'aveva occupato sino dai pri-
mi anni; e finalmente a Dante appare quella mirabile
visione, della quale nulla ci dice in modo determinato
(cap. xlii), perché essa, a mio avviso, significa il con-
cepimento ancora vago e indistinto di un poema che
dicesse di Beatrice quello che mai non fue detto d'al-
cuna. Si. vede chiaro che queste visioni segnano, per
dir così, i punti più salienti dell'azione enarrata nella
V. N.: l'innamoramento di Dante, la perdita del sa-
luto di Beatrice, il desiderio di riacquistarlo, la gioia
d' averlo nuovamente ottenuto, poi il doloroso presen-
timento della morte di lei, e, dopo i traviamenti, il ri-
torno al culto della sua donna e il proposito di cele-
brarla degnamente ; e a rappresentar questi momenti
ben s'intende che doveva presentarsi spontanea ad un
uomo del medioevo la forma quasi saera della visione.
Un fatto che ha richiamato costantemente sopra di
sé l' attenzione degli studiosi della V. N., è il frequente
ricorrere del numero nove in tutte le particolarità di
tempo che si riferiscono a Beatrice. Descrivendo il suo
primo incontro con lei Dante insiste sulla circostanza
ch'ella era quasi dal principio del suo anno nono,
come egli era quasi da la fine del suo nono (cap.
i, 9); la rivide dopo che fuoro passati tanti di, che
appunto eran compiuti li nove anni dopo il primo
incontro (cap. n, 1); n'ebbe il primo saluto che l'ora
era fermamente nona di quel giorno (ivi, 12); e la
visione, che segna il principio del suo amore, gli ap-
XXXII NOTIZIA SULLA VITA NUOVA
parve nella prima ora de le nove ultime ore de la
notte (cap. in, 29). Quando volle enarrare in un ser-
ventese i nomi delle sessanta più belle donne di Fi-
renze, non sofferse lo nome de la sua donna stare,
se non in sul nove, tra li nomi di queste donne
(cap. vi, 11). La visione, per la quale significa il desi-
derio di riacquistare il saluto di Beatrice, gli apparve
ne la nona ora del die (cap. xii, 55). Quella che gli
fece presentir vicina la morte di Beatrice, Y ebbe Dante
nel nono giorno della sua malattia (cap. xxm, 6) ; e
nel sonetto ove narra d'aver visto Beatrice e Gio-
vanna il nome delle donne cade nel nono verso (cap.
xxiv, 46). Nella data della morte della sua donna il
numero nove pare ch'avesse molto luogo (cap. xxvm,
23); tant' è vero che secondo la cronologia arabica
Beatrice mori ne la prima ora del nono giorno del
ìnese, secondo la siriaca nel nono mese de l'anno,
e secondo la nostra in quello anno in cui lo perfetto
numero era compiuto nove volte in quello centinaio,
nel quale in questo mondo ella fue posta (cap. xxix,
1-10). Finalmente la visione di Beatrice, apparsagli
giovane in simile etade a quella in cui l'aveva vi-
sta la prima volta, accadde quasi ne V ora de la nona
(cap. xxxix, 2). Si afferma da alcuni che questo ricor-
rere del numero nove non può corrispondere ad una
condizione di fatti reali, e quindi che la V. N. non ha
alcun valore come narrazione storica ; ma parrai che si
trascuri una distinzione necessaria e fondamentale. Dante
stesso si sforza di rendersi ragione di tutti questi nove,
e la spiegazione che più gli piace è quella che essi si-
gnifichino Beatrice essere un miracolo, la cui radice è
solamente la mirabile Trini tade (cap. xxix, 30). Egli
NOTIZIA SULLA VITA NUOVA
aveva osservato il nove nell'età propria e in quella di
Beatrice, al momento del primo incontro ; aveva notato
la coincidenza dell'essersi incontrato nuovamente con lei
dopo altri nove anni ; aveva badato che il nono luogo
occupava il nome di lei nella serie delle donne enume-
rate nel suo sirventese : quando più tardi si mise a de-
scrivere le vicende del suo amore si persuase che quel
ricorrere del nove non era fortuito, ma dipendente dalla
natura mirabile della sua donna, e per conseguenza si
mise alla ricerca di quel numero anche in talune cir-
costanze di tempo in cui. non era; e cosi vennero fuori
il nove della prima visione e quelli della morte di Bea-
trice, veramente ricavati per una artificiosa e sottile
considerazione del tempo e non corrispondenti alla
realtà. Se quest' idea del nove non avesse avuto un fon-
damento nel fatto, Dante avrebbe potuto imaginarla
in ogni circostanza, non avrebbe avuto bisogno di dare
un' espressione approssimativa alle sue parole, 1 e tanto
meno poi di ricorrere a un artifìcio del ragionamento
per trovare il nove in talune circostanze di tempo nelle
quali non gli si presentava. In tutto questo Dante si
mostra un uomo del suo tempo; non già cabalistico,
come troppi ripeterono senza dichiarare il valore di si-
mile appellativo, ma profondamente disposto dalle con-
dizioni generali dello spirito all' idealizzazione delle più
concrete e determinate realtà dell'essere.
§ 6. Dante stesso accenna più volte abbastanza
chiaramente di non avere accolto nella V. N. tutte le
rime composte nel periodo di tempo compreso nel suo
1 Si noti: cap. i, 9, Beatrice di 8 anni e 4 mesi è quasi al principia
del nono anno; cap. sxxix,2 la visione appare quasi nell'ora nona ecc.
^ ^^^ ^ NO g^j^ yg&s£& , /*y r.g .
libretto : già nel proemio alcuno potrebbe trovare que-
sta restrizione, dove tocca delle parole, le quali era suo
intendimento d' assembrare in questo libello, e, se
non tutte, almeno la loro sentenzia', ma più espli-
citamente, parlando della donna della prima difesa, af-
ferma d'aver fatte per lei certe cosette per rima, che
intralascerà tutte, salvo alcuna cosa (cap. v, 21-26).
La ricerca delle poesie di Dante, che si ricollegano con
la V. N. è già stata fatta dal Bartoli e dal D'Ancona, 1
e qui basterà riassumere i risultati più sicuri delle loro
indagini. Alla prima parte della V. N., oltre il serven-
tese ricordato da Dante stesso, si ricongiungono: la
canzone E' m' incresce di me si malamente* che si ri-
ferisce all'innamoramento per Beatrice; la ballata Beh
^r nuvoletta che in ombra d'amore* appartenente a' pri-
mi momenti di questo amore; il sonetto Guido vorrei
che tu e Lapo ed io k di poco posteriore al servente-
se; la canzone La dispietata mente che pur mira, 5
scritta assai probabilmente per la donna della prima
difesa; il son. Dagli occhi della mia donna si mo-
ve, 6 che rappresenta lo stato d' animo combattuto tra'
vari pensieri (cfr. cap. xv); e la ballata Per una ghir-
I r' j landetta, 1 che, se pur è di Dante, pare riferki ad un
fatto molto simile a quello del cap. xvnr. Alla seconda
parte si collegano: la ballata Io mi son pargoletta
1 Bartoli, op. cit.,IV, 233-247; D'Ancona, V. K, 2 a ed. pp. 117-123.
2 Canz. s ed. Fraticelli, p. 100;. ed. Giuliani, p. 179.
3 Fraticelli, p. 117; Giuliani, p. 231.
4 Fraticelli, p. 80; Giuliani, p. 171.
5 Fraticelli, p. 87; Giuliani, p. 176.
8 Fraticelli, p. 119; Giuliani, p. 231.
7 Fraticelli, p. 152; Giuliani, p. 359.
NOTIZIA SULLA VITA NUOVA
bella e nuova, 1 contenente le lodi della bellezza spiri-
tuale; i sonetti Onde venite voi cosi pensose, e Voi
donne che pietoso atto mostrate,* che si riferiscono
alla morte del padre di Beatrice; e il son. Dì donne io
vidi una gentile schiera? relativo a un incontro con
Beatrice e con Giovanna. Alla terza parte è da riferir la
canzone Morte, per eh' io non truovo, 1 " sebbene scritta
prima della morte di Beatrice, poiché descrive le an-
gosciose tribolazioni dell'amante pensando alla vicina
perdita della sua donna. Infruttuosa sarebbe la ricerca
delle poesie di Dante che possono riportarsi alle ulti-
me due parti della V. N., poiché mancano nel canzo-
niere elementi bastevoli a una determinazione positiva ;
e solamente si può dire che al chiudersi del libro si
apre la serie delle canzoni filosofiche.
1 Praticelli, p. 156 ; Giuliani, p. 175. Non si deve dimenticare che,
secondo l'Ottimo commentatore (ed. Torri, voi. II, p. 525), questa bal-
lata sarebbe stata scritta per la donna gentile: e si collegherebbe
quindi con la quarta parte della V. N.
2 Fraticelli, pp. 108-9; Giuliani, pp. 172.
8 Fraticelli, p. 116 ; Giuliani, p. 172.
* Fraticelli, p. 122; Giuliani, p. 182. I dubbi avanzati sulla attri-
buzione di questa canzone a Dante non mi sembrano di molto peso ; i
codici che la recano col suo nome essendo d' autorità non inferiore a
quelli che l'assegnano ad altri.
LA VITA NUOVA
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LA VITA NUOVA JT ^gr ^*-
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" In quella parte del libro de la mia memoria, di- , * wr ' v ."* w '^
nanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova tT, j~t?'
una rubrica, la qual dice: Incipit vita nova . Sotto ^j^ -/ite-
la qual' io trovo scritte le parole, le quali è mio in- * ***** J '
= ^. /?<?„« , M.<M.A^ .ym sé*, zr<Q,/4^. £f5$
Proemio — 1. libro de la . ... memoria, è il complesso dei ri- cX* &■ **?
cordi, concepiti come scritti in un libro; cfr. il luogo del Par., xxm, 52, /<~*^"w ***
dove la facoltà del ricordare è detta il libro che 'l preterito rasse- ^ty"* -
gna. - dinanzi a la quale parte pochi ricordi indistinti rimangono,
poiché dei fatti accaduti nella prima fanciullezza è difficile conservare
memoria compiuta: dunque quella parte, della quale Dante conservò
in questo libretto i ricordi, è la seconda età della sua vita, cioè la
giovinezza.
3. rubrica è l'argomento o sommario o titolo di un trattato o
di un capitolo, e cosi dicevasi perché per lo più nei manoscritti era
in color rosso. Questa voce è oggi fuori d'uso in questo senso. -
Incipit vita nova; comincia una vita novella: cfr. la Notizia sulla fi^*
V.N.;%i. 'x^xw/f.
4. parole; secondo il Renier sarebbero le rime che Dante inten-
deva di coordinare col suo racconto in prosa: ma, oltre che la voce
parole nei luoghi da lui citati (capp. vm, 10; xn, 47; xm, 2; xiv,
53; xv, 18; xvi, 2; xxi, 3; xxm, 89; xxxi, 4; xxxvi, 9; xxxvm, 20)
non ha il senso determinato di poesie, né lo potrebbe avere, ma un
■ senso vario secondo i luoghi e sempre generico, non vi ha alcuna
sufficiente ragione per ritenere che Dante avesse in mente soltanto
9 f ' ' I . n . i i i a >. , ii ■ »T'a
LA VITA NUOVA
é~±k *■"* 5 tendimento d' assemprare in questo libello , e , se non
frj£%k.£.+. tutte, almeno la loro sentenzia.
/2 7 1 / Nove fiate già, appresso lo mio nascimento, era
tornato lo cielo de la luce quasi a uno medesimo punto
le rime e non ancora il ricordo degli avvenimenti che ad esse si col-
legavano e che ne erano stati come le occasioni e i motivi. Anzi, poi-
ché le poesie egli doveva averle conservate per iscritto, si potrebbe
credere che qui egli volesse alludere, non ad esse, ma solo ai ricordi
della sua giovinezza.
5. intendimento, intenzione, proposito. - assemprare, o assem-
brare, può venire da esemplare (cfr. assempro per esempio) e si-
gnificare esemplare, trascrivere, ritrarre, somigliare, e in questo senso
è usato da Dante, Inf., xxiv, 4: Quando la brina in sulla terra as-
sembra L' imttgine di sua sorella bianca, e dal Cavalcanti (p. 15):
., Canzori, tu sai che de' libri d'amore Io t' assemprai ecc.; oppure
' "• « da adsimulare nel significato di raccogliere, riunire, metter insieme,
» come nella canz. del cap. xxxm, 25: Tanto dolore intorno al cor
s ì m' assembra. Alcuni editori, cambiando assemprare in esemplare, os-
:." semplare, mostrano d'aver preferita la prima interpretazione; la quale
t ., ' del resto è confermata dalle parole del cap. i, 47-48. - libello, qui e
nel cap. xxv, 67 è nel significato primitivo di piccolo libro, libretto. Nel
Convivio, ir, 2, Dante cita la Vita nuova, dicendo: siccom è ragionato
per me nello allegato libello. Si noti, per curiosità, che un amico
dell'Alighieri, Ci no da Pistoia, celebra la Divina commedia come il
libello Che mostra Dante signor d'ogni rima (p. 243). Osserva il
Tod. che al paragone del libro della memoria era giusto che Dante
chiamasse libello l'operetta breve e di argomento tenue, ch'egli si ac-
cingeva a scrivere. - se non tutte ecc., se non affiderò alla carta tutti
i ricordi della mia vita novella nei loro particolari, non trascarerò il
loro significato complessivo.
1. - 1. Nove fiate; dice Dante che gli apparve per la prima volta
Beatrice quando egli era in età di nove anni: ora, poiché l'anno della
nascita di lui, secondo i suoi biografi, fu il 1265, questo incontro sa-
rebbe da riferire al 1274.
2. lo cielo de la luce è, nel sistema tolomaico, che Dante profes-
sava di seguire (cfr. Conv., n, 3, 4), quello del sole: il sole poi è
%u *^*A~^-cà$fc r c ^" ? '°^% a~»J;A
— ■ tX'ycrnM.' JbfUA
, ... ■.-,... vn; /-**«. **<%9
> quanto a la sua propia girazione, quando a li miei ^^ ^^<- ^
occhi apparve prima la gloriosa donna de la mia « . /48~ f tf-
mente, la qual.fu da molti chiamata Beatrice, li quali 5
non sapeano che si chiamare. &,, V ^n^ye^c^ , <?
'detto la gran luce in un luogo del Purg., xxxn, 53 e la lucerna ^ S uc *+ •
del mondo nel Par., i, 38. < ,,
3. quanto a la sua propia girazione, perché, nota il Witte, /r~ /?
come gli altri pianeti, il sole ha una girazione che non è sua propria, '
ma comunicatagli dal primo mobile: cfr. Par., xxvn, 106. Si noti poi '""' ""■?
ni- I Zoo.
•che Dante in un sonetto a Cino da Pistoia (p. 173) dice: . fr^l ■
Io sono stato con amore insieme y
da la circolazion del sol mia nona. ■*/r-*^7~
4. la gloriosa donna de la mia mente; Beatrice è detta gloriosa j^^ lK ^ M j/
perché assunta già alla gloria celeste allorché Dante scrisse questo ^- ,e^J<
•libro, e donna della sua mente perché, sebbene morta, viveva ancora^, ^^ r ^i
nell'animo suo; cfr. Conv., n, 2, Beatrice beata, che vive in cielo jzr
cogli angioli e in terra colla mia anima, e n, 9: sarà bello ter-
minare lo parlare di quella viva Beatrice beata, della quale più
parlare in questo libro non intendo ; si raffrontino a questo passo » , /
anche i vv. 1-6 del son. Era venuta (cap. xxxiv, 38-43). ^ ■' " .sv-~
5-6. fu da molti chiamata Beatrice, i quali ecc.; per intendere " r ~ e A . ,^*_
•queste parole i critici ricorsero all'espediente di modificare il testo: AvM - 3lA ^<. « -
il Trivulzio, seguito da qualche altro, lesse i quali non sapeano che e£-<£*^^5
si chiamare, cioè non sapevano chiamar Beatrice se non con questo (_£UJ {?*?*'>
nome; il Frat. propose di leggere e quali non sapeano che si chia-j^T, J~*f)-
mat&, cioè molti la chiamavano Beatrice e altri non sapevano che ir s*
nome darle; il Borgognoni pensò che il passo fosse manchevole e *.
dovesse esser restituito cosi: li quali non sapeano che si chiamare ■ y
[ella dirittamente si dovea], ma è un supplemento deh tutto ipote- * .
tico. Il Cahello, in una nota inserita nella Riv. di fil. romanza, I, f~^/ ' r '
46, credette di riconoscere nel chiamare, invece di un infinito, uel-, l^^jl:
perfetto congiuntivo, di modo che la frase significherebbe: qui ne^ jT^^ / TfT,&
sciebant quid sic clamarint; ma il Flechia (Riv. di fil. class., I, 401) °C« rf^**- '£}
ha mostrato come non si possa ammettere una forma chiamare come /j,.^,».
derivata da un tempo finito. La interpretazione più semplice è quella del <*,-A^ ,^'^\
Giul., accolta da molti interpreti: « non sapeano che si chiamare, vale •"*,- /^?/
qual nome dovessero darle. Per semplice e naturale effetto, che in loro t/^- 7t±
al vederla si destava, la chiamavano Beatrice indovinandone cosi il vero -^' f b**'
nome ». Il D'Anc. , che esplica questo passo in una lunga ed erudita ' a Jf
.nota, ricorda prima di tutto che Dante si compiaceva del fare ingegnose.—^. /«£•
6 LA VITA NUOVA
EU' era in questa vita già stata tanto, che nel suo
a, o ir/^ tempo lo cielo stellato era mosso verso la parte d'oriente
Afr^'a. . de le dodici parti l'una d'un grado: si che quasi dal
/?* /^io principio del suo anno nono apparve a me, ed io la
vidi quasi da la fine del mio nono.
speculazioni sull'intimo senso dei nomi personali (cfr. nella V. N., xxiv r
15-29, il luogo relativo all'amata del Cavalcanti, e uel Par. xn, 79-81 i
versi relativi ai genitori di san Domenico), e che questo studio di ritrovare
una significazione in quei nomi fu proprio di molti scrittori medievali:
e ne cita gli esempi di Cino, del Barberino, del Petrarca, del Boccaccio;,
ai quali molti altri si potrebbero aggiungere, specialmente dei trova-
tori provenzali. Inoltre, egli nota come nessun nome meglio di quello
di Beatrice porgesse occasione a simili speculazioni; tanto è vero che
la convenienza tra la natura e l'appellativo delle donne di questo nome
era apparsa ad altri, prima che a Dante: cosi per es. della b. Beatrice
d'Este dice un biografo esser stata gratta et nomine Beatricem e un
cronista la chiama re ac nomine Beatrice; cosi sulla tomba di. Bea-
trice, contessa di Toscana, si leggeva: quamvis peccatrice, sum domna
vocata Beatrice. Ora, alla sua amata, che era più comunemente chia-
mata Bice (cfr. Par., vii, 14, pur per b e per ice), il poeta amava
di dar il nome di Beatrice, che nella sua mente assumeva il signifi-
cato di un alto concetto di beatitudine; mentre gli altri, pur dandole
questo nome intero, non sapevano come dirittamente fosse a lei ap-
propriato il senso intimo che solo Dante collegava al suo nome: e
questa spiegazione è confermata dalle parole di Cino, nella canz. per
la morte di Beatrice (p. 419): già sarà in del gita, Beata cosa
ch'uom chiamava il nome. E anche le difficoltà grammaticali di que-
sto passo spariscono, se si ripensi che qui abbiamo una frase analoga
alle comunissime: non sapevano che si dire, che si fare ecc., se non
che nella nostra il che assume il senso di come, in qval modo.
7. Eli' era ecc. Quando Beatrice apparve a Dante per la prima
volta era nell'età di otto anni e quattro mesi; poiché dalla nascita sua
all'incontro era passato un dodicesimo di secolo, la dodicesima parte
cioè del tempo in cui si compie, secondo le teorie astronomiche degli an-
tichi, lo spostamento per un grado da occidente verso oriente della sfera
delle stelle. Dante ricorda due volte questa teoria nel Conv., ii, 6 e 15.
10. io la vidi ecc. Il Frat., il Tod. e il Witte, considerando che
Dante nacque nel maggio, opinano che in questo mese avvenisse
l'incontro di lui con Beatrice, e perciò inchinano a prestar fede al-
meno alle circostanze principali del racconto che ne fa il Boccaccio,
CAPITOLO I
Apparve vestita di nobilissimo colore umile ed ^-/*/"
onesto sanguigno, cinta e ornata a la guisa che a la '? * ~f "^
Vita di Dante, ed. Milanesi, I, 10: « Nel tempo, nel quale la dolcezza *f — ° '
del cielo riveste de' suoi ornamenti la terra, e tutta per la varietà dei v
fiori mescolati tra le verdi frondi la fa ridente, era usanza nella nostra
città e degli uomini e delle donne nelle loro contrade, ciascuno e in
distinte compagnie, festeggiare. Per la qual cosa, infra gli altri, per
avventura Folco Portinari, uomo assai orrevole in que' tempi tra' cit-
tadini, il primo di di maggio, aveva i circostanti vicini raccolti nella
propria casa a festeggiare. Infra li quali era il sopraddetto Alighieri;
il quale (siccome i fanciulli piccioli, e spezialmente a' luoghi festevoli,
sogliono il padre seguitare) Dante, il cui nono anno non era ancora
finito, seguitato aveva. Avvenne che quivi mescolato tra gli altri della
sua etade (de' quali, cosi maschi come femmine, erano molti nella casa
del festeggiante), servite le prime mense, di ciò che la sua picciola età
poteva operare puerilmente, si diede con gli altri a trastullare. Era infra
la turba de' giovanetti una figliuola del sopraddetto Folco, il cui nome
era Bice, comecché egli sempre del suo primitivo nome, cioè Beatrice,
la nominasse, la cui età era forse di otto anni, assai leggiadretta e
bella secondo la sua fanciullezza, e ne' suoi atti gentilesca e piacevole
molto, con costumi e con parole assai più gravi e modeste che il suo
picciolo tempo non richiedeva: e oltre a questo, aveva le fattezze del
volto dilicate molto e ottimamente disposte, e piene, oltre alla bellezza,
di tanta onesta vaghezza, che quasi una angioletta era reputata da
molti. Costei adunque, tale quale io la disegno, o forse assai più bella,
apparve in questa festa, non credo primamente, ma prima possente
ad innamorare, agli occhi del nostro Dante: il quale, ancora che fan-
ciullo fusse, con tanta affezione la bella imagine di lei ricevette nel
cuore, che da quel giorno innanzi, mai , mentre che visse, non se ne
diparti .... Ma lasciando stare il ragionare de' puerili accidenti, dico
che con l'età moltiplicarono le amorose fiamme in tanto, che niun' al-
tra cosa gli era piacere o riposo o conforto, se non jl vedere costei ». . .«!
12. Apparve vestita ecc. Vuol dire che le vesti di Beatrice erano
di leggiero e gentile colore rosso, non già di un rosso forte ed inten-
so quale sarebbe stato poco conveniente ad una fanciulla; l'espres-
sione equivale all'altra sanguigno leggeramente del cap. hi, 11 e i due j
aggettivi umile e onesto sono usati in funzione avverbiale, che de-
termina il significato di sanguigno. Il Lue. ricorda opportunamente che
le fanciulle nelle pitture italiane del trecento sono spesso rappresentate
con abiti di color rosso, nelle sue varie gradazioni.
13. cinta ecc. riguardo a questo costume delle donzelle di strin-
8 LA VITA NUOVA
sua giovanissima età si convenia. In quel punto dico
15 veramente che lo spirito de la vita, lo qual dimora ne
la secretissima camera del mi' cuore, cominciò a tremar
gere la vita con una cintura di cuoio o di stoffa sono da ricordare
i versi del Cavalcanti (p. 19):
e' mi ricorda che 'n Tolosa
donna m' apparve accordellata e istretta.
15. Dante distingue tre potenze o spiriti, cioè quello della vica,
l'animale e il naturale, e segue Ugo da San Vittore, il quale nel suo
trattato De anima, lib. ii, cap. 12, ricordato primamente dal Card.,
scrive: «Habet quoque anima vires, quibus corpori commiscetur. Qua-
rum prima est naturalis, secundà vitalis, tertia animalis. Et sicut
deus trinus et unus et perfectus omnia tenet, omnia implet, omnia
sustinet, omnia superexcedit et circumplectitur, sic anima. His tribus
per totum corpus diffunditur; non locali distensione, sed vitali inten-
sione. Naturalis virtus operatur in hepate, sanguinem et alios humo-
res, quos per venas et omnia corporis membra transmittit, ut inde
augeantur et nutriantur Vis vitalis est in corde, quae ad tem-
perandum fervorem cordis aerem hauriendo et reddendo vitam et sa-
lutem toti corpori tribuit: aere namque puto sanguinem purificaturn
per totum corpus impellit per venas pulsatiles, quae arteriae vocantur,
et quarum motu temperantiam atque distemperantiam cordis physici
cognoscunt. Vis animalis est in cerebro, etinde vigere facit quinque
corporis sensus, iubet etiam voces edere, membra movere: tres nam-
que sunt ventriculi cerebri; unus anterior, a quo omnis sensus; et
alter posterior, a quo omnis motus ; tertius inter utrumque medius, id
est rationalis ». Lo spirito della vita è la vis vitalis di Ugo da S. Vit-
tore; il Boccaccio a quel luogo dell' Inf., i, 20, dove Dante ricorda
il lago del core, commenta: «è nel cuore una parte concava, sem-
pre abbondante di feangue, nel quale, secondo l'opinione di alcuni,
abitano gli spiriti vitali, e di quella, siccome di fonte perpetuo, si mi-
nistra alle vene quel sangue e il calore, il quale per tutto il corpo si
spande; ed è quella parte ricettacolo d'ogni nostra passione». Questo
ricettacolo è appunto quello che Dante chiama la secretissima ca-
mera del suo cuore.
16. Uno dei primi indizi dell'innamoramento è quel pauroso tre-
mito che invade tutta la persona di Dante e appare nei suoi debolis-
simi polsi; poiché, come dice Ovidio, Heroid. i, 11,
Res est solliciti piena timoris amor.
CAPITOLO I 9
si fortemente, che apparia ne li menimi polsi orribil-
mente; e tremando disse queste parole: Ecce deus
fortior me, qui veniens dominabitur miài. In quel
punto lo spirito animale, lo qnal dimorane l'altaca- 20
La più bella illustrazione di questo passo della V. N. è nei seguenti
versi della canz. E' m' incresce di me (p. 181): &^-f '•'"/■ fr^^/^f • /$-//■•
Lo giorno, che costei nel mondo venne, jQ+Jj > /Tx/ZrvJ '\ ¥
secondo che si trova f — f / ,,
nel libro de la mente che vien meno, eSf. 2 .
la mia persona parvola sostenne
una pass'ion nuova,
tal eh' io rimasi di paura pieno :
eh' a tutte mie virtù fu posto un freno
subitamente, si ch'io caddi in terra
per una voce che nel cor percosse.
E, se '1 libro non erra,
lo spirito maggior tremò si forte,
che parve ben che morte
per lui in questo mondo giunta fosse.
Si cfr. i versi del Guinizelli (p. 34)
Dolente, lasso, già non m' assecuro
che tu m'assali, amore, e me combatti;
diritto al to rincontro, in pie' non duro
che mantenente a terra me dibatti,
come lo trono che fere lo muro
e '1 vento li arbor per li forti tratti;
e quelli del Cavalcanti (p. 14)
L' anima sento per lo cor tremare,
si come quella che non po' durare
davanti al gran voler eh' i' lei dimostro.
17. menimi, minimi, debolissimi.
18. disse queste parole; anche il Cavale, rappresenta il primo mo-
mento dell'amore con un dialogo delle facoltà dell'anima fra sé stesse
o colla virtù che le domina: p. es. in questi versi (p. 72):
Da ciel si mosse spirito in quel punto
che quella donna mi degnò guardare
e vennesi a posar nel mio penserò ;
elli mi eonta si d' amor lo vero
che ogni sua virtù veder mi pare ecc.
20. Lo spirito animale è la vis animalis, che ha sede nel cer-
vello, ne l'alta camera, dove tutte le facoltà sensitive portano le loro
10 LA VITA NUOVA
mera, ne la quale tutti li spiriti sensitivi portano le
loro percezioni, si cominciò a maravigliar molto, e,
parlando spezialmente a li spiriti del viso, si disse queste
parole: Apparuit jam beatitudo vestra. In quel punto
25 lo spirito naturale, lo qual dimora in quella parte y
ove si ministra '1 nudrimento nostro , cominciò a pian-
gere, e piangendo disse queste parole: Heu miseri quia
frequenter impeditus ero deinceps.
D'allora innanzi dico che Amore segnoreggiò la mia
30 anima, la qual fu a lui si tosto disponsata, e cominciò
a prendere sopra me tanta sicurtade e tanta signoria,
per la virtù che li dava la mia imaginazione, che
mi convenia fare tutti li suoi piaceri compiutamente.
percezioni e donde, come dice Ugo da S. Vittore, vigere facit quin-
que corporis sensus.
23. Gli spiriti del viso, cioè la facoltà della vista. Viso per vista
è frequente nei poeti antichi ; vedine esempi ai capp. xi, 10 e xiv, 29.
24. beatitudo vestra; qui è chiarissimamente accennato il signi-
ficato intimo del nome di Beatrice: si cfr. la nota al cap. v, 3.
25. Lo spirito naturale è la naturalis virtus di Ugo da S. Vit-
tore: vedi il passo già riferito di questo filosofo; ma Dante qui lo ha
ristretto ad indicare lo spirito vocale, la facoltà della parola, che ha
la sua sede nella bocca, per la quale si prendono i cibi.
27. Cino (p. 87):
Svegliasi amor con una voce e grida:
fuggite, spirti miei, ecco colei
per cui martir le vostre membra aranno.
29. Amore segnoreggiò; cfr. L. Gianni (Val. II, 121):
Tu dicesti : costei
mi piace segnoreggi '1 tuo valore
et servo a la tua vita le sarai
30. si tosto, cosi subitamente; cfr. la nota al cap. xn, 86. - di-
sposata, congiunta, legata. L. Gianni (Val. II, 109):
Dolce è il pensier che mi nutrica il core
d' una giovine donna eh' e' disia,
per cui si fa gentil 1' anima mia,
poi che sposata la congiunse amore.
CAPITOLO I
11
E' mi comandava molte volte eh' io cercasse per ve-
dere questa angiola giovanissima, ond'io ne la mia pue- 35
rizia molte-feèé- l'andai cercando; e vedeala di si nobili <s^5^
e laudabili portamenti, che certo di lei si potea dire^y. z/z. ~
quella parola del poeta Omero: Ella non parea fi-
gliuola d'uom mortale, ma di dio. E avvegna che
la sua imagine, la qual continuamente stava meco, fosse 4»
baldanza d'Amore a segnoreggiare me, tuttavia era di
si nobilissima virtù, che neun' ora sofferse, ch'Amore
mi reggesse sanza '1 fedel consiglio de la ragione in
quelle cose, là ove cotal consiglio fosse utile a udire.
35. questa angiola; Dante nella canz. Voi che intendendo (p. 188) '•
L' umil pensiero, che parlar mi suole
d' un angiola, che in cielo è coronata.
36. nobili e laudabili, non è, dice il Tod. , che una fiacca ri-
petizione, e approva la lezione nuovi e laudabili o laudevoli data da
qualche manoscritto: ma nobili accenna alla natura propria dei costu-
mi di Beatrice, per opposizione ai vili e comuni delle donne volgari, e
laudabili indica come per la loro natura apparissero degni di lode e
di ammirazione agli altri. Non mi pare quindi il caso di rifiutare la
lezione dei codici più autorevoli.
38. Omero (Iliad., ìli, 158) dice di Elena che « molto alle immor-
tali dee nel volto rassomiglia », ma non può esser questo il luogo citato
da Dante: invece egli avrà inteso di riferire quel passo deWIl., xxiv,
258, dove si dice di Ettore che « non pareva esser figlio di un uomo
mortale, ma di un dio»: passo che Dante poteva conoscere, pur non
sapendo il greco, nelle versioni latine di Aristotele, Etica Nicom.,
vii, 1, dove è citato; tanto più che questa citazione omerica del filosofo
antico era certo nei testi veduti da Dante, come appare da un luo-
go del Conv., iv, 20: «come uomini sono vilissimi e bestiali, cosi
uomini sono nobilissimi e divini: e ciò prova Aristotele nel settimo
dell'Etica per lo testo d'Omero poeta».
41. baldanza d'Amore a segnoreggiare me; cioè la cagione del
passionato sentimento d'amore, che mi dominava. Nel Novellino si
iegge: quegli a baldanza del signore si il batteo villanamente.
43. Il D'Anc. riavvicina a questo luogo la dottrina sulla bontà
12 LA VITA NUOVA
45 E però che soprastare a le passioni e atti di tanta
gioventudine pare alcun parlare fabuloso, mi partirò
da esse; e, trapassando molte cose le quali si potreb-
bero trarre da l'esemplo onde nascono queste, verrò
a quelle parole, le quali sono scritte ne la mia memoria
so sotto maggiori paragrafi.
II
Poi che fuoro passati tanti di, che appunto eran
compiuti li nove anni appresso l'apparimento sopra-
deir amore, che Dante espone nel Purg., xvm, 70 e segg., e partico-
larmente i versi:
pognam che di necessitate
surga ogni amor che dentro a voi s' accende
di ritenerlo è in voi la podestate,
e le parole di Beatrice, Purg., xxx, 123:
Mostrando gli occhi giovinetti a lui
meco il menava in dritta parte volto.
45. soprastare, star sopra ad un argomento, intrattenersi intorno
ad esso. Del trattenersi in un luogo, il Bocc, Dee, i, 123: et appres-
so, soprastando ancora molto più ecc.
46. gioventudine, gioventù; Bartol. da S. Concordio, Ammaestr.:
piglia la dottrina da tua gioventudine. - alcuno, nel significato in-
determinato di uno, è frequente negli antichi scrittori. - fabuloso,
privo di ogni fondamento di verità, come la materia delle favole.
47. trapassando, trascurando, omettendo.
48. esemplo, è il libro della memoria, accennato nel proemio:
cfr. Purg., xxx, 62:
come pittor che con esemplo pinga
disegnerei, com' io m' addormentai.
nascono, procedono, derivano.
49. sono scritte ecc.; hanno luogo più considerevole nella mia
memoria, sono meglio ritenute per la loro importanza, molto più gran-
de, che non sia quella dei ricordi fanciulleschi.
II. — 2. appaiamento soprascritto, l'apparizione di Beatrice nar-
rata da Dante nel cap. i è riferita all'anno 1274; cosi che il fatto
s^rte/zz^S; *^2?" A^w*^^' ^^^
o-t>
~^* capitolo ii 13
scritto di questa gentilissima, ne l'ultimò di questi di
avvenne, che questa mirabile donna apparve a me
vestita di colore bianchissimo, in mezzo di due gentili &
donne, le quali erano di più lunga età; e, passando
per una via, volse gli occhi verso quella parte ov'io
era molto pauroso ; e per la sua ineffabile cortesia , la
quale è oggi meritata nel grande secolo, mi salutò
molto virtuosamente, tanto che mi parve allora vedere 1(>
tutti li termini de la beatitudine.
narrato in questo cap. n sarebbe avvenuto nel 1283. Il Tod. crede
che in questo periodo di nove anni, del quale Dante tace ogni par-
ticolarità, accadesse il matrimonio di Beatrice; e il D'Anc. , acco-
gliendo questa ipotesi, la compie osservando che cosi si avrebbe la
ragione dell'aver voluto l'Alighieri riferire il suo innamoramento al
primo incóntro: se per il mondo Beatrice era la sposa di altro uomo,
dinanzi alle leggi dell'amore era la donna di Dante fino dal 1274,
quando fu a lui disposata, unita col legame di un affetto eterno.
3. ne l'ultimo di questi di, proprio nel giorno del nono anniver-
sario del primo incontro, cioè nel primo giorno di maggio del 1283.
9. meritata, rimeritata, premiata; cfr. in un sonetto di Dante
(p. 356): Lo re, che merta i suoi servi a ristoro. - grande secolo, ,
la vita eterna. Il Carducci osserva esser « notevoli in Dante i varii usi
di questa parola secolo, senz'altro. Nel Purg., xvi, 135, vale una
generazione o età umana: in rimproverio del secolo selvaggio; ivi,
xxx, 105, la società umana: passo che faccia il secol per sua via;
qui nella V. N., son. Morte villana, la vita nel senso ecclesiastico:
Del secolo hai partito cortesia [cap. vili, 51], e più oltre, col pro-
nome dimostrativo, la vita transitoria in corrispondenza all'eterna:
Poiché la gentilissima donna fu partita di questo secolo [xxx, 1].
La quale altra vita, in corrispondenza a questa già finita, è detta
secol novo nel v. 5, st. 5 della canz. Gli occhi dolenti [xxxi, 92];
e Secolo immortale, senza definizione di condizioni, nell'in/;, n, 14;
e in relazione all' idea di merito, secol degno della sua virtute, nel
son. Venite a intender [xxxn, 30]; e qui più largamente.»
10-11. Si cfr. il luogo del Par., xv, 34:
dentro agli occhi suoi ardeva un riso
tal, eh' io pensai co' miei toccar lo fondo
d' ogni mia grazia e del mio paradiso.
Agli effetti del primo saluto di Beatrice si riferirebbero questi versi
14 LA VITA NUOVA
L'ora, che '1 su' dolcissimo salutare mi giunse,
era fermamente nona di quel giorno ; e però che quella
fu la prima volta che le sue parole si mossero per
15 venire a' miei orecchi, presi tanta dolcezza, che come
inebriato mi partio da le genti, e ricorsi al solingo
luogo d'una mia camera, e puosimi a pensare di questa
cortesissima. \ *. » > /■■ / y , •
^/t-e.^.-*^- . y. ^C- ^Y ^-^ ^
di una ballata,, attribuita a Dante (p. 361): /g*^ ***
* A- \ / r- /«-«- <^ <Xc^-> >\\
S*U. y- J^ '£"-'" *£; . Il giorno che da pria
^„^ CaU^"*-: ■"'}■ gli donaste il saluto, >*\^~- •
fi^tc^C--, /**j ■■? lre 'fi' che dar sapete a chi vi face onore,
CfC . fll&-r-m~ -^If- "'**S. andando voi per via,
ip- 2 f,3 a- 2^/^97 come d' un dardo acuto
' J; *£ J ék~-*4Ìe_. 32£~i subitamente gli passaste il core.
~*S Allora il prese la virtù d' amore,
°/7 *~ "^sf che ne' vostri occhi raggia;
poi gli sete selvaggia
fatta si che mercé non vi addimando.
Questa ballata, che da alcuni è data a Cino da Pistoia, è dal Giul.
riferita al tempo, nel quale Beatrice negò a Dante il saluto ( cfr.
cap. xn): erroneamente, per altro, poiché nei versi citati si parla di
primo saluto, dato per via, che suscitò un intenso affetto; cosi che
vi si ritrovano tutti i particolari del racconto dell'Alighieri.
13. fermamente, per certo: Bocc, Dee, n, 247: tu troverai
fermamente che ella è tua figliuola. - nona di quel giorno; qua-
lunque fosse la stagione nella quale accadde, l'incontro sarebbe adun-
que avvenuto nelle ore pomeridiane; per questo e per gli altri luoghi
ove occorre il numero nove cfr. la Not. sulla V. N., § 5.
15. come inebriato ecc. è una formula biblica per esprimere una
veemente commozione; cfr. Par ad., xxvn, 1 e segg. :
Al Padre al figlio, allo spirito santo
cominciò gloria tutto '1 paradiso
si che m' inebriava il dolce canto.
Ciò eh' io vedeva mi sembrava un riso
dell' universo, per che mia ebbrezza
entrava per 1' udire e per lo viso.
16. solingo, solitario, romito, come nel cap. xn, 3; in diverso
senso è usata questa parola nell'in/!, xxm, 106: come suol esser tolto
un uom solingo, dove significa solo.
CAPITOLO III 15
III
E pensando di lei , mi sopraggiunse un soave sonno ,
nel qual m' apparve una maravigliosa visione : che mi
parea vedere ne la mia camera una nebula di colore
di fuoco, dentro a la quale i' discernea una figura
d'un signore, di pauroso aspetto a chi la guardasse, s
E pareami con tanta letizia, quanto a sé, che mirabil
cosa era: e ne le sue parole dicea molte cose, le quali
non intendea, se non poche; tra le quali intendea
queste : Ego dominus tuus. Ne le sue braccia mi
parea vedere una persona dormir nuda, salvo che io
involta mi parea in un drappo sanguigno leggeramen-
III.- 1. Cfr. Purg., xvm, 141, dove Dante descrive come s'addor-
mentasse nel cerchio degli accidiosi:
Nuovo pensiero dentro a me si mise
del qual più altri nacquero e diversi,
e tanto d' uno in altro vaneggiai
che gli occhi per vaghezza ricopersi
e il pensamento in sogno trasmutai.
3. nebula, latinismo, nuvola; Verg. , Aen., i, 412: et multo ne-
bulae cìrcum dea fudit amictu, e 439: ìnfert se septus nebula, mi-
rabile dictu.
5. pauroso, che incuteva paura, terribile; così nell' Inf., n, 90:
Temer si deve sol di quelle cose
e' hanno potenza di fare altrui male,
dell' altre no, che non son paurose.
Giov. dalle Celle, lett. a Donato Correggiaio: se' in regione paurosa
e in mare pericoloso.
6. E pareami ecc. che egli fosse meravigliosamente lieto nel suo
aspetto, e dicesse molte cose, delle quali poche io poteva intendere;
vuol dire che nel principio di ogni affetto le percezioni e i sentimenti
sono molteplici, ma per lo più non si intende che la forza d'amore,
non si sente altro che il nuovo dominio che tiene lo spirito.
11-12. sanguigno leggeramente, cioè di una leggera tinta sangui-
16 LA VITA NUOVA
15
te; la qual guardando molto intenti vamente , conobbi
ch'era la donna de la salute, la quale m'avea lo giorno
dinanzi degnato di salutare. E ne l' una de le sue mani
mi parea che questi tenesse una cosa, la quale ardesse
tutta; e pareami che mi dicesse queste parole: Vide
cor tuum. E quando elli era stato alquanto, pareami
gna, rosea; cfr. la nota al cap. i, 12. - intentivamente, con molta ten-
sione del senso, attentamente.
13. la donna de la salute: il Card, intende la donna che reca
salute, salvezza, e riavvicina a questo luogo il verso dell' Inf., n, 75:
donna di virtù sola per cui ecc. Il Prat. e altri dopo di lui in-
tesero la donna del saluto, quella che lo avea salutato poco innanzi:
e di salute e saluta in questo senso si hanno più esempi negli anti-
chi poeti; così nell' Intelligenza, ed. Gellrich, 292:
E fanno ciò che madonna comanda
e rendon dolzi e soavi salute;
il Guinizelli (p. 35):
Passa per via adorna e si gentile
eh' abbassa orgoglio a cui dona salute ;
Lotto pisano (Val. II, 399):
se saluta li è porta
soavemente la rende ecc.
Dante stesso nel son. Di donne vidi (p. 172):
A chi era degno poi dava salute
con gli occhi suoi quella gentile e piana ;
nel son. doppio Se Lippo amico (Giorn. stor., II, 341): *
da parte di colui che mi t' ha scritto
in tua balia mi metto
e recoti salute, quali eleggi ;
e nel cap. xi, 19, ne le sue salute abitava la mia beatitudine. - lo
giorno dinanzi, in quel giorno, ma alcune ore prima della visione; cfr.
cap. ii, 12: il giorno in questo senso è detto anche nel cap. v, 15.
14. degnato; degnare e usato spesso in questo modo dagli scrit-
tori antichi; un rimatore anon. del dugento (Riv. fil. rom., I, 84):
Assai chiamai la morte che degnasse
ancider me, cui la vita nocea;
e anche in prosa, per es. Poliziano, Sermoni, i, di dio : per sua mi-
sericordia forse degnerà rispondere.
15. una cosa ecc., il cuore di Dante, che ardeva d'amore per
Beatrice.
CAPITOLO III 17
che disvegliasse questa che dormia ; e tanto si sforzava
per suo ingegno, che le facea mangiare questa cosa
che 'n mano li àrdea, la quale ella mangiava dubitosa- 20
mente. Appresso ciò , poco dimorava che la sua letizia
si convertìa in amarissimo pianto: e cosi piangendo si
ricogliea questa donna ne le sue braccia, e : con .essa
«'mi parea che sì ne gisse verso il cielo; ond' 10 sostenea
si grande angoscia, che '1 mio deboletto sonno non poteo 25
sostenere anzi si ruppe, e fui isvegliato. E mantenente
■ 19. le facea mangiare ecc. L'idea del cuore mangiato è delle più
diffuse nelle leggende medioevali e procede in parte da superstizioni
popolari, in parte da fatti storici. Al tempo di Dante questa idea era
penetrata in molti racconti tradizionali e in molte novelle di evidente
origine letteraria: basterà ricordare le. avventure di Guiron e d'Ignau-
rès, cantate da due poeti francesi del sec. xìi, il romanzo del castel-
lano di Coucy, il fatto del trovatore Guglielmo di Cabestaing, la no-
vella boccaccesca di Gugjielmo Rossiglione, e rimandare chi voglia
avere più ampie notizie alla dottissima nota del D'Anc. a questo passo.
Dante, che trovò questo qoncetto anche, nella lirica dei trovatori (per
es. nel famoso compianto di Sordello per la morte di Blacatz), lo
tramutò ad una significazione allegorica, per esprimere come l'anima
sua si fosse cpmpenetrata per forza d'amore con quella di Beatrice, la
quale, sebbene renitente, pur aveva finito per cibarsi del cuore di lui.
11 D'Anc. medesimo richiama per maggiore illustrazione di questo
passo' alcuni luoghi di Cino da Pistoia, di Francesco da Barberino/e
' del Petrarca, nei quali l'innamoramento è rappresentato come l'effetto
di un rapimento del cuore dell'uomo, compiuto violentemente dalla .
.donna. Una imitazione palese della visione dantesca è quella del re di
Marmorina descritta dal Boccaccio nel Filocopo, lib. ir, pag. 79. '•■
20; dubitosamente , paurosamente, cfr. in questo cap., 52 e la
nota al cap. xxm, 134. - dimorava, stava.
23. ricogliea: ricogliere è la forma fiorentina del più comune
raccogliere, lat. recolligere; Machiav., Ist. fior., ir, 23, de! cadavere
di Corso Donati: fu dai monaci di San Salvi ricolto e senza al-
cuno onore- sepolto.
25. che 'l mio- ecc., la quale angoscia non fu sopportata dal mio
debole sonno.
26. mantenente, subito; cfr. Guihiz. (p. 34): che mantenente a
terra me dibatti, e anche al cap. v, 16.
Dante — La Vita nuova. 2
18 LA VITA NUOVA
cominciai a pensare; e trovai che l'ora ne la quale
m' era questa visione apparita, era la quarta de la notte
stata: si che appare manifestamente, ch'ella fue la pri-
30 ma. ora de le nove ultime ore de la notte.
Pensando io ciò che m' era apparuto , propuosi di
farlo sentire a molti, li quali* erano famosi trovatori
in quel tempo ; e con ciò fosse cosa che io avesse già
veduto per me medesimo l' arte del dire parole per
. 35 • rima, propuosi di fare un sonetto, nel quale, io salutasse
tutti li fedeli d'Amore, e, pregandoli che giudicassero
28. la quarta de la notte-, essendo la notte di dodici ore, la
\l quarta veniva ad essere la prima delle ultime nove; vedasi la nota a
questo cap. , 43.
.32. sentire, sapere. - trovatori- il nome di trovatore (provenz.
trobaire) fu dato propriamente agli scrittori di rime provenzali , che
trovavano da sé le parole e la musica delle loro poesie ( cfr. Diez,
Die Poes. der Troub., 2 a ediz. pag. 27 e segg.); qui è detto dei poeti
nel volgare italico: i più fampsi trovatori o rimatori al tempo della
• gioventù di Dante erano in Toscana Guittone d'Arezzo, Chiaro Davan-
zali, Bonagiunta Orbiciani e anche Guido Cavalcanti.
33-34. Da queste parole appare che Dante non apprese da alcun
maestro l'arte di rimare; su questo proposito si veda il Bartoli, St.
leu., voi. V, pag. 37 e segg. - l'arte del dire parole per rima, è
l'arte di comporre in poesia volgare, della quale la principale caratte-
ristica è la rima; cfr. cap. xxv, 25: dire per rima in volgare
tanto è quanto dire per versi in latino, secondo alcuna proporzione.
35. Intorno al sonetto, alla sua storia e alla sua teorica vedasi
la mia notizia Sulle forme metriche italiane, Firenze, Sansoni, 1884,
cap. ni, §§ 1-3.
36. fedeli d'Amore: sono gli innamorati, gli spiriti presi d'amore,
ai quali Dante inviò il suo sonetto; nel cap. vili, 32, è dichiarata la
farse: Piangete amanti cosi: sollecito i fedeli d' amore a piangere.
- pregandoli ecc.; il costume di esporre in versi le visioni d'amore
e di domandarne la spiegazione ai confratelli in poesia fu seguito da
altri contemporanei di Dante; per.es. Cino da Pistoia nel son. Tinta
e lassa era già V anima mia (p. 360) narrò una sua visione e ri-
sposero per le rime in altrettanti sonetti messer Nicola, m. Mula da
Pistoia, Cacciamonte da Bologna, Picciolo da Bologna ed altri.
CAPITOLO III 19
la mia visione, scrissi a loro ciò eh' io avea nel mio
sonno veduto ; e cominciai allora questo sonetto :
u [Sonetto -I]* • !
\f.l/ Imvy" i A ciascun' alma presa e gentil core { fr (r -jr' u ^ c -'°~~/
tyj/rtn*-/'*/ / nel cui cospetto ven lo dir presente, 40
i i^yhvfrJ' ^ a c j5 cne jjjì rescriva' in su' parvente,
r tfi/^'iy ' / 4 salute- in lor segnor, ciò è Amore.
J-rf- '^ t Già eran quasi che atterzate l'ore,^**^/"* **fd&
/y ^ del tempo che onne stella n'è lucentè^K.
"■^^' quando m' apparve Amor subitamente, ^x. 45
h./ / eW-Jfà g cu j essenza memorar mi dà orrore. , ^v /? /v^**^
/ Allegro mi sembrava Amor tenendo /" ~~ZSJ$2
7
- /<?
meo core in mano, e ne le bracci' avea , ' L U'&«///\
38. questo sonetto, come le altre poesie che seguitano sino alla f\ /(2*> I
canz. del cap. xix, risente assai nel concepimento e nella forma dei > é-f+v-'^Ji
difetti della vecchia scuola poetica fiorente in Toscana durante la gio- £ -j f&^>
ventù di Dante; la rappresentazione della visione, sebbene non manchi ^« * c£:»j*+»Jì
di pregi stilistici, è appena abbozzata, il linguaggio è qua e là arcaico, r^r^fa v***9 j
e per tutto il sonetto non spirano quella freschezza e quella agilità del
pensiero e della parola, che fanno mirabili altre poesie della V. N.
39. A tutti gli amanti, ai quali è inviato il presente sonetto af-
finché me ne rendano la spiegazione in scritto, mando un saluto nel
nome di Amore, lor signore.
41. in su' parvente, secondo la sua opinione, secondo il giudizio
che farà del sogno.
43. Già erano passate le prime tre ore della notte, di quel tempo
in cui ogni astro risplende a noi mortali ; poiché,' come si è notato so-
pra, 29, la visione era apparsa a Dante nella quarta ora di notte. Se
atterzate significasse che le tre ore erano passate, è evidente che sa-
rebbe inutile il quasi; è probabile quindi che Dante abbia inteso di dire
che la visione gli apparve quando era quasi trascorso il terzo delle
dodici ore della notte, cioè durante l'ora quarta.
44. Par., xx, 5, del cielo:
• subitamente si rifa parvente
.per molte luci, in che una risplende.
45. subitamente, improvvisamente; cfr. la nota precedente, e nel
Par. x, 38: di bene in meglio si subitamente. ■
46. cui essenza ecc., la natura del quale mi fa paura, solamente
a ricordarla. vi.' -*_ / • n y ^f «^
11 madonna, involta 'n un drappo dormendo;
50 poi la svegliava, d'esto core ardendo
lei paventosa umilmente pascea: /«*«,•.**/». j^A-fz/.*.*»^ .
14. appresso gir lo ne vedea piangendo.
>v . C r > Questo sonetto si divide in due parti: che ne la
L- ^ r? ,.' prima parte saluto e domando risponsione, ne la se-
\fcr- • 55 conda significo a che si dee rispondere. La seconda
y/ti 3?/- parte comincia .quivi : Già eran [v. 5].
' ji • A questo sonetto fue risposto da molti e di diverse
49. dormendo, che dormiva: il gerundio in senso di participio è
frequentissimo negli antichi scrittori; cosi si ha ardendo nel verso seg. •
per ardente. Altri es. : Purg., ix, 38: trafugò lui dormendo in le sue
braccia; Purg., x, 56: lo carro e i buoi traendo l'arca sa?ita; Par.,
xvin, 45: com' occhio segue suo falcon volando; Petrarca, canz.
Chiare, fresche^ 16: ch'amor quest'occhi lagrimando chiuda e
canz. Una donna, 17: pien di vaghezza giovenile ardendo; Boc-
caccio, Dee, i, 548: lo veglio della montagna quando alcun vo-
leva, dormendo, mandare nel suo paradiso; Ariosto, Ori. fur.; xi,
58: che la lasciò nell' isola , dormendo.
52. Il D'Anc. osserva che «qui nel sonetto, scritto subito appresso
alla visione, Dante vede Amore gire soltanto, andarsene senza avver-
tire dove, verso che parte: e nella narrazione in prosa, scritta più
tardi, aggiunge mi parea che se ne gisse verso lo cielo, dacché solo
dopo la perdita dell'amata che aveva reso manifesto anche alli più
sémplici il verace 'giudicio, era chiaro che quell'atto d'Amore signi-
ficasse la precoce disparizione di Beatrice dal mondo, e la sua assun-
zione nel reame ove gli angioli hanno pace'».
54. saluto i fedeli d'amore adornando risponsione, spiegazione
alla mia visione.
55. sigoii fico, narro ed espongo la visione, alla quale si deve* ri-
spondere.
57. A questo sonetto fue risposto da molti ecc., s'intenda che
molti poeti mandarono a Dante lor sonetti di risposta spiegando la
visione, in diversa maniera, con diverso giudizio. Di queste risposte
tre ci rimangono: quella del Cavalcanti; quella che va sotto il nome
di Dante da Maiano, che non riferirò poiché non è se non una serie di
insolenze contro l'Alighieri e perché intorno a quel rimatore e alle
sue poesie si sono recentemente sollevati dei dubbi, specialmente dal
Borgognoni (Dante da Maiano, Ravenna, David, 1882), secondo il
quale le poesie che gli si attribuiscono sarebbero una falsificazione
CAPITOLO III 21
sentenzie, tra li quali fue risponditore quelli, cu' io
chiamo primo de li miei amici ; e disse allora un sonetto
del cinquecento; e finalmente quella di Cino da Pistoia, altro amico
dell'Alighieri, contenuta nel seguente sonetto (p. 209):
Naturalmente chere ogn' amadore
di suo cor la sua donna far saccente, . J - /- <*
e questo per la v ision presente ^/"^««r « «^t<rfi / '"
<4 intese di mostrare a te Amore,
in ciò che dello tuo ardente core
pasceva la tua donna umilemente,
che lungamente stata era dormente
f{ involta in drappo, d' ogni pena fore.
Allegro si mostrava Amor, venendo
a te per darti ciò che '1 cor chiedeà,
// insieme due coraggi comprendendo;
e F amorosa pena conoscendo
che nella donna conceputo avea,
Hi per pietà di lei pianse partendo.
Osserva il Lue. che Cino da Pistoia, nato intorno al 1270, non poteva
nel 1283 rispondere per le rime al sonetto di Dante;, ma è da notare
che la data della nascita di Cino è del tutto ipotetica e nulla vieta di nt.as-f**--
respingerla più indietro di qualche anno (cfr. Chiappelli, Vita e opere
giuridiche di C. da P. Pistoia, 1881, p. 23), e che poi, in ogni caso
non è assolutamente necessario il ritenere che le risposte al sonetto
di Dante fossero tutte dell' anno medesimo al quale si suol riferire la
visione": anche qualche tempo di poi; poteva Cino, quasi per introdursi
nell'amicizia dell'Alighieri, rispondere ad un suo sonetto, che doveva •
esser rimasto famoso. Del resto, è osservabile il fatto che il sonetto
Naturalmente chere ecc. in un codice molto autorevole del sec. xrv x.***^'" -
è attribuito a Terrino da Castelfiorentino, rimatore alquanto più vec- • - c Vu "*"
chio di Cino. 9u m 4*tty**£/ t fi& &* &f4&4 j&rfyi** -^ ■ ~VTTJio,io6o.
.59. Il primo degli amici di Dante fu Guido Cavalcanti fiorentino,
figlio di m. Cavalcante, quello stesso che è ricordato fra gli epicurei
nell' Inf., x, 52-72 : doveva essere ' alquanto più vecchio dell'Alighieri,
se nel 1267 sposò la figlia di Farinata degli Uberti e nel 1284 fu dei
consigli della repubblica. Di una contesa fra lui e Corso Donati veg-
gasi. Dino Compagni, Cronaca, lib. I, cap. 20. Nel 1300 fu con altri
di parte ghibellina confinato a Sarzana, donde ritornò malato di febbri,
e il 27 d'agosto dello stesso anno mori. Per i suoi amori vedasi la nota al
cap. xxiv, 14 ; per le sue poesie, che insieme a quelle di Dante e di Cino
sono le più belle liriche italiane del sec. xnt, si possono consultare gli
studi dell'Arnone nella Rivista Europea' (aprile e maggio 1878), del
Ronconi nel Propugnatore ( an. XIV, disp. i), del Capasso, Le rime
XXL/ S-^^'TFrA
22 LA' VITA NUOVA
60 lo quale comincia: Vedesti al mio parere onne va-
lore. E questo fue quasi lo principio de l' amistà tra lui
e me, quando elli seppe eh' io era quelli che li avea ciò
mandato. Lo verace giudicio del detto sogno non fue
veduto allora per alcuno, ma ora è manifestissimo a
65 li più semplici.
di G. Cavalcanti, Pisa, 1879, e il bel capitolo del Bartoli, Storia della
lett. ital., voi. IV, p. 135-170. Le rime del Cavalcanti furono raccolte
in un volume dall' Arnone (Firenze, Sansoni, 1881), e sono due canzemi,
undici ballate, trentasette sonetti e tre componimenti di vario metro.
60. Ecco il sonetto del Cavalcanti ricordato da Dante (p. 58):
Risponde Guido a Dante, A ciascun alma.
Vedesti al mio parere ogni valore
e tutto gioco e quanto bene ora sente,
se fosti in prova del segnor valente
che segnoreggia il mondo de l'onore, »
-poi vive in parte, dove noia more
e tien ragion nella pietosa mente,
si va soave pe' sonni a la gente,
che cor ne porta senza far dolore.
Di voi lo core ne portò, veggiendo
che vostra donna la morte chedea :
nodri la d' esto cor di ciò temendo.
Quando t' apparve, che sen già dogliendo, .
fu dolce sonno ch'allor si compiea,
che '1 su' contraro la venia vincendo.
d
63. Lo verace giudicio ecc. Sebbene Dante affermi che nessuno
interpètró rettamente il suo sogno, pare che il Cavalcanti si accostasse
più degli altri alla vera spiegazione, poiché egli intese che Amore
portò il cuore di Dante alla donna pensando che questa fosse per mo-
rire presto ( la morte chedea . . . la tua donna, cioè la voleva come
fosse sua, mostrava di essersene quasi impadronita: e in ciò si avrebbe
una conferma dell' ipotesi che da segni esterni corporei fosse facile a
Dante il presagire prossima la morte di Beatrice). Cino da Pistoia
diede una spiegazione più scolastica, ma letteralmente più vera : il so-
gno aver dimostrato nei suoi particolari l' innamoramento di Dante e
della donna, per pietà della quale, cioè del nuovo sentimento susci-
tatole in cuore, Amore se ne andava piangendo, come quegli che ben
conosceva d'esser fonte di molti e forti dolori/
CAPITOLO" IV 23
IV
Da questa visione innanzi cominciò lo mio spirito
naturale ad essere impedito ne la sua operazione, pe-
rò che l'anima era tutta data nel pensare di questa gen-
tilissima ; ond' io divenni in picciol tempo poi di si fraile
e debole, condizione, che a molti amici pesava de la 5
mia vista: e molti pieni d'invidia già si procacciavano ^ "'. " ^"
di sapere di me quello eh' io volea del tutto celare | '^
ad altrui. Ed io, accorgendomi del malvagio domandare ÀtM-^Myi
che mi faceano, per volontà d'Amore, lo qual mi co- ^jf^£^.
mandava secondo -'1 consiglio de la ragione , rispondea io
loro, che Amore era .quelli che così m' avea gover-
nato: dicea d'Amore, però eh' importava nel viso
IV. — 1. Vedi nel cap. i, 25: « lo spirito' naturale. . .piangendo disse
■queste parole: heu miseri quia frequenter impeditus ero deinceps».
3. data ecc., occupata dal pensiero di Beatrice.
4. fraile, frale, da fragilis.
5. pesava, rincresceva: cfr. G. Cavale, (p. 30):
Novella doglia m' è nel cor venuta,
la qual mi fa doler e pianger forte;
e- spesse voke avven chi mi saluta
'tant' ho di presso l'angosciosa morte,
che fa 'n quel punto le persone accorte,
che dicono infra lor: quest' ha dolore , ,
e già, secondo che ne par di fore, »
dovrebbe dentro aver novi martiri.
6. invidia, il Giul. e il Witte spiegano per malignità, in rela-
zione al malvagio domandare- che quei molti facevano; il Card, in-
vece riferirebbe questa invidia alle parole che Dante si sentiva dir
dietro assai spesso: deh, per qual dignitate cosi leggiadro questi lo
cor have? Meglio, forse, il Renier crede che invidia sia usata qui,
«come il prov. enveja, nel senso di desiderio. - si procacciavano, si
studiavano, si sforzavano.
10. secondo 'l consiglio de la ragione; cfr. cap. i, 43: sanza 'l
fedel consiglio de la ragione.
11. governato, cioè ridotto cosi frale e debole da far pietà; Purg. t
24 LA VITA NUÒVA
tante de le sue insegne, che questo non si-poria rico-
vrire. E quando mi domandavano : «per cui t'ha cosi
!5 distrutto .questo amore? » ed' io sorridendo li guardava,
e nulla dicealoro.
V *
Un giorno avvenne che questa gentilissima sedea
in parte, ove s'udiano parole de la reina de la gloria,
xxm, 35: Chi crederebbe che l'odor d'un pomo
si governasse, generando brama ■ ■
e quel d' un' acqua non sappiendo comò ;
e Inf., xxviii, 126:
coni' esser può .quei sa che si governa.
13. insegne, segni, indizii; cfr. il Pètr. , canz. Amor, se vuoi, 14:
Ritogli a morte quel ch'ella n'ha tolto
e ripon le tue insegne nel bel volto;
e in un madrig. : . '
v/. /. Perché al viso d'Amor portava insegna ; »
e il CavalcTTp.. 62 ) :
nostro stile,
lo quale porta di merzede insegna.
- non si porta; più regolarmente si direbbe ora non si sarebbe po-
tuto, o, come fu corretto in altri testi, non sipotea: ma lo scrittore
considerò come presente e generale il fatto che non si nascondono i
segni dell'amore, e però scrisse non si porta.
14. per cui, per quale donna ecc.
15. distrutto; G. Cavale (p. 16):
li spiriti, fuggiti del mio core,
.che per soverchio de lo su' valore
eran distrutti ecc. ;
e anche (p. 51 ):
guardate l' angosciosa vita mia,
che sospirando la distrugge amore.
-sorridendo; il perché di questo sorriso e silenzio, osserva il Giul.,
ognuno che abbia cuore l'intende, e sa come talora siano eloquenti
sopra ogni parola.
V. — 1-. questa gentilissima, Beatrice, cosi indicata anche nel
cap. iv, 3. ■
2. in parte ecc., in un luogo, in una chiesa nella quale si cari-
CAPITOLO V 25
ed io era in luogo, dal quale vedea' la mia beatitudine:
e nel mezzo di lei e di me, per la retta linea, sedea
una gentile donna di molto piacevole aspetto, la quale 5
mi mirava spesse volte, maravigliandosi del mio sguar-
dare, che parea che sopra lei terminasse ; onde molti
s'accorsero del suo mirare. Ed in tanto vi fue posto
mente, che, partendomi di questo luogo, mi sentio dire
appresso di me: « Vedi come cotale donna distrugge la w
persona di costui » ; e nominandola, intesi che dicea di
colei, eh' era stata nel mezzo de la ritta linea la qual
movea da la gentilissima Beatrice e terminava ne gli
occhi miei. Allora mi confortai molto, assicurandomi
che '1 mio segreto non era comunicato , il giorno, al- is
trui per mia vista. E mantenente pensai di fare di
questa gentile donna schermo de la veritade ; e tanto
ne mostrai in poco di tempo , che il mio segreto fu
tavano laudi e si recitavano^ preci alla Vergine. - reina de la gloria;
cfr. cap. xxvin, 6 : quella reina benedetta Maria ecc.
7. sgùardare, è propriamente guardare continuatamente, senza mai
rivolgere gli occhi altrove. - terminasse, andasse a finire, fosse rivolto.
8. in tanto, cosi; con tale attenzione.
■ 10. cotale, qui è posto genericamente invece del nome della gen-
tildonna.
11. nominandola; Dante non ha voluto lasciarci il 'nome della
donna, che gli fu primo schermo all'amore di Beatrice; ma lo Scar-
tazzini nel suo commento alla Biv. comm. (voi. II, pag. 595-617) ha
sostenuto cpn molti e sottili argomenti che essa sia da identificare
colla Matelda del Purg., xxvin e segg.: se non che la' sua conget-
tura, per quanto osservàbile, non ha incontrato il favore dei dotti.
15. 'I mio segreto -ecc.; l'amore per Beatrice, eh' io voleva tener
segreto, non era stato in quel giorno rivelato agli altri per mia vista,
cioè non ostante che i miei occhi l'avessero di continuo riguardata.
- i\ giorno, in quel giorno, cfr. cap. in, 13: il Card, cita a questo
luogo i versi del Poliziano: ch'io mi credetti, il giorno, Fosse ogni S
dea di del discesa in terra. f&/fc ; e>'*°-pt*- / v/Jt's?*<r- /?<*-/. ^•rf:
26 LA VITA NUOVA
creduto sapere da le più persone che di me ragiona-
-20/ vano. Con questa donna mi celai alquanti anni e mesi;
/ e per più fare credente altrui, feci per lei. certe co-
/ sette per rima, le quali non è mio intendimento di
/ scriverle qui, se non in quanto facesse a trattare di
I quella gentilissima Beatrice; e però le lascerò tutte,
/ss salvo che alcuna cosa ne scriverò, che par che sia
/ loda di lei.
Dico .che in questo tempo , che questa donna era
schermo di tanto amore, quanto da la mia parte, si mi
venne una volontà di volere ricordare il nome di quella
gentilissima, e d'accompagnarlo di molti nomi di donne,
19. fu creduto sapere; un uso analogo del .verbo sapere è nel
Conv., iv, 17". le vertù morali paiono essere e èieno più comuni e
più sapute e più richieste che le altre.
22. certe cosette per rima; intorno alle poesie di Dante scritte
per questa donna cfr. la Notizia sulla V. N., § 6. Cino da Pistoia
dice delle sue poesie (pag. 254):
queste cosette mip da chi le tolgo .
ben lo sa Amor, dinanzi a cui le squadro.
23. facesse, convenisse, fosse opportuno.
25. alcuna cosa, cioè alcuna parte delle cosette per rima, qual-
cuna delle poesie composte per la donna dello schermo : sono il sonetto ii
e il serventese accennato nel cap. seguente.
•VI. — 2. quanto da la mia parte; il Lue. mette in correlazione
il quanta al tanto amore del quale la donna era schermo, interpre-
tando: quanto io, da parte mia, ne nutriva per Beatrice; intenderei
invece quanto da la mia parte per una formula restrittiva da interpre-
tare: quella donna era schermo del vero amore, ma solamente per
me, quanto dalla mia parte, poiché per gli altri io ne era innamorato
davvero (cfr. cap. v, 10: vedi come la cotale donna distrugge ecc.)
4. quella gentilissima; Beatrice, che è indicata cosi anche nei
capp. iv, 3 e v, 1.
/^ì
CAPITOLO VI 27
e specialmente del nome di questa gentile donna ; e 5 f^S^^
presi li nomi di sessanta le più belle donne de la cittade, *-~~ * " S? ^
dove la mia donna fue posta da l'altissimo sire, com- ^y^
puosi una pistola sotto modo di serventese, la quale 1^& «4.'/.
10 non scriverò : e non n avrei fatto menzione se non t^,^ a- «*.;.
per dire quello, che componendola maravigliosamente 10^'^.
6. Zi nomi di sessanta ecc. ; chi fossero le donne che Dante ricor- *^ £o^*~****^
dava nella sua epistola non sappiamo : ma fra esse dovevano essere^^v* ^^/C
la donna dello schermo, Beatrice, e l' amante di Lapo Gianni (cfr. lay _^ ^.,^..."1
nota a questo cap., 9). yjfe *£* *f
8. una pistola sotto modo di serventese; intorno al serventese /*/** "'"'frt
e ai suoi caratteri metrici è da vedere la cit. notizia Sulle forme *2J*^ff*'-
metr. ital., cap. v, § 1. Di questa epistola di Dante non abbiamo lm ^t r -\jL-
alcuna traccia nei molti manoscritti delle sue rime: due poesie per /,„« «^ »?
altro di argomento non molto dissimile ce ne possono dare un'idea, ***y~/f* m ^*"-
e sono il frammento di capitolo in terza rima, attribuito al Boccaccio *"'*->' jl^ 5 *
(in Manni, Stor. del Decameron., pag. 143), nel quale sono ricordate
col loro proprio nome dodici donne fiorentine, e il serventese di
. A. .Pucci composto nel 1335 in lode delle belle donne di Firenze (in./?^f/ A y■
D'Anc, pag. 47-51). Non molto diversa doveva esser l'epistola àir UAt ' e,r/
Dante, la quale fu forse composta in terzine e inspirata da consimili /^ ' ' "-**~
poesie di trovadori provenzali, come Y amoroso carroccio di Rambaldo " '
di Vaqueiras (in Bartsch, Chrest. proveng., pag. 126), la tregua di
Guglielmo della Torre (in Suchier, Denkm. provenz. Liter., I, 323),
i serventesi di Alberto da Sisteron ( in Herrig, Archìv. XXXII, 407 )
e di Amerigo di Bellinoi (in Mahn, Gedichte der Troubad., I, 60)
ed altre, nelle quali sono encomiate e ricordate coi loro proprii nomi
molte gentildonne italiane del secolo -xm.
9. la quale io non scriverò; il Renier sostiene, sebbene dubitosa-
mente, che Dante non abbia mai scritto questa, epistola, ma che ne
parli nella V. N. solo per dire che la sua donna vi teneva fra le altre
il numero nove: « ognuno può vedere, dice egli, quanto dovesse re-
pugnare allo spirito di Dante, cui una sola pareva donna, l' encomiarne
sessanta in un suo componimento poetico ». Ma si osservi anzitutto che
Dante non dice di avere encomiate in quel serventese le sessanta più
belle donne della città, ma soltanto di averle nominate accanto a Beatrice
e alla donna dello schermo; si che l'argomento tratto dalla ripugnanza
k di Dante non ha alcun valore. E poi, abbiamo un bellissimo sonetto
dell'Alighieri (pag. 171), nel quale egli esprime il voto di trovarsi per
%K*j£$y-h&^'jsj^ ] A ' ^— ^^ "'■■"' ^5^" '
4t
28
v 'la vita nuova r SS*?* . .
addivenne, ciò è che in alcuno altro numero non sof-
ferse lo nome de la mia donna stare, se non in sul
nove, tra li nomi di queste donne. ^
..-■ , VII
La donna, co la quale io avea tanto tempo celata
la mia volontade, convenne che si partisse de la sopra-
detta cittade, e andasse in paese molto lontano : per che
io , quasi sbigottito de la bella difesa che mi era ve-
• ,5 nuta meno, assai me ne disconfortai più eh' io mede-
simo non avrei creduto dinanzi. E pensando che, se
de la sua partita io non ' parlassi alquanto ■ dolorosa-
mente, le persone sarebbero accorte più tosto del mio
nascondere, propuosi di farne alcuna lamentanza in un
forza d'incanto in una nave nell' ampieeza infinita dell'oceano, insie-.
me ai suoi amici. Guido Cavalcanti e Lapo Gianni, e nella compagnia
delle loro donne;
E monna Vanna e monna Bice poi
con quella eh' è sul numero del trenta
con noi ponesse il buono incantatore.
Vanna è la donna del Cavalcanti (cfr. cap. xxiv, 15), Bice è la gen-
tilissima della V. N., e l'altra è la donna. di Lapo, che stava sul
numero del trenta, era cioè la trentesima nel serventese che enar-
rava i nomi delle sessanta belle fiorentine: il quale, non solo •fu scritto
dall' Alighieri,, ma doveva esser notissimo, almeno ai suoi amici, se
con un richiamo adesso poteva essere indicata la donna del Gianni.
11. non sofferse ecc.; vuol dire che il nome di Beatrice non potè
per ragioni formali, o di rima o di verso, esser allogato nell'epistola
se non come nono nella serie dei sessanta nomi; e ciò, vero o falso,
è in relazione cogli altri luoghi di questo libro, sui quali cfr. il § 5
della Notiz. sulla V. N.
VII. — 3. in paese -molto lontano; cfr. la nota al cap. ix, 3;
7. partita*, partenza; è una forma usata spesso da Dante, per es.
Inf., xxii, 79. - parlassi, parlare è usato qui genericamente per dire
in rima.
CAPITOLO VII 29
sonetto, il quale io scriverò; per-efè che la mia donna io «ec.***
fue immediata cagione di certe parole, che nel sonetto v^ r ;
sono, si come appare a chi lo intende: e allora dissi / . !
questo sonetto &%&■ gsmt^^ - : Vu "1
[Sonetto II]
voi, che per la via d'Amor passate,
attendete, e guardate 15
s 1 egli è dolore alcun, quanto '1 mio grave :
e prego sol, eh' audir mi sofferiate ;
10. la mia donna ecc. Sebbene il sonetto sia scritto per la par-
tenza della donna dello schermo, alcune parole di esso' accennano, a
Beatrice; poiché nella parte che si riferisce alla prima è accennata
la gioia che per amore veniva a Dante, mentre in quella che riguarda
Beatrice si accenna invece la dolorosa condizione nella quale si trovava,
apparentemente per l'allontanamento della donna che egli fingeva
d'amore, ma realmente perché il suo amore vero nefn conseguiva una
soddisfazione piena ed intera.
13. sonetto', è propriamente un sonetto doppio, varietà del sonetto
comune, della quale vedi la mia notizia Sulle forme met. it., cap. in,
§ 4. Del resto questo sonetto, per la mancanza di sentimento vero
e di fantasia, e per la ricerca più artificiosa delle difficoltà metriche
e della lingua più arcaica, è da ricongiungere alla lirica d'imitazione
provenzale e alla poesia di scuola guittoniana, alla quale appartenne
nella sua. gioventù anche l'Alighieri.
14. voi ecc. È una parafrasi del passo di Geremia riferito da
Dante stesso in fine di questo cap., 36; il Le Clerc suppone imitata
. questa espressione da un passo consimile del poeta francese Rutebeuf, 3é ttfpszfeuf-
ma il Card, osserva' con ragione che le lamentazioni di Geremia erano rj~ ,/ *~~f~ — .
tanto popolari che potevano dar argomento d'imitazione cosi in'Francia jMm,
come in Italia, cosi a poeti letterati come a rimatori volgari, e cita -7
questi . bellissimi versi del Poema della passione:
O tutti voi che passate per via • *
attendete e guardate se dolore
■simil si trova alla gran doglia mia;
pietà vi prenda del mio dolce amore
e di' me madre vedova Maria ecc.
17. sofferiate; sofferire è frequentemente usato dai nostri poeti
nel senso di sopportare, sostenere, consentire; cfr. fa nota al cap. xix, 39.
cf
* AI-
30 s / LA VITA NUOVA \^ ~y^ —
e poi imaginate ^^*X
6 s' io son d' ogné tormento ndrptin e chiave.
?"/, ii/k ^T^Amor, non già per mia poca bontate,
' ma per sua nobiltate,
mi pose in vita si dolce e soave,
ch'i' mi sentia dir dietro spesse fiate:
* ' « Deo ! per qual dignitate
25^ jZ\ 12 cosi tleggiadro questi lo cor have ! » "*
Or ho perduta tutta mia baldanza,
„ che si movea d' amoroso tesoro ;
(-tyft^- ""'19. 5' 20 son ecc., cioè se io accolgo in me ogni dolore e se io-.
'"'% ne sono oppresso. - chiave, esser chiave di qualche affetto o qualità
^ vuol dire averne il possesso, risentirne gli effetti ecc. Il trov. provenz.
Arnaldo di Maroill chiama la sua donna chiave di fin 'pregio (Bartsch,
Chr., pag. 96); Baldo da Passignano (Ant. rim. volg., Ili, 203): e voi
che siete d'ogni gioia chiave; e Pier della Vigna nell'In/"., xm, 58,
dice: Io son colui che tenni ambo le chiavi Del cor di Federigo "ecc.
- ostello, è in generale il luogo nel quale uno è accolto; vedansi i
vari usi che Dante fa di questa voce nel Purg., vi, 76, Par., vm»
129, xv, 132, xvii, 70, xxi, 129 ecc.
Iti3)' 20. non già per mia poca boutade, non già per il mio scarso,
' tenue merito; cfr. Par., xvi, 1: O poca nostra nobiltà di sangue.
21. ma per sua nobiltate; cfr. Conv., 111, 8: « amore.... cioè
diritto appetito, per lo quale e del quale nasce origine di buono
pensiero: e non solamente fa questo, ma disfà e distrugge lo suo
contrario , cioè li vizii innati , li quali- massimamente sono de' buoni
pensieri nemici ». Si veda anche la nota al cap. xm, 6.
24. per qual ecc. Il Tod. scrive: «Il significato di questo con-
cetto, secondo il mjo parere, è il seguente: com'è fatto degno co-
stui di riporre gli affetti del suo cuore in cos'i leggiadra donna ?
ovvero: per qual merito è concesso a costui di amare si leggiadra
donna? Se questo poi è, come io credo, il concetto racchiuso ne' due
versi, ne viene che qui la parola dignitate sia usata in un significato
affatto insolito, e valga: ragione d'esser degno d'alcun bene, merito ».
Il Giul. interpreta diversamente il leggiadro e lo intende per bello,
gentile, fatto perciò all'amore; cosi che i due versi sarebbero da
spiegare: per qual privilegio costui ha l'animo cosi ben disposto al-
l' amore ?
26. Or ho perduta ecc., cfr. la nota a questo cap., 10. - tutta
mia baldanza, ogni mia gioia, che procedeva dal mio amore.
CAPITOLO VII 31
ond' io pover dimoro
16 in guisa, che di dir mi vien dottanza.
. Si che, volendo far come coloro, 30
che per vergogna celar lor mancanza, ,/t "■»
di for mostro allegranza,
20 e dentro da. lo core struggo e ploro.
Questo sonetto ha due parti principali : che ne la , <^;
prima intendo chiamare li fedeli d'Amore per quelle 35
parole di Geremia profeta : vos omnes, qui tran-
sitis per viam, attendate et videte, si est dolor sicut
dolor meus; e pregare che mi soffermo d' audire. Ne la
seconda narro là ove Amore m'avea posto, con altro
29. in guisa, che ecc., temo di parlare, di esprimere in versile
perturbazioni del mio spirito. - dottanza, dubitanza, timore,, per es.
Cino: E chi le conterà la morte mia Non so, eh' amor medesmo
n' ha dottanza.
31; che .... celar, nascosero per ritegno i loro difetti.
32. allegranza, allegria, gioia. « Si dice comunemente, scrive il
Gaspary (La' stuoia poetica sic, pag. 272) esser tolti dal provenzale
i sostantivi femminili in -anza ed -enza ... e difatti tali formazioni
sono tanto più numerose presso gli antichi poeti che non nella lingua
posteriore, da dover ben ammettere che il provenzale, che pure le
amava, abbia contribuito al loro aumento. Ma ciò che sopratutto vi
spinse i primi scrittori fu il bisogno di comode rime in un modo di
parlare ancora inabile e povero: ed è perciò che tali parole spesseg-
giano appunto nella rima. Se pertanto in questo fatto si scorge una
•tendenza promossa dal provenzale, tuttavia non si ha ancora il diritto
di riguardare come provenzale ciascuna siffatta parola in particolare.
I due suffissi -anza .(antia) ed -enza (entia) non* sono meno italiani
che provenzali, e possono produrre nuove formazioni tanto bene nel
primo idioma quanto nel secondo, e, quantunque noi non possediamo
nella sua integrità il lessico provenzale, nondimeno si dubiterà con
buona ragione rispetto a molti sostantivi italiani di questa fatta , se
essi mai esistessero in provenzale ».
36. vos ecc., è un versetto delle lamentazioni di Geremia, 1, 12.
39. là ove, cioè nella condizione di una vita dolce e soave.
32 LA VITA NUOVA
intendimento, che l'estreme parti del sonetto non mo-
40 strano : e dico eh' i' ho ciò perduto. La seconda parte
comincia quivi : Amor non già [v. 7].
Vili
• Appresso lo partire di questa gentil donna, fu
piacere del signore de li angeli di chiamare a la sua
gloria una donna giovane di gentile aspetto molto,
la quale fu assai graziosa in questa sopradetta cit-
5 tade; lo cui corpo io vidi giacere sanza l'anima in
mezzo di molte donne, le' quali' piangeano assai pie-
tosamente. Allora, ricordandomi che già l'avea veduta
((<a ia»(c6- 40. l'estreme parti del sonetto, sono i due pied?, cioè i v. 13-20;
cfr. la nota in questo cap., 10.
Vili. — 2. signore de li angeli, Dio tme è signore degli spiriti
più eletti del cielo, degli angeli che costituiscono il primo dei nove
ordini delle creature spirituali; cfr. a questo proposito le idee esposte
da Dante nel Conv., li, 6. Nel Par., x, 53, Dio è detto il sole degli
angeli.
3. una donna giovane di gentile ecc. Il Minich (Sulla Matelda
di Dante, Venezia, 1862) mise fuori dubbiosamente l'ipotesi che
questa giovane, della quale Dante piange la morte, sia da identificare
colla Matelda del Purgatorio; poiché, egli scrisse « dall'epoca della
celebre contessa di Toscana quel nome di Matelda esser doveva in
Firenze abbastanza comune, e se la congettura non è in verisimile,
convien pensare che Dante abbia voluto rinnovare a sé stesso la dolce '
impressione di un'affettuosa rimembranza ». Ma lo Scartazzini (Comm.
il, 612), il quale riconosce nella Matelda. un'altra delle donne della
V. N. (cfr. cap. v, 11), osserva come dal .racconto di Dante risulti che
egli non ebbe alcuna relazione colla donna, compianta nelle poesie
di questo cap., e che fu indotto a piangerla solo dal ricordo di averla
vista qualche volta in compagnia di Beatrice.
5. lo cui corpo ecc., il corpo della quale giovane io vidi circondato
da molte donne piangenti.
6. piangeano assai pietosamente; cfr. Inf., xiv, 20: chepiangean
tutte assai miseramente.
fare compagnia a quella gentilissima, non poteo soste-
nere alquante lagrime ; anzi piangendo mi propuosi di
dire alquante parole de la sua morte in guiderdone di io
•ciò, che alcuna fiata l'avea veduta con la mia donna.
E di ciò toccai alcuna cosa ne l'ultima parte de le pa- /
role -ebe-io ne dissi, si come appare manifestamente a ^^t r -
chi lo 'ntende: e dissi allora questi due sonetti; de li ^^V* - J '
quali comincia il primo Piangete amanti, il secondo 15
Morte villana.
[Sonetto III] ABBA.A8BA>- tx&.itC,
Piangete, amanti, poi che piange Amore,
udendo qual cagion lui fa plorare :
8. quella gentilissima, Beatrice; cfr. capp. iv, 3; v, 1; vi, 4.
12. E di ciò, cioè dell'aver già veduto qualche volta questa giovane
in compagnia di Beatrice. - toccai alcuna cosa ne V ultima parte
de le parole ecc. Il Frat. e il Witte intendono che Dante voglia
riferirsi ai v. 19-20 del son. iv; il Card, invece pensa che accenni ai
v. 9-14 del son. ni: io inclinerei a ritenere che Dante abbia voluto
alludere a Beatrice in ambedue i sonetti, e spiegherei la frase ne
V ultima parte de le parole così: sulla fine di ciascuna delle poesie ecc.;
cfr. del resto le note a questo cap., 26, 55-58 e 63.
17. Piangete amanti ecc. Nota il Card, che di questo principio
si ricordò il Petrarca nel son. in morte di Cino da Pistoia:
Piangete, donne, e con voi pianga Amore,
piangete, amanti, per ciascun paese;
poi che morto è colui che tutto intese
in farvi, mentre visse al mondo, onore.
Si può aggiungere che l'uno e l'altro presero la mossa dai noti versi
di Catullo, ni:
I.ugete, o Veneres Cupidinesque
et quantum est hominum venustiorum.
-poi che piange Amore; il Frat., il Giul. e il Witte credono che in
tutto il sonetto sia indicata Beatrice col nome d'Amore, come nel
son. del cap. xxiv; crederei invece che la ideale identificazione di
Beatrice coli' Amore si abhia solamente negli ultimi sei versi: primo»
perché Dante ha già avvertito che il senso riposto dei suoi concetti
Dàntb — La Vita nuova. 3
34 LA VITA NUOVA
///
\.asvl.
A
Amor sente a pietà dorme chiamare,
20 4 mostrando amaro duol per gli occhi fore ;
perché villana morte in gentil core
ha messo il suo crudele adoperare,
guastando ciò eh' al mondo è da laudare
8 "_in gentil donna, fuora de l' onore. ■'■ <
«w«^/u. 25 % I Udite quanto Amor~le fece orranza; l '' '' "- ''■'■'/}'■' "
yUttr**to ,(*!*■'*■ I ch ,j ^ y ifò lamentare in forma vera / ■** Jowpji-
PT £. 11 ] sovra la morta imagine avvenente, *v^f «olrv* 2
e riguardava verso 1 ciel sovente,
ove l'alma gentil già locata era,
30 14 ^ che donna fue di si gaia sembianza.
si deve cercare ne l'ultima 'parte de le parole; secondo, perchè
anche nel sonetto del cap. xxiv sono indicate contemporaneamente
col nome di Amore la personificazione dell'affetto e Beatrice.
19. sente a pietà donne chiamare, cioè sente le donne chiamare,
piangere pietosamente.
21. villana morte; cfr. in questo medesimo cap., 39: Morte
villana; e Giacomino pugliese (Ant. rim. volg., I, 379): Villana
-morte che non ha' pietanza.
23-24. guastando ecc. La maggior parte degli interpreti spiegano:
J^ « guastando, fuor dell'onore che non può dalla morte ricevere detri-
' mento alcuno, tutto ciò che al mondo è da lodare in una donna
gentile, cioè la gioventù, la bellezza ecc. » Il primo ad avvertire la
falsità di questa interpretazione fu il Card., il quale perciò accennò-
favorevolmente all'emendazione proposta dal Dionisi (Anedd., v, 24):
gentil donna suora dell' onore. Ma non c'è bisogno di metter le-
mani sulla lezione volgata che è quasi di tutti i testi, e si può spiegare
cosi: « guastando ciò che, oltre l'onore, si deve lodare in una donna
gentile »• e questa interpretazione è confermata dal passo parallelo
di questo stesso cap., 51-54.
25. Udite ecc. Cino (p. 27): Io veggio Amor visibil che l'adora,
E falle riverenza, si è bella.
26. in forma vera, non già per mia fantasia, ma personificato
nelle sembianze di Beatrice, la quale, come dice al cap. xxiv, 51, ha
nome Amor si gli somiglia.
30. che donna fue ecc., che in terra era stata signora di un corpo
cosi avveuente. - gaia, bella, si dice di una donna in quanto la sua
bellezza è principio di gaudio all'uomo; ed è in questa significazione
parola venuta ai nostri poeti dai provenzali.
*T~Ju ^£\ *"•***., £*~/ *^ A~?M~~*-
CAPITOLO Vili 35
Questo primo sonetto si divide in tre parti. Ne la
prima chiamo e sollicito li fedeli d'Amore a piangere;
e dico del signore loro che piange, e dico udendo la
cagione perch' e' piange, acciò che sf acconcino più ad &
ascoltarmi ; ne la seconda narro la cagione ; ne la terza 35
parlo d'alcuno onore, che Amor fece a questa donna.
La seconda parte comincia quivi: Amor sente [v. 3],
la terza quivi : Udite [v. 9]. ^ ^ ^^
[Sonetto IV] CMX.. tMc.
Morte villana, di pietà nemica,
di dolor madre antica, 40
giudicio incontrastabile, gravoso, /**•&%/&&/>£.;. /^^,/C^
' poi che hai data matera al cor doglioso,
jond' io vado pensoso,
6 di te blasmar la lingua s' affatica.
2 ^~E' s' io di grazia ti vo' far mendica, 45
conviene si eh' io dica
32. fedeli d'Amore, gli amanti, servi d'amore; secondo il Renier
si avrebbe qui un accenno agli iniziati in quella spiritualizzazione
poetica dell' amore, che a traverso tutti gli stadii poetici anteriori era
giunta dalla Provenza allo stil nuovo.
39. Morte villana ecc. Sebbene per i particolari di lingua e di
stile non siano spregevoli, questo sonetto e l'antecedente cosi per la
materia come per la forma rientrano nel gruppo delle poesie di Dante
che risentono l'influenza dei poeti anteriori. Il sonetto doppio è nel
canzoniere dell'Alighieri un misero strascico della metrica guittoniana;
e l' invettiva contro la morte è uno dei luoghi comuni della poesia del
dugento (cfr. gli esempi raccolti dal Card, nelle note a questo sonetto).
45. E s'io di grazia ti vo' far ecc; l'interpretazione più retta è
quella data già dal Dionisi (Anedd. iv, 108) : « se voglio farti odiosa
e abominevole al mondo, non basta ch'io m'affatichi a dirti villana
e di pietà nimica, ma bisogna che per me si palesi l'enorme fallo
da te commesso in far morire quella donna; non perché la gente
non sappia il misfatto tuo, che lo sa, ma perché s'adiri contro di te
chi da quinci innanzi sarà seguace d'amore ; che ne sarai abominato
^fa&À*
36 . LA VITA NUOVA
n***^>+A.j.t~*j-, aij-j.. . lo tuo fallar, d'ogni torto tortoso;
*"^7" t non però eh' a la gente sia nascoso,
ma per farne cruccioso
50 12 chi d'Amor per innanzi si notrica.
Dal secolo hai partita cortesia,
e, ciò eh' è in donna da pregiar, virtute ;
in gaia gioventute
16 distrutta hai l'amorosa leggiadria.
non solo dall' età presente ma anche dalle future »; cosi che men-
dica di grazia significa, mancante, priva di grazia, come in un luogo
di L. Gianni (Val. II, 128): Amor mendico del ■più degno senso vuol
dire Amor cieco, privo del nobilissimo senso della vista.' Il Giul. , il
Witte e il Lue. leggendo ti vud' o ti vuoi spiegano : e se non ostante
il mio biasimo tu vuoi ancora mendicar grazia, è necessario che io
palesi ecc.
47. d'ogni torto tortoso, colpevole d'ogni torto ; non è questo il
solo luogo nel quale Dante si diletti di questi giuochi di parole, che
anche nella Commedia ricorrono di frequente; cfr. Inf., i, 36; xm, 67
e segg.; xvi, 65; Purg. xx, 1; xxvn, 132; xxx, 136; xxxm, 143;
Par. m, 55; v, 139 e xxi, 49.
49. cruccioso, il Giul. intende dolente, ma parmi che si debba
spiegare : « per far adirato contro di te chi per innanzi, per l'avve-
nire sarà fedele d'Amore ».
51. dal secolo; cfr. la nota al cap. n, 9.
52. virtute; non si deve congiungere col verso seguente come
fanno il Witte, il D'Anc. , il Lue. Si ricordi il passo parallelo in questo
cap., 23-24, e si interpetri: « hai allontanata dal mondo la cortesia
e la virtù (la parte spirituale della giovane), ed hai distrutta la bel-
lezza nel suo fiore (la parte corporea) ». Il D'Anc. afferma che colla
interpunzione, che ho adottato, si verrebbe a dire che la morte avesse
distrutto ciò che non è a lei soggetto, cioè la virtù; ma è in errore, poi-
ché, anche nel nostro testo, questi versi dicono solo che la morte ha
privato il mondo di uno spirito cortese e virtuoso, ed ha distrutta la bel-
lezza del corpo, che a quello spirito apparteneva. Anche, colla nostra
lezione non è vero che si tolga di mezzo la rimembranza del virgi-
liano Gratior et pulcro veniens in corpore virtus (Aen., v, 344);
mentre con quella seguita dal D'Anc. si cade nell'inconveniente, stu-
diosamente evitato in tutta questa poesia, di non far coincidere la fine
del verso col compiersi del concetto o di un elemento di esso.
CAPITOLO Vili 37
Pili non voi' discovrir qual donna sia, 55
4 che per le propietà sue conosciute:
4 / ,,a , chi non merta salute,
r.jsv-/^ 20 non speri mai d'aver sua compagnia.
60
Questo sonetto si divide in quattro parti ; ne la pri-
ma parte chiamo la morte per certi suoi nomi propì;
ne la seconda parlando a lei, dico la cagione per eh' io
mi movo a biasimarla ; ne la terza la vitupero ; ne la
quarta mi volgo a parlare a indiflnita persona, av-
vegna che quanto al mio intendimento sia difinita. La
seconda comincia quivi : Poi che hai data [v. 4] ; la ®>
terza quivi : E s' io di grazia [v. 7] ; la quarta quivi :
Chi non merta salute [v. 19].
55-58. Il Giul. spiega : « non voglio manifestare qual donna sia
più che, oltre a quello che ne dissi; ma péf le sue propietà cono-
sciute (cortesia, virtù, gaia gioventute, amorosa leggiadria) è tale, che
chi non 'merta salute (per virtù non è degno del cielo) non isperi
mai d'averla a compagna »; ma questa interpetrazione richiederebbe
due punti dopo il v. 17, mentre la terza parte del sonetto finisce* nel
verso seguente, come Dante stesso accenna in fine del cap. , 66. Meglio,
il Tod.: « Parlando secondo la lettera a indi finita persona, ma
secondo il suo intendimento a Beatrice, egli [Dante] le vuol far com-
prendere questi sensi: — tu avesti talvolta la compagnia della gio-
vane donna defunta, d'ora in poi non si speri d'averla mai se non
chi si meriti la salute eterna. — Volea Dante chiudere l'episodio della
giovane col porla in cielo, e volea nel tempo stesso rammentare la
compagnia che si ebbe Beatrice in terra, e da ciò fu tratto ad espri-
mere che ormai la sua compagnia non potea godersi che dagli eletti ».
60. nomi propi, epiteti appropriati, convenienti, cioè villana,
nemica di pietà, antica madre di dolore, giudicio incontrastabile
e gravoso.
63. ne la quarta ecc. cfr. la nota a questo cap., 55-58. La indi fi-
nita persona, che nella mente di Dante era di finita, è Beatrice, come
risulta chiaramente dal confronto dei sonetti colla prosa esplicativa.
38 LA VITA NUOVA
IX
Appresso la morte di questa donna alquanti die,
avvenne cosa, per la quale mi convenne partire de la
IX. — 2. avvenne cosa ecc.. Secondo il Balbo (Vita di Z)., I, 35) la
cagione dell'allontanamento sarebbe stata Y andata a Bologna per fre-
quentare la celebre università; che non può essere, perché Dante non
si recò in quella città se non dopo l' esilio , come dimostrarono il
Tod. e il Bartoli, V, 47-52. Secondo il Witte sarebbe accennata la
cavalcata dei fiorentini, che andarono a combattere contro i ghi-
bellini d'Arezzo in Campaldino, nel giugno del 1289; e con questa
ipotesi si intenderebbero facilmente tutte le particolarità colle quali
Dante ci descrive questo suo viaggio: egli si allontanava dalla città
suo malgrado perché vi lasciava Beatrice; era in compagnia di molti,
perché faceva parte dell'esercito fiorentino ; andava a cavallo , perché
militava fra i cavalieri, e camminava lungo l'Arno, che veramente per
le terre del Casentino, per le quali passò quell'esercito, scende chia-
rissimo e corrente. Il D'Anc. rigetta questa ipotesi perchè non è in
armonia colla cronologia della V. N. , poiché con questo cap., siamo
ancora assai prossimi ai fatti del cap. in, che sarebbero del 1283,
e invece molto lontani da quelli del cap. xvn, che sarebbero del
1289 ; ma una ragione più forte per dubitare dell' ipotesi del Witte
è l' incertezza delle testimonianze relative alla partecipazione di Dante
alla cavalcata contro gli aretini, poiché il primo a parlarne è un
biografo del secolo xv, L. Bruni (cfr. del resto Bartoli, voi. V, pag.
81-93). Secondo il D'Anc, Dante accenna qui alla sua partecipazione
ad un altro fatto di guerra, la cavalcata delle milizie fiorentine contro
il Castello di Poggio S. Cicilia nel senese, fatto ribellare dai ghibellini
d'Arezzo, impresa che durò dall'ottobre dell' 85 all'aprile dell' 86: questa
ipotesi sarebbe in armonia colla cronologia determinata dal D'Anc.
ai fatti della V. N., ma non ha alcun fondamento nella biografia di
Dante. A me pare non assolutamente necessario l' intendere che colla
sua narrazione Dante si riferisca ad un' impresa guerresca, potendo
esser benissimo che egli accenni a qualche cavalcata fatta per diporto
nei dintorni di Firenze in compagnia dei suoi amici; di che sono più
indizi nella narrazione. Anzitutto il termine del viaggio di Dante era
prossimo, tanto che egli non trascura di metter questa prossimità in
opposizione alla lontananza del luogo ov'era la donna dello schermo;
l'andare gli dispiaceva, perché il diletto che egli poteva avere da
CAPITOLO IX 39
sopradetta cittade, ed ire verso quelle parti, dov'era
la gentile donna eh' era stata mia difesa, avvegna che
non tanto fosse lontano il termine del mio andare, 5
quanto eli' era. Tutto eh' io fossi a la compagnia di
molti quanto a la vista, l'andare mi dispiacea si, che
quasi li sospiri non poteano disfogare l'angoscia, che
il cuor sentia, però eh' io mi dilungava da la mia -f
beatitudine. E però lo dolcissimo signore, il qual mi io -t
segnoreggiava per la virtù de la gentilissima donna, Uel^j^
ne la mia imaginazione apparve come peregrino leg- é « J A"'j^^
•quella' passeggiata, era menomato dall'aver lasciato anche per un mo-'' r^&£
mento la città della sua Beatrice, che sola poteva essergli cagione i-^/^ *
di vero piacere; le fantasie, i pensieri e la visione d'amore sarebbero CL^^
per lo meno inopportune in mezzo ai rumori di un'impresa guerresca,
«he avrebbero dovuto distrarre Dante da ogni meditazione e rivolgere
la sua mente ai fatti presenti e reali e non gli avrebbero lasciato il
tempo di pensare a trovarsi un'altra difesa; il fatto che Amore gli no-
minasse la nuova donna in mezzo alla via e gli apparisse in abito di
pellegrino non può significar altro se non che quella donna fosse, cer-
tamente con altre, nella lieta brigata alla quale si era unito Dante;
finalmente nelle ultime parole della narrazione, cavalcai quel giorno
pensoso, a me pare accennarsi che la durata di quel viaggio o gita
o cavalcata fu di un solo giorno : che, se fosse durata più a lungo,
non si intenderebbe perché non avesse avuto a perdurare ancora il
nuovo stato d'animo di Dante.
3. dov' era ecc., non possiamo sapere in quale città fosse la prima
donna dello schermo, che probabilmente era uscita di Firenze per an-
dar a marito. Data l'ipotesi del Balbo, sarebbe qualcuna delle città
lombarde; secondo quella del Witte, Arezzo; secondo quella del D'Anc,
più tosto Siena ; secondo la mia spiegazione, una città di Toscana, che
non è possibile determinare.
6. Tutto eh' io ecc. sebbene per quel che pareva io fossi in com-
pagnia di molti, era in realtà raccolto nei pensieri che mi agitavano;
quanto a la vista, quanto all'apparenza; per questo modo cfr. la
nota al cap. xxxv, 9.
12. apparve come peregrino ecc. Secondo il D'Anc, l'amore ap-
pare vestito da pellegrino, perché trattandosi qui di simulato amore
•convenga a chi lo rappresenta e personifica un tale travestimento. Se-
,^ . (rp ■ 40 LA VITA NUOVA
geramente vestito, e di vii drappi. Elli mi parea sbigot-
tito, e guardava la terra, salvo che talora li suoi occhi
rc b 15 mi parea che si volgessero ad un fiume bello e cor-
^** rente e chiarissimo, lo quale sen già lungo questo cam-
■ , Lamino la ov io era.
' a ?1 A me parve che Amore mi chiamasse, e dicessemi
queste parole : « Io vengo da quella donna , la quale è
20 stata tua lunga difesa, e so che '1 suo rivenire non
sarà a gran tempi ; e però quello cuore, eh' io ti facea
avere a lei, io l'ho meco e portolo a donna, la qual
sarà tua difensione, come questa era (e nominollami
per nome si eh' io la conobbi bene). Ma tuttavia dì
25 queste parole, eh' io t' ho ragionate, se alcuna cosa ne
dicessi, dillo nel modo che per loro non si discernesse
il simulato amore, che tu hai mostrato a questa e che
ti converrà mostrare ad altri ». E dette queste parole ,
disparve questa mia imaginazione tutta subitamente r
condo il Card., questo travestimento indica l'errare dell'animo di Dante
da un amore all'altro, come l'esser leggeraìnente vestito adombra la
leggerezza e varietà di siffatti amori e i vili drappi significano che
quel nuovo amore fu indegno. Secondo me, sola spiegazione vera è
quella che ho data nella nota a questo cap., 2.
13. Elli mi parea sbigottito ecc., cfr. nell' Inf. vm, 118 Vir-
gilio, che
gli occhi alla terra e le ciglia avea rase
d' ogni baldanza ecc.
16. cammino, via, strada, come nel Purg. xx, 142: poi ripi-
gliammo nostro cammin santo; nel Tesoretto di B. Latini, ed. Wiese,
li, 76: perdei lo gran cammino, cioè smarrii la via maestra, e
xii, 10: guarda che 7 gran cammino.
20. so che 'l suo rivenire ecc. so che ella non ritornerà più.
21. a gran tempi, per lungo volger di anni.
23. difensione, difesa, schermo.
25. ragionare qui come in altri luoghi della V. N. significa dire.
29. disparve questa mia imag. cfr. Purg. xvii, 43: cosi l'ima-
ginar mio cadde giuso.
CAPITOLO IX
41
per la grandissima parte, che mi parve che Amore mi 30
desse di sé: e, quasi cambiato ne la vista mia, cavalcai
quel giorno pensoso ed accompagnato da molti sospiri.
Appresso lo giorno cominciai di ciò questo sonetto :
" [ Sonetto Y ] 4^/\ , j\J&* - 4&&BM
IM-*
<V fi-
li
Cavalcando l'altr' ier per un cammino,
pensoso de l'andar, che mi sgradia,
trovai Amore in mezzo de la via,
in abito legger di peregrino.
Ne la sembianza mi parea meschino,
come avesse perduta signoria;
e sospirando pensoso venia,
per non veder la gente, a capo chino.
Quando mi vide, mi chiamò per nome,
e disse : « Io vegno di lontana parte,
ov' era lo tuo cor per mio volere ;
35
40
30. per la grandissima parte ecc. Io restai cosi turbato per le
parole dAmore che il cuore soverchiò l'imaginazione, si che improv-
visamente disparvero i fantasmi della mia mente. Osserva il Witte
che agente qui è Amore (mi parve che Amore mi desse), mentre nel
son. è Dante (presi di lui).
31. cambiato ne la vista mia, non si può intendere altrimenti
he riferendo questo cambiamento, non all'apparenza di quel giorno,
ma all'apparenza abituale. i£g^ '/ '^i^.d'CZ.' "^ •*/**'"" ' % '-^ a ^ >er ^ ■' i
33. appresso lo giorno, intenderei il giorno di poi. - questo so-
netto. Comincia già a farsi sentire la nuova intonazione della poesia
dantesca, sebbene 1' espressione sia ancora qua e là involuta e il fan-
tasma poetico indeterminato e malsicuro.
34. V altr' ier, recentemente; cfr. Purg. xxnr, 118: Di quella vita
mi tolse costui, Che mi va innanzi, l'altrier quando tonda, Vi si
mostrò la suora di colui ecc. ; in questo medesimo cap., 33, dice
Dante d'aver composto il sonetto il giorno dopo quello della ca-
valcata.
38. meschino, servo, come chi ha perduto signoria; cfr. Inf. ix,
43 : le meschine Bella regina dell'eterno pianto, e xxvn, 15 : venir
se ne dee giù tra 1 miei meschini.
42 LA VITA NUOVA
45 e recolo a servir novo piacere ».
Allora presi di lui si gran parte,
14 eh' elli disparve, e non ni 1 accorsi come.
Questo sonetto ha tre parti : ne la prima parte dico
f'irr-^ lp l' si cormi io trovai Amore, e quale mi parea; ne la se-
/" --% conda dico quello eh' elli mi disse, avvegna che non
compiutamente, per tema eh' avea di discovrire lo mio
segreto; ne la terza dico com' elli mi disparve. La
seconda comincia quivi: Quando mi vide [v. 9]; la
terza quivi : Allora presi [v. 13].
X
Appresso la mia ritornata, mi misi a cercare di
questa donna , che '1 mio segnore m' avea nominata
nel cammino de' sospiri. E acciò che '1 mio parlare
sia più brieve, dico che in poco tempo la feci mia di-
fesa tanto, che troppa gente ne ragionava oltre li ter-
• mini de la cortesia; onde molte volte mi pensava dura-
mente. E per questa cagione, ciò è di questa sover-
chievole voce , che parea che m' infamasse viziosamente,
' t ■ J /
sfa f( 45 novo piacere, una nuova bellezza piacente, un'altra bella donna:
/ L cfr. Purg. xxxi, 49 : mai non t' appresentó natura e arte Piacer
/^ quanto le belle membra ecc.
X. — 1. ritornata o tornata, ritorno; in una ball, popolare (Rim.
dei poet. boi., p. 173): Tenendo la tornata Conio à" inamor atì.
2. questa donna; forse per lei fu scritta la canz. La dispietata
mente (p. 87), intorno alla quale cfr. la Notizia sulla V.N. § 6.
3. cammino de' sospiri, la via nella quale io aveva cavalcato
accompagnato da molti sospiri; cfr. cap. ix, 31-32.
6. pensava; spesso io aveva dolorosi pensieri delle ciarle, che i
malevoli facevano oltre li termini de la cortesia*
8. m' infiammasse viziosamente. Ecco la bella nota del D'Anc.
a questo passo: « Dante era trascorso tropp'oltre: l'aver fatto di quella
donna sua difesa, tanto che la gente ne parlasse e l'onor di quella
fosse, com' oggi direbbesi, compromesso, gettava su di lui nota vi-
CAPITOLO X 43
quella gentilissima, la qual fu distruggitrice di tutti * \t
vizii e reina de le virtudi, passando per alcuna parte io
mi negò lo suo dolcissimo salutare, nel quale stava
tutta la mia beatitudine. Ed uscendo alquanto del pro-
posito presente, voglio dare a 'ntendere quello che '1
suo salutare in me vertudiosamente operava.
ziosa d'infamia. In questi due amori, sebbene l'uno si presenti come
nato dal mero caso dell'esserne la donna che ne fu l'oggetto mezza
nella linea retta, e l'altro consigliato da Amore stesso, a noi sembra
trovare la conferma di ciò che il Boccaccio scrisse, Dante cioè esser
stato prono ad amori, non sempre spirituali, specialmente in gioventù.
Dovendo egli in questo libretto far le sue confessioni, non poteva ta- I
cere di quei due affetti giovanili : solamente, volendo anche mostrare
la fatalità e la perennità dell'amore a Beatrice, li collegò con questo
rappresentandoli quali schermi all'occhio e ai commenti altrui, anziché
come debolezze della carne inferma. Che intanto la giovinetta, ideal-
mente e puramente amata, della quale fu l'anima sua innamorata
(Conv. ii, 9), per queste deviazioni sensuali, che infamavano viziosamente
Dante, scemasse verso di lui l'affetto e la stima, è cosa più che naturale. » |
10. reina de le virtudi, cfr. Inf. n 76: donna di virtù, v
11. mi negò lo suo dolcissimo salutare; secondo alcuni la pri-
vazione del saluto da parte di Beatrice sarebbe stata cagionata dal
matrimonio di lei con Simone de' Bardi, ma lo stesso D'Anc. , che è il
più valido propugnatore della realità storica di Beatrice, ripudia questa
interpetrazione.
13. quello che 'l suo salutare ecc. Altri poeti del secolo di Dante
descrissero gli effetti del saluto ; fra i quali ricorderò il Guinizelli che
molto originalmente e con arditezza ed efficacia di espressioni rappre-
sentò le turbazioni dell'animo suscitate dal saluto della sua donna, nel
son. (p. 32): Lo vostro bel saluto e'I gentil sguardo. Il Guinizelli
non arrivò all'idealizzazione di Dante, ma Cino da Pistoia lo sorpassò
in quei bellissimi versi (p. 21): yo/fc. d, ■/<*■ &*A ,^™ •
Tutto mi salva il dolce salutare, fc Jc J*.i-<*fc k e'/oy^ 1 f -J»'>"*~
che vien da quella eh' è somma salute, ,-jt [^ yt^cù., *f~ *^*K.d^--
in cui le grazie son tutte compiute, - ;*■■>> j£ ly^sf-* '- 0^**
con lei va Amor e con lei nato pare. u / A *w*' f ^ /^^m* .1
W fa rinnovellar la terra e '1 mare A^ -^ / /<-<rrea d^s f-
e rallegrare il ciel la sua virtute,
già mai non fur tai novità vedute,
quali per lei ci face Amor mostrare.
14. vertudiosamente, per effetto della sua virtù.
44 LA VITA NUOVA
XI
Dico che quand' ella apparia da alcuna parte,
per la speranza de la mirabile salute neun nemico mi
rimanea, anzi mi giugnea una fiamma di caritade, la
quale mi facea perdonare a chiunque m' avesse offeso :
e chi allora m' avesse domandato di cosa alcuna, la
mia risponsione sarebbe stata solamente : «Amore», con
viso vestito d' umiltà. E quand' ella fosse alquanto pro-
XI. — 1. Dico ecc. Si osservi che, quanto agli effetti, il salutare
di Beatrice è considerato in tre momenti distinti : la speranza del sa-
luto, che induce nell'animo di Dante il sentimento della pace e della
carità; la vicinanza del saluto, che lo commove tanto da impedirgli
quasi la facoltà della vista; e l'atto del saluto, che ha tanta efficacia
da togliergli il dominio del corpo.
2. de la mirabile salute; qui come altrove Dante confonde a
posta la salute o perfezione che può indurre a salvazione, col saluto
che è la salute augurata; poiché, come dice in questo medesimo ca-
pitolo, 19 ne le salute di Beatrice abitava la sua beatitudine. Non
è necessaria l'emendazione del D'Anc, che legge : delle mirabile sa-
lute; cfr. cap. ni, 13, e le terzine del son. Di donne io vidi (p. 172).
- neun nemico mi rimanea, cfr. cap. xxi, 14 : fugge dinanzi a lei
superbia ed ira.
3. fiamma di caritade; cfr. nella Vita di S. M. Maddalena, questo
passo rilevato dal D'Anc. : dicendo le parole di Cristo pareva che
le uscisse una fiamma d'amore ecc.
6. la mia risponsione ecc. ; nota il Card, che tutto questo luogo
fu imitato dal Niccolini nel Giovanni da Procida (atto i, se. 2 a ).
7. viso vestito d'umiltà ; altrove di Beatrice ( cap. xxvi, 33 ) : be'
nignamente e d'umiltà vestuta; cfr. anche Cino da Pistoia (p. 94):
Moviti, pietate, e va incarnata
e della veste tua siane vestite f ^
questi miei messi ecc. '
L. Gianni (Val. II, 119):
Apprendi suo responso angelicato
che move lingua di gentil virtute
vestut' a manto di soavitate.
CAPITOLO XI 45
pinqua al salutare, uno spirito d'Amore, distruggiendo
lutti gli altri spiriti sensitivi, pingea fori li deboletti
spiriti del viso, e dicea loro: «Andate a onorare la io
donna vostra » ; ed elli si rimanea nel luogo loro. E chi
avesse voluto conoscere Amore, fare lo potea mirando
lo tremore de gii occhi miei. E quando questa gentilissima
salute salutava, non che Amore fosse tal mezzo, che po-
tesse obumbrare a me la intollerabile beatitudine , ma is
elli quasi per soverchio di dolcezza divenia tale, che '1
mio corpo , lo quale era tutto allora sotto '1 suo reggi-
mento, molte volte si movea come cosa grave inani-
mata. Sì che appare manifestamente che ne le sue salute
8. uno spirito d'Amore; cfr. Cino (p. 87):
Quando la mente talor si rifida,
entra madonna ne li pensier miei,
che immantenente sospiri si fanno ;
svegliasi Amor con una voce e grida :
« fuggite, spirti miei, ecco colei
per cui,martir le vostre membra aranno »;
onde con gran spavento fuor ne vanno.
9. spiriti sensitivi, le facoltà delle sensazioni.
10. spiriti del viso, la facoltà visiva; cfr. Conv. in, 9*: per affa-
ticare lo viso molto a studio di leggere, intanto debilitai gli spi-
riti visivi, che le stelle mi pareano tutte d'alcuno albóre ombrate.
13. lo tremore de gli occhi miei; il Petrarca, nella canz. Gentil
mia donna, 72:
Certo il fin de' miei pianti,
che non altronde il cor doglioso chiama,
vien da' begli occhi al fin dolce tremanti,
ultima speme de' cortesi amanti.
14. Amore fosse tal mezzo cioè fosse cosa infrapposta tra me
e Beatrice; onde qui Amore è da intendere come personificazione.
15. obumbrare, ricoprire di un' ombra, velare : è usato nel senso
latino, che ha per es. in Ovidio, Eroid., xvn, 48: nec ullus Error,
qui fàcti crimen obumbrat; e in Petronio, Sat. 101: poteris hanc
simulationem et vultus confusione et lacrimis obumbrare, e spes-
sissimo nella Vulgata, p. es. Psalm., xc, 4 e cxxxix, 8; Act. Apost.,
v, 13 ecc.
46 LA VITA NUOVA
20 abitava la mia beatitudine, la quale molte volte pas-
sava e redundava la mia capacitate.
£ iJÒTr^^^ v ^ tornando al proposito, dico che, poi che la
^^ Z mia beatitudine mi fu negata, mi giunse tanto dolore,
che, partito me da le genti, in solinga parte andai a
bagnare la terra d'amarissime lagrime: e poi che al-
quanto mi fue sollenato questo lagrimare, misimi ne la
mia camera là ov' io potea lamentarmi sanza essere udi-
to. E quivi chiamando misericordia a la donna de la cor-
tesia, e dicendo: « Amore, aiuta il tuo fedele», m'ad-
21. redundava, soverchiava, eccedeva le mie forze; cfr. Cino (p.42):
la beltà vostra pellegrina Qua giù tra noi soverchia mia natura.
XII. — 1. al proposito, cioè alla narrazione, alla quale ha intra-
messa la descrizione degli effetti mirabili del saluto di Beatrice.
2. la mia beatitudine mi fu negata, mi fu negato il dolcissimo
saluto di Beatrice, nel quale, come ha detto prima (cap. x, 11; xi, 19)
era la sua beatitudine.
3. solinga ; cfr. la nota al cap. 11, 16.
5. fue sollenato; le stampe hanno concordemente qui e al cap.
xxxix, 21 sollevato, ma è dal verbo sollenare, che significa lenire,
calmare; Chiaro Davanzati (Ant.rim. volg., 111,43): Faccio per sol-
lenar lo grande ardore Ch'io sento per amar là ond' io inciendo.
- misimi, entrai; mettersi in un luogo indica spesso nella nostra
lingua l'atto dell'entrarvi.
7. donna de la cortesia; il Card, spiega: donna cortese, ed os-
serva esser proprietà della lingua italiana il sostituire talvolta all'ag-
gettivo l'astratto che significa la qualità con la preposizione di: è
verissimo, ma in questo caso la preposizione non può mai assumere
l'articolo, come dimostrano gli esempi raccolti dal Card, stesso , perciò
panni da preferire la spiegazione del Giul.: signora, regina della
cortesia.
8. Amore, aiuta il tuo fedele; cfr. Inf. 11, 98: E disse ora ab-
bisogna il tuo fedele Di te ecc. e Purg. xxxi, 133: Volgi, Beatrice,
volgi gli occhi santi, Era la sua canzone, al tuo fedele.
CAPITOLO XII 47
(tormentai, come un pargoletto battuto «lagrimando. Av-
venne quasi nel mezzo del mio dormire, che mi parea io
vedere ne la mia camera lungo me sedere un giovane xs
vestito di bianchissime vestimenta; e pensando molto
quanto alla vista sua, mi riguardava* là dov' io giacea, e 1<%
quando m' avea guardato alquanto, pareami che sospi-
rando mi chiamasse, e diceami queste parole : Filimi, 15.
tempus est ut praetermittantur simulacro, nostra.
Allora mi parea ch'io il conoscesse, però che mi chia-
mava cosi , come assai fiate ne li miei sonni m' avea già
chiamato. E raguardandolo parvemi che piangesse pie-
11. lungo me, appresso di me; cfr. cap. xxm, 64: lungo 'l mio fa- f.^!^
letto; Inf, x, 53: lungo questa; xxi, 98: lungo il mio duca; Par., <r>^' y 'o>c' / '/ ( '' r '
xxxn, 130: lungo l'altro.
12. vestito di bianchissime vestimenta; l'amore, che prima era
di vii drappi vestito (cap. ix, 13), appare ora in bianche vesti, quasi
per far vedere la purità dei consigli, coi quali viene a rivolger Dante
al vero amore. - e pensando ecc. e mostrandosi nell'aspetto suo
molto pensoso; cfr. cap. xxxv, 9.
15. fili mi ecc. figliuol mio, è tempo che si intralascino le finte
imagini dei nostri amori. Altri leggono, meno bene, simulata nostra,
intendendo gli schermì, i simulati amori delle due donne della difesa;
ma questa lezione fu suggerita forse dall'espressione simulato amore
del cap. ix, 27.
18. ne li miei sonni. Altri leggono ne li miei sospiri e inten-
dono: nei momenti di dolore, quando sospirava ; e veramente abbiamo
già visto che una volta Amore apparve a Dante mentre li sospiri non
Roteano disfogare V angoscia (cap. ix, 8). Ma è da osservare che
Dante si riferisce ad un moménto più remoto e precisamente all'ap-
parizione d'Amore avvenuta durante un soave sonno (cap. in, 1).
19. piangesse pietosamente; secondo il Witte, Amore piangeva
per l'incostanza di Dante; ma il D'Anc. osserva: «non crederei fosse
questo il concetto dell'autore: ma piuttosto perché i simulacro con-
sigliati da lui a Dante, al suo fedele, avevano fatto che a questi fosse
negata la beatitudine del saluto, e cosi riuscito a male un consiglio
dato a fine di bene, e forse ormai l'opera sua divenuta vana, se la
pietà ( cap. xm, 24 ) non facesse rinascere nel cuore di Beatrice quel-
l'affetto che gli avvolgimenti amorosi di Dante avevano spento ».
48 LA VITA NUOVA
20 tosamente, e parea che attendesse da me alcuna pa-
rola; ond' io assicurandomi, cominciai a parlare cosi
f cl, con esso: « Signore de la nobiltadej'perché piangi tu? »
r{k- 6** *7 ^ quelli mi dicea queste parole : Ego tamquam cen-
^^/-i^J'trum circuii, cui' simili modo se hàbenl circumfe-
I 25 rentiae pqrtes; tu autem non sic. Allora pensando
a le sue parole, mi parea che m' avesse parlato molto
" 7<> re-** <*■**. 22. signore de la nobiltade; la nobiltà vera, secondo Dante (Conv.
i/ c£~dz <*'<— iv, 17-18) ha per fine e per effetto l'acquisto delle virtù; e perciò qui
^ ' *- " chiama signore della nobiltà l'amore, che è principio e cagione di
■**#*" ogni virtù : cfr. la nota ai capp. vii, 21 e xm, 6.
^j^^, 23. Ego tamquam ecc.; io sono come il centro del cerchio, dal
\^Ay^ *~ quale le parti della circonferenza sono equidistanti, ma tu non sei
£^&~^ < - Ù"~. cosi. Questo è il senso apparente delle parole d'Amore, ma quale con-
%' j/**' F"*^ cetto vi può esser nascosto? Il Giul. crede che queste parole signifi-
^•7* ^W' chino: «Io duro costante, non cosi tu; io rimango sempre lo stesso,
r . *l/ /v/. non mi muto mai per diverse che sieno le circostanze in cui m'aggiro,
n ^ /K M f tl/t&i ma tu invece ti cambi di frequente ». Il Witte spiega: « un unico
/i^^t £**t^~amore manda i suoi raggi ugualmente a tutte le parti della circon-
^^™,aìm ferenza, cioè si manifesta ugualmente in tutte le azioni dell'amante,
*«-* '"^"^/JT'ina le tue azioni hanno più d'un centro»; e riferisce un'altra spiega-
TZh j h,,~ zione del Notter: « Amando Beatrice mortale, oppure quel che in lei
CTZTE^ P A'® niortale e non iddio, tu non sei ancora nel vero centro del tuo es-
TjyJlveU'"/*- sere, cioè in me, che sono iddio ». Meglio di tutti, anche a giudizio
JLv^i ^"^/^ del D'Anc, intese questo passo il Tod.; il quale scrive: « Io sono,
"^J? / n*~ dice Amore, il centro del circolo, di cui tutti gli amanti occupano la
l£^ „ uu. ■ circonferenza, e per ciò fanno capo a me gli affanni di tutti. Ora pesa
s'opra di me la cura di Beatrice, la quale corrispondendo vivamente
all'affetto che in te stimava caldo e puro verso di lei, è messa in tra-
vaglio dalle tue finzioni, dalle quali è tratta a credere, che ponendo
lei da canto , tu faccia il vagheggino or con questa or con quella.
Intesa la cosa in questa forma, tutto si spiega ottimamente ; si spiega
l'oscurità del discorso di Amore, al quale Dante non doveva far dire
chiaramente, che Beatrice nudrisse un vivo affetto per lui; si spiegano
chiarissimamente le parole precedenti dell'Amore medesimo : Fili mi,
tempus est .ut praetermittantur simulacra nostra; e si spiega a
meraviglia il comando di Amòre a Dante di scrivere un componi-
mento, per sincerare Beatrice intorno a' sentimenti propri ».
26. m' avesse parlato molto oscuramente, non già per la lingua,
CAPITOLO XII 49
oscuramente, si eh' io mi sforzava di parlare , e (li-
ceali queste parole : « Che è ciò, signore, che mi parli
con tanta oscuritade ?» E que' mi dicea in parole vol-
gari : « Non domandare più che utile ti sia. » E però so
cominciai con lui a ragionare de la salute, la qual mi fue
negata, e domandalo de la cagione; onde in questa guisa
da lui mi fue risposto: « Quella nostra Beatrice udio da
certe persone, di te ragionando, che la donna la quale
k) ti nominai nel cammino de li sospiri, ricevea da te al- 35
cuna noia; e però questa gentilissima, la quale è con-
traria di tutte le noie, non degnò salutare la tua per-
come intendono il Giul. e il Witte, ma per la sentenza; cfr. Purg.,
xxxiii, 82:
. . . perché tanto sopra mia veduta
vostra parola disiata vola ?
29. in parole volgari , cioè non più con quella solennità di lin-
guaggio con la quale si era espresso sino allora, ma alla buona, vol-
garmente.
30. più che utile ti sia, più di quanto ti sia utile, più di quanto
sia conveniente.
32. domandalo, lo domandai, lo richiesi; nel Novell., ni: doman-
dalo dove andava.
34. di te ragionando, le quali parlavano di te; cfr. per questo
uso del gerundio la nota al cap. ni, 49. - la donna ecc. quella nomi-
nata a Dante da Amore nel cap. ix, 23.
35. ricevea da te alcuna noia ecc. si cfr. le parole del cap. x,
3-12, e in relazione ad esse s'intenda: quella donna era biasimata per
cagione delle tue dimostrazioni d'amore, e però Beatrice, che rifugge
da ogni biasimo, non volle più salutarti, temendo che ciò potesse es-
serle rimproverato; noia e noioso potevano bene da Dante esser recati
alle varie significazioni che nei poeti provenzali ebbero le corrispon-
denti parole enoi ed enoios, fra le quali significazioni la più appro-
priata a questo passo sarebbe quella di molestia e molesto. E un si-
mile significato ha noioso in questo passo di Cino (p. 13): Deh se
non v'è noioso Chi v'ama, fate almen perch'ei non mora ecc.
37. degnò, si è già visto al cap. in, 14 il verbo degnare in senso
di volere, stimar opportuno ecc. ; ma qui parrebbe aver più tosto quello
Dante — La Vita nuova. 4
50 LA VITA NUOVA
sona, temendo non fosse noiosa. Onde con ciò sia cosa
che veracemente sia conosciuto per lei alquanto lo tuo
40 segreto per lunga consuetudine, voglio che tu dichi
certe parole per rima, ne le quali tu comprendi la forza
ch'io tegno sopra te per lei, e come tu fosti suo to-
^ '^ stamente da la tua puerizia. E di ciò chiama testini o-
;/ .^ nio colui che lo sa, e come tu prieghi lui che glile
" 45 dica: ed io, che son quelli, volontieri le ne ragionerò;
e per questo sentirà ella la tua volontà, la quale sen-
tendo , conoscerà le parole de li ingannati. Queste pa-
di potere, come in questo luogo di Guittone (I, 145):
ma non lo cor meo degna aver ardire
di chieder lei mercede,
cioè il mio cuore non può aver il coraggio di domandarle pietà. Cosi
Amore verrebbe a dire che Beatrice, per sua natura contraria di tutte
le noie non poteva salutar Dante, anche se ne avesse avuto il desi-
derio, per il dubbio che la persona di lui fosse noiosa.
40. per lunga consuetudine, il Witte riferisce queste parole a
segreto e spiega « segreto, che da molto tempo hai chiuso nel tuo
cuore » ; meglio il D'Anc. riferendole a conosciuto intende che Beatrice
per la lunga esperienza conosceva alquanto del segreto di Dante.
Ma quale è questo segreto % Era l'amore per Beatrice stessa, o la fin-
zione di mostrare amore per un'altra ? Il DAnc. par che abbia inteso
dell'amore vero per Beatrice ; a me sembra invece che qui si accenni
all'amore finto, del quale Beatrice avesse, per cosi dire, la chiave;
cfr. in questo cap., 86.
41. tu comprendi ecc. tu raccolga, ed esprima quanto grande sia
l'efficacia che io ho sopra di te per sua cagione, per l'affetto suo.
42. tostamente, subitamente; Cino (p. 51): tu ne morrai, s'io
posso, tostamente', - cfr. la nota a questo cap., 86.
44. colui che lo sa, cioè Amore; cfr. la nota a questo cap., 88»
45. le ne ragionerà; benissimo il D'Anc. spiega « le dimostre-
rò, distruggendo le fuggevoli impressioni col ragionamento e colle
prove dell' antico e costante amore, che quello, che parve amore per
altra donna, fu amoroso strattagemma: ed essa sentirà, conoscerà
qual'è l'animo tuo, e farà il debito caso delle parole di coloro che
restarono presi all'inganno »: si cfr. del resto la nota a questo cap., 81.
47. li ingannati sono le persone ricordate sopra, 34; che avevano*
detto a Beatrice esser Dante molesto alla donna dello schermo.
CAPITOLO XII
51
role fa che siano quasi un mezzo, si che tu non parli
a lei immediatamente, che non è degno ; e nolle man-
dare in parte sanza me, dove potessero essere intese so
da lei, ma falle adornare di soave armonia, ne la quale ty
io sarò tutte le volte che sarà mestiere. » E, dette que-
ste parole, disparve , e. '1 mio sonno fue rotto. Onde io
ricordandomi, trovai che questa visione m'era appa-
rita ne la nona ora del die ; e anzi^io uscisse de la *>/ cf
detta camera, propuosi di fare una ballata, ne la quale /~ frr.
io seguitassi ciò che '] mio segnore m' avea proposto, C-rr^. <*< *
e feci poi questa ballata, che comincia cosi : /W'- 2 * z [
51. falle adornare di soave armonia, procura che questa poesia
sia musicata soavemente; che al tempo di Dante si musicassero le
rime d' amore si ricava dal passo del Purg. n , 91 , dove è descritto
l'incontro del musico Casella, a proposito del quale dice l'anonimo
fiorentino che « in sua giovinezza fece Dante molte canzone et bal-
late, che questi intonò ».
55. ne la nona ora del die, cioè nelle ore pomeridiane: cfr. la
Not. sulla V. N., § 5.
56. di fare una ballata; intorno a questa specie di poesia cfr.
la mia notizia Sulle forme metr. ital., cap. u, § 1-2.
57. seguitassi; il Giul. spiega: « tenessi dietro a ciò che Amore
m'avea imposto di fare, scrivessi al modo eh' ei m' avea dettato »; il
Frat. : « narrassi seguitatamente , fedelmente ». Meglio il Tod.: « io
spiego più semplicemente e letteralmente, eseguissi ».
58. questa ballata. Osserva il D'Anc. che questa è la prima poesia
della V. N. indirizzata propriamente a Beatrice ; di fatti i sonetti dei
capp. in e vili e il sonetto doppio del cap. vii sono indirizzati ai fedeli
d'amore; il son. doppio del cap. vm è contro la morte; il sonetto del
cap. ix è narrativo d'una avventura, alla quale Beatrice è estranea.
Questa ballata è forse la più brutta delle poesie della V. N. per le
durezze dello stile, per la lingua qua e là ricercata o arcaica, e per
la mancanza di quella lucida perspicuità che, anche nelle cose giova-
nili dell'Alighieri, è osservabile: del resto Dante nell'uso della bal-
lata non ebbe mai la viva semplicità del Cavalcanti né la composta
eleganza di Cino e rimase di molto inferiore ai suoi due amici.
52 LA VITA NUOVA
[Ballata I] .
Ballata, i' vo' che tu ritrovi Amore, /^ C.^*. --^,2^"
60 e con lui vadi a madonna davante, /j^f ~/^? /
si che la scusa mia, la qual tu caute, / ' ' /
4 ragioni poi con lei lo mio segnore.
Tu vai, ballata, si cortesemente,
che senza compagnia
65 dovresti avere in tutte parti ardire :
ma, se tu vuoli andar sicuramente,
retrova l'Amor pria,
che forse non è buon senza lui gire :
però che quella, che ti de' audire,
70 se, com' io credo, è vèr di me adirata,
e tu di lui non fossi accompagnata,
14 leggeramente ti faria disnore.
59. Anche Chiaro Davanzati imaginò che Amore potesse andare
dalla donna a difender la sua causa; si cfr. questi versi (Artt. rim.
volg., Ili, 132):
Amor, poi v' è piaciuto
la mia greve dogìienza,
or non vi sia increscienza
di me servire un'ora:
gite là 've dimora
valore e conoscienza
e le contate eh' io per essa moro.
61. si che ecc. affinché Amore possa esporre alla mia donna le
ragioni di quella giustificazione che tu le canterai; cante dunque, con-
giuntivo, è la vera lezione, non canti, indicativo come per lo più si
legge e si spiega.
64. senza compagnia d'altri, che ti potesse difendere e soccorrere
in ogni occasione.
68. non è buon, non è ben fatto, non conviene al caso presente.
72. leggeramente, facilmente, senza averne gravezza, — disnore,
disonore; anche Cino (p. 28): In disnor e in vergogna solamente,
e Dino Frescobaldi (Riv. fil. rom. , 1,86): vedendosi disnore D'aver
voluta mai sua compagnia.
CAPITOLO XII 53
Z'\.t^^C Con dolce sono, quando se' con lui,
comincia este parole,
appresso che averai chesta pietate : ?5
« Madonna, quelli, che mi manda a vui,
quando vi piaccia, vole,
sed elli ha scasa, che la m'intendiate.
Ì&, Tfrr' Amore è qui, che per vostra Wltate
/^f. lo face, come voi, vista cangiare: so
" f dunque, perché li fece altra guardarefl /A
24 pensatel voi, da eh' e' non mutò '1 core. »
<rrr. .
Dille: «Madonna, lo suo core è stato
con si fermata fede,
73. con dolce ecc. Il D'Arie, raffronta a questi i versi del Caval-
canti (p. 23):
Ballata, quando tu sarai presente
a gentil donna, sai che tu dirai
de la mia angoscia dolorosamente ?
Di' : quelli che mi manda a voi trovai ecc.
r quando sei con lui, poiché sarai in compagnia d'Amore innanzi
a madonna.
78. la m' intendiate; il Card, nota: « quel mi i grammatici lo
dicono, credo, espletivo: lo direi di servizio o di mezzo », e cita, fra
gli altri, questi esempi: Cicer. De orat. u, 20: sit enim mihi tinctus
literis, audierit aliquid; Verg. Georg, i: Depresso incipiat iam,
tum mihi taurus aratro Ingemere; Vita di S. Gr. Batt.: e poi disse
con volto benigno: dimmi ad Adamo che cara mi costerà la inob-
bedienza sua; ai quali si può aggiungere quello del Novell., i: di-
temi al signor vostro, che la miglior cosa di questo mondo si è
misura.
79. Amore è qui ecc., in mia compagnia è Amore ecc.; meno
bene altri leggono è quei.
80. lo face, come voi, vista cangiare; cfr. Purg., xix, 15:
lo smarrito volto,
come amor vuol, cosi le colorava ;
e nel cap. xiv, 72:
Ond' io mi cangio in figura d'altrui.
81. Dunque ecc. Se l'Amore lo fa trasfigurare dinanzi a voi, gli
fece anche guardare un'altra donna; e la cagione potete imaginarla
quando sappiate che egli non mutò veramente il termine del suo
affetto, ma fu costretto a fingere di amare un'altra.
54 LA VITA NUOVA /2-^l/
/,->^ <A /< '• ; -^ C~~f~* -***«*/ ^' jj/
"V , S5/^w^? che 'n voi servir l'ha pronto ogne penserò: ,-
/' "'-->• -' v ' „ . , " . /3 6 /
^ />;/• tosto fu vostro, e mai non s e smagato. » ' L^
Sed ella non ti crede, -^ /Z -~^
di', che domandi Amor, sed egli e vero: ^t^ 1 ^^ y *7'
ed a la fine falle umil pregherò, \Le / *~ c ~* > ~ t
lo perdonare se le fossi a noia, / ht^^^^ 1 ^
che mi comandi per messo eh' eo moia;
•jt« far*- ^ e cedrassi ubbidir b^n servidore.
90
X$llf&fi
E di' a colui, eh' è d' ogni pietà chiave ,
85. che 'n voi ecc. che ogni suo pensiero l' ha disposto al vostro
servizio; coli' altra lez. lo pronta il senso sarebbe il medesimo, ma
la necessità del passato in correlazione al precedente è stato dimostra
vera la lezione comune.
86. tosto fu vostro, fu vostro fin dalla fanciullezza, non appena
vi vide ; vedasi il cap. i, 30 e questo, 42 e si noti come Dante insista
sull'idea che il suo innamorarsi fu improvviso; e si cfr. Purg. xxx, 42:
l'alta virtù che già va' avea trafitto
prima eh' io fuor di puerizia fosse.
- e mai non s'è smagato, non si è mai allontanato dal vostro amore,
non è mai venuto meno al suo affetto. Dante adopra il verbo sma-
garsi nel senso di venir meno, allontanarsi nel Purg., x, 106: Non
vo', però, lettor che tu ti smaghi Di buon proponimento, e nel Par.,
xxvn, 104: mia suora Rachel mai non si smaga Del suo miraglio;
sebbene per la sua etimologia valga più tosto perdersi d'animo, sbi-
gottirsi: cfr. la nota al cap. xxiii, 133.
88. sed egli è vero; della verità delle tue parole si richiami per
una conferma ad Amore. La lez. che sa lo vero è appoggiata sola-
mente alla corrispondenza colle parole della prosa esplicativa, 43:
E di ciò chiama testimonio colui che lo sa; e forse queste sugge-
rirono tale emendazione a chi non bene aveva inteso il testo origi-
nario.
89. ed a la fine ecc. Da ultimo pregala umilmente che se le fosse
molesto il perdonarmi invìi a me per messo, per un servo, l'ordine
di morire, e si vedrà questa novità che io presti ubbidienza ad un
servitore. Il Card, nota l'esagerazione di questo frasario, ma è da
osservare che non è veramente proprio di Dante, si bene dei trova-
tori provenzali e italiani più antichi : esempì di questo luogo comune
nelle due lingue si possono vedere nel Gaspary, p. 64-65.
93. colui eh' e d'ogni pietà chiave, Amore che disserra i cuori
CAPITOLO XII 55
avante che sdonnei,
'Mm s<~ £■*£■ che le sapra contar mia ragion bona: 95
« Per grazia de la mia nota soave
reman tu qui con lei,
e del tuo servo, ciò che vuoi, ragiona;
e s'ella per tuo prego li perdona,
fa' che li annunzi un bel sembiante pace. » 100
lf'k&i.fe Gentil ballata mia, quando ti piace,
44 movi in quel punto, che tu n' aggie onore.
ad ogni sentimento pietoso ; cfr. su questa locuzione la nota al cap.
vii, 19.
94. avante che sdonnei, prima che tu, ballata, lasci la mia don-
na. Donneare, usato da Dante, Par., xxiv, 118: la grazia che don-
nea Con la sua mente; Par., xxvn, 88: La mente innamorata Che
donnea con la mia donna; in una canz. (p. 202): Per donneare a
guisa di leggiadro ecc. significa propriamente parlare con donne, e
deriva dal prov. domneiar; sdonneare, essendo il suo contrario, vale
appunto abbandonare, lasciare la conversazione colle donne.
96. Per grazia ecc. Il Card. : « per la impressione, per la efficacia
della poesia e della musica soave, un senso un pensiero una voglia
d'amore rimanga con lei e le parli di pietà». Male il Giul. collega ai
tre precedenti il verso Per grazia ecc. , poiché era consuetudine degli
antichi che il terminare di ogni periodo metrico coincidesse col chiu-
dersi o col posare del pensiero ; e con questo verso appunto comincia
la seconda mutazione della stanza.
98. ciò che vuoi ragiona, esponi quelle ragioni che ti sembre-
ranno più opportune. Vuoi o vuoli hanno i testi migliori, e il vuol
di alcuni deriva forse da uno scambio della seconda colla terza per-
sona: se Dante pregava Amore di far le sue difese (cfr. in questo
cap., 44, e come tu prieghi lui), non pretendeva certo di determi-
nargli il modo e le parole del suo ragionamento.
100. fa che li annunzi; cerca di ottenere che il sereno sem-
biante, il saluto insomma di Beatrice dimostri a Dante, che ella si è
pacificata. Altri meno bene leggono in bel sembiante facendo sog-
getto ella; ma il senso non cambierebbe.
101. Gentil ballata ecc. Cfr. L. Gianni (Val. II, 120):
Muovi, ballata, senza far sentore
e prenderai l'amoroso cammino:
quando sei giunta, parla a capo chino,
non mi donar di gelosia errore.
56
LA VITA NUOVA
Questa ballata in tre parti si divide: ne la prima
dico a lei dov' ella vada, e confortola però che vada
105 più sicura; e dico ne la cui compagnia si metta, se
vuole sicuramente andare, e sanza pericolo alcuno;
ne la seconda dico quello, che lei s' appartiene di fare
intendere ; ne la terza la licenzio del gire quando vuole,
raccomandando lo suo movimento ne le braccia de la
no sua fortuna. La seconda parte comincia quivi : Con dolce
sono [v. 15] ; la terza quivi : Gentil ballata [v. 43].
Potrebbe già 1' uomo opporre contra me e dire, che
non sapesse a cui fosse lo mio parlare in seconda per-
sona, però che la ballata non è altro, che queste pa-
ii5 role ched io parlo : e però dico che questo dubbio io lo
intendo solvere e dichiarare in questo libello ancora
in parte più dubbiosa : e allora intenda qui chi più du-
bita, e chi qui volesse opporre, in questo modo.
XIII
Appresso di questa soprascritta visione, avendo già
dette le parole , eh' Amore m' avea imposte di dire, mi
105. ne la cui compagnia ecc., in compagnia dì chi abbia a
mettersi.
113. a cui fosse; sottintendi indirizzato, rivolto.
116-17. ancora in parte più dubbiosa, cioè al cap. xxv.
117. e allora intenda qui chi più dubita; chi ha ancora qualche
dubbio sulle mie parole quando sarà al cap. xxv intenda qui, si ri-
chiami cioè alle difficoltà offerte dalla ballata di questo cap. xn e
potrà leggeramente spiegarle, aiutandosi di quelle dichiarazioni che io
farò in quel luogo.
118. in questo modo; che non si sappia a chi sia indirizzato il
discorso di Dante, poiché la ballata non è persona, ma opera di per-
sona; cfr. la nota al cap. xxv, 70.
XIII. — 1. questa soprascritta visione, è quella narrata nella
ball, i e dichiarata nella prosa del cap. su, 9-53.
CAPITOLO XIII 57
cominciaro molti e diversi pensamenti a combattere
ed a tentare, ciascuno quasi indifensibilemente: tra li
quali pensamenti quattro m' ingombravano più lo ri- »
poso de la vita. L'uno de li quali era questo: buona
è la signoria d'Amore, però che trae lo 'ntendimento
del suo fedele da tutte le vili cose. L' altro era questo :
non buona è la signoria d'Amore, però che quanto lo
suo fedele più fede li porta, tanto più gravi e dolo- io
rosi punti li conviene passare. L'altro era questo:
lo nome d'Amore è si dolce a udire, che impossibile
mi pare, che la sua propia operazione sia ne le più cose
altro che dolce, con ciò sia cosa che li nomi seguitino
4. indifensibilemente, cioè senza che io potessi opporre alcuna re-
sistenza alle varie impressioni di quei pensieri.
6. buona è la signoria ecc.: questo concetto dell'amore, che al-
lontana la mente dei suoi seguaci da tutte le cose vili è dominante
negli scrittori medioevali, e specialmente nei poeti provenzali e italiani;
cosi per es. A. da Peguilhan (Mahn, Werke, II, 165) dice: «amore, che
fa prode il vile, bel parlatore l' ignorante e liberale l' avaro »; Buona-
giunta da Lucca (Val. I, 510) :
.... amore ha in sé vertode,
del vii uom face prode,
s' egli è villano in cortesia lo muta,
di scarso largo a divenir 1? aiuta.
Si cfr. del resto la nota ai capp. vii, 21 e xn, 22.
9. non buona ecc. l'idea che quanto più grande è la fede dell'in-
namorato tanto maggiori debbano essere i dolori assegnatigli da Amore,
ricorre anch'essa nei poeti anteriori a Dante; nessuno dei quali per
altro seppe esprimerla in modo cosi determinato e perspicuo (cfr.
esempì provenzali in Mahn, Ged. II, 130 e IV, 38; ed italiani in Ant.
rim. volg. I, 434).
12. lo nome ecc. il terzo dei pensieri che combattevano Dante era
questo, che essendo soave e dolce a udire il nome d'Amore, devono
esser dolci anche i suoi effetti. L'Alighieri qui determina meglio il
concetto della dolcezza di Amore, frequentissimo nei trovatori (cfr.
Perdigon in Mahn, Ged. IV, 191 ; G. delle Colonne in Val. I, 192 ecc.)
appoggiandosi all'assioma scolastico, che i nomi sono formati sulla
natura delle cose.
58 LA VITA NUOVA
15 le nominate cose, si coni' è scritto: Nomina sunt con-
sequentia rerum. Lo quarto era questo: la donna per
cui Amore ti stringe cosi, non è come l'altre donne,
che leggeramente si mova del suo core. E ciascuno mi
combattea tanto, che mi facea stare quasi come colui,
20 che non sa per qual via pigli il suo cammino, e che
vuole andare, e non sa onde se ne vada. E sed io
pensava di volere cercare una comune via di costoro,
ciò è là dove tutti si accordassero, questa era molto
15. si com'è scritto, in qualche libro scolastico, che sarà stato
d'uso comune ai tempi di Dante; ma nessuno dei commentatori ha
potuto rintracciare questo assioma negli scritti di quell'età: il solo
Foerster nota che questa formula era usata frequentemente nelle di-
spute fra i nominalisti e i realisti.
16. lo quarto ecc., è il pensiero della irremovibilità di Beatrice,
la quale aveva privato Dante del saluto e difficilmente si sarebbe in-
dotta a renderglielo.
18. leggeramente, facilmente, come nel cap. xn, 72 e altrove. -
core, osserva il Card, che qui tiene un po' del significato di pensiero,
come in quel luogo del Novell., 34: E cosi pensando, l'uno core
gli dicea: si darae, e V altro gli dicea: non darae; e più del signi-
ficato di desiderio, volere, genio, come in quel del Boccaccio, Ameto, 71 :
tin giovane secondo il suo core. In questo senso è anche ueWInf., x,
19: non tengo nascosto A te mio cor, se non per dicer poco.
19. mi combattea ecc. Questi quattro pensieri, ciò sono ch'Amore
fosse* inspiratore di virtù, che i suoi fedeli dovessero sopportar dolori,
che i suoi effetti fossero dolcissimi, e che Beatrice non fosse disposta
a rendergli il saluto, agitavano Dante e lo lasciavano in una grande
incertezza, parendogli che solo la pietà potesse accordare i suoi pen-
sieri che si contraddicevano. - come colui, che non sa ecc. cfr. Purg., ir,
132: Com'uom che va né sa dove riesca; il Petrarca, son. Qaand' io
son tutto volto, 7: Vommene in guisa d'orbo senza luce, Che non
sa 've si vada, e pur si parte; e il Frezzi, Quadriregio I, 3: Come
chi va né sa dove cammina.
21 E sed io ecc. il contrasto fra i diversi pensieri di Dante poteva
esser tolto di mezzo ov' egli avesse suscitato in Beatrice un sentimento
di pietà e di compassione; «ma, osserva il D'Anc, in tanta erranza
amorosa e battaglia di diversi pensamenti non v' era altro rimedio
CAPITOLO XIII 59
inimica verso me, ciò è di chiamare e di mettermi ne
le braccia de la pietà. Ed in questo stato dimorando, 25
mi giunse volontà di scrivere parole rimate ; e dissine
allora questo sonetto, lo qual comincia:
[Sonetto VI]
.... ■&
Tutti li miei penser parlan d'amore,
e hanno in loro si gran varietate,
ch'altro mi fa voler sua potestate, ^ ^ ocfn^r€— 30
4 altro folle ragiona il suo valore, ~V ,
altro sperando m'apporta dolzore,
altro pianger mi fa spesse fiate;
se non ricorrere alla Pietà, che, ognun lo capisce e lo sente non è
Amore; alla Pietà, da cui Dante rifuggiva, né ad invocarla piegavasi
se non sdegnosamente, dicendole madonna quasi per disdegnoso
modo di parlare ».
27. questo sonetto è uno de' più brutti della V. N. : il contrasto
degli affetti non è rappresentato, ma esposto scolasticamente ; la espres-
sione involuta e imprecisa; la lingua povera e arcaica: né so trovarvi
i « versi bellissimi » e quei « tocchi delicati di verace e sincera affeì
zione » che vi ammirò l'Orlandini (cfr. Dante e il suo secolo, p. 396).
28. Tutti ecc. La mia mente è occupata da pensieri amorosi, i
quali sono tanto diversi che uno mi fa desiderare la signoria d'Amore
e un altro me allontana, uno mi fa dolcemente sperare e un altro mi
addolora e rattrista.
30. altro; è il primo pensiero, che buona è la signoria d'Amore.
31. altro folle, è il secondo pensiero, che non buona è la si-
gnoria d'Amore; il senso di questo verso è: « un altro pensiero mi
dice esser folle, pericoloso cioè e contrario alla ragione, il valore, la
signoria d'Amore». Non è necessaria l'emendazione forte, sostenuta
dal Giul. e dal Card., i quali poi spiegano: «dimostra che è forte,
dolorosa e grave la virtù d'Amore ».
32. altro sperando ecc. il terzo pensiero, quello della dolcezza
d'amore, che mi conforta alla speranza. - dolzore, come il prov. dolsor,
è frequente nei poeti antichi, per indicare la dolcezza morale, la gioia
serena dell'animo soddisfatto.
33. altro pianger ecc. il quarto pensiero, cioè che Beatrice non
gli avrebbe restituito il saluto, faceva pianger Dante, perché, come
60 LA VITA NUOVA
e sol s'accordano in cherer pietate,
35 8 tremando di paura eh' è nel core.
Ond'io non so da qual s matera prenda;
e vorrei dire , e non so eli' i' mi dica :
11 cosi mi trovo in amorosa erranza.
E se con tutti voi' fare accordanza,
40 convenemi chiamar la mia nemica,
lv0Hi\ó~l 14 jgg 'flonna la pietà, che mi difenda.
/ fct / ~~
*kA d!jf\ Questo sonetto in quattro parti si divide: ne la
■%n*£~2 prima dico e soppongo, che tutti li miei penseri par-
yx^h LA lano d'Amore; ne la seconda dico che sono diversi,
^5 e narro la loro diversitade; ne la terza dico in che
tutti pare che s'accordino ; ne la quarta dico che, vo-
lendo dire d'Amore, non so da qual parte pigli ma-
dira al cap. xvm, 24 lo fine del suo amore fue già lo saluto di questa
donna.
35. tremando ecc., nella canz. Cosi nel mio parlar (p. 144):
Che più mi trema il cor, qualora io penso
di lei in parte, ov' altri gli occhi induca,
per tema non traluca
lo mio peusier di fuor si che si scopra,
eh' io non fo de la morte, che ogni senso
colli denti d'Amor già mi manduca
ciò che nel pensier bruca
la mia virtù si che si allenta 1' opra.
- eh' è nel core; cfr. Inf., i, 20: la paura Che nel lago del cor
m' era durata.
36. da qual matera ecc. non so da quale dei quattro pensieri io
debba prendere argomento a parlare ; matera, più tosto che materia,
è in questo senso anche nel Par., i, 27: che la matera e tu mi farai
degno, e spesso nella V. N. Cosi è negli altri poeti antichi; per es.
nel Cavale, (p. 68): Di vii matera mi conven parlare.
3S. amorosa erranza, incertezza, errore di mente determinato
dai pensieri amorosi.
39. voi', per voio, forma arcaica da volo, voglio, è frequentissima
nei poeti antichi.
43. soppongo; qui il verbo supporre è tratto da Dante alla si-
gnificazione di esporre.
CAPITOLO XIII 61
tera; e se la voglio pigliare da tutti, conviene ched
io chiami la mia nemica, madonna la pietade, e dico
madonna, quasi per disdegnoso modo di parlare. La so
seconda parte comincia quivi : E hanno in loro [v. 2] ;
la terza quivi: E sol s'accordano [v. 7]; la quarta
quivi: Ond'io non so [v. 9].
XIV
Appresso la battaglia de' diversi pensieri, avvenne
che questa gentilissima venne in parte, dove molte gen-
tili donne erano raunate; a la qual parte io fui con-
dotto per amica persona, credendosi fare a me grande
piacere in quanto mi menava là ove tante donne mo- 5
stravano le lor bellezze. Onde io 7 quasi non sappiendo
48. se la voglio pigliare da tutti; è la spiegazione del verso: e
se con tutti voi' fare accordanza.
XIV. — 1. battaglia, commovimento e lotta dello spirito innanzi
ai diversi pensieri amorosi; cfr. il Cavalcanti (p. 70):
L' anima mia vilmente è sbigottita
della battaglia eh' eli' ave dal core.
2. questa gentilissima, Beatrice: cfr. la nota al cap. vm, 8. - in
parte, in un luogo; cfr. cap. v, 2 : in parte, ove s'udiano parole ecc.
4. amica persona; non v'ha alcun indizio che ci aiuti a scoprire
chi fosse questo amico di Dante che lo accompagnò alla ragunata
delle donne: solamente possiamo escludere che si tratti del Caval-
canti, poiché manca la designazione di pruno amico, colla quale è
indicato nella V. N. - credendosi ecc. il quale si pensava di farmi
gran piacere, conducendomi là dove molte donne facevano pompa delle
loro bellezze, nell' occasione di una" festa nuziale.
6. quasi non sappiendo a che ecc., senza sapere per qual fine
T amico mi avesse condotto a questa festa. Il Frat. e il Card, spiegano
questo passo come un'allusione a ciò che occorse a Dante, incontrando
in quel luogo Beatrice; ma egli sul principio non poteva sapere della
presenza di lei nella festa, né degli effetti della sua apparizione.
62 LA VITA NUOVA
a eh' io fossi menato, e fidandomi ne la persona, la
quale un suo amico a l'estremità de la vita condotto
avea, dissi a lui : « Perché siamo noi venuti a queste
io donne ? » Allora que' mi rispuose : « Per far si ch'elle
siano degnamente servite». E '1 vero è, che raunate
quivi erano a la compagnia d'una gentile donna, che
j> disposata era il giorno ; e però, secondo l' usanza de la
sopradetta cittade, convenia che le facessero compagnia
ìs nel primo sedere a la mensa che facea ne la magione
del suo novello sposo. Si ched io, credendomi fare pia-
cere di questo amico, propuosi di stare al servigio de
le donne ne la sua compagnia. E nel fine del mio pro-
ponimento parvenu sentire uno mirabile tremore inco-
7. e fidandomi ne la •persona, lacuale ecc. Si congiunga fidan-
domi a dissi e si spieghi: «affidandomi interamente all'amico, gli
chiesi per qual cagione o fine mi avesse accompagnato in quel luogo,
e non pensai che egli senza volerlo mi aveva condotto a provare tale
commozione che ne sarei quasi morto ». Chi è condotto a V estremità
de la vita è Dante stesso, non una terza persona, come intendono il
Giul. e il Witte.
13. il giorno, cfr. la nota al cap. v, 15. - e però secondo l'usan-
za ecc. Negli Ordinamenti intorno agli sponsali e ai mortorii pubbl.
dall' Emiliani-Giudici (Storia dei municipii ital. append. Firenze, 1853)
si legge che « a le nozze non possa avere né essere più di venticinque
donne, delle quali ne sieno le diece dalla parte della donna novella,
e quattordici da la parte de lo marito »; e nella legge suntuaria del 1355
volgarizzata da A. Lancia (ed. Fanfani, Firenze, 1851) è ristretto il nu-
mero delle donne a sedici, dieci dalla parte del marito e sei da quella
della sposa. Questa era la costumanza fiorentina, e poiché negli sta-
tuti non sono escluse le fanciulle dal numero delle assistenti a nozze,
non si può consentire al Balbo, che (Vita di 1)., i, 3) da questo passo
della V. N. induce Beatrice esser stata già maritata a Simone dei Bardi,
allorché Dante l' incontrò alla festa.
15. magione è la casa o una parte di essa, in quanto è consi-
derata come il luogo della dimora abituale; nel senso cioè del fr-
maison (dal lat. mansionem).
19. uno mirabile tremore; cfr. Purg., xxx, 34:
CAPITOLO XIV 63
minciare nei mio petto da la sinistra parte, e disten- 20
dersi di subito per tutte le parti del mio corpo. Allora
dico ched io poggiai la mia persona simulatamente ad A/*^ÉL
una pintura, la qual circundava questa magione: e te- /*£**;' Vlai
mendo che altri non si fosse accorto del mio tremare, 4^'^ tm
levai gli occhi, e, mirando le donne, vidi tra loro la &-La-
E lo spirito mio, che già cotanto
tempo era stato che alla sua presenza
non era di stupor, tremando affranto ecc.,
sui quali versi osserva il Daniello: «Suol spesse volte avvenire agli
limanti, che mentre intentamente mirano l'amata loro, alla presenza
di quella, pieni di tremore e di stupore rimangono; il che vuol ora
dimostrare il poeta esser avvenuto a lui, dicendo che lo spirito suo,
il quale già cotanto tempo era stato che alla presenza di Beatrice
non era tremando affranto di stupore, senza aver più conoscenza de-
gli occhi ecc. ».
20. da la sinistra parte; era opinione volgare degli antichi, pro-
fessata anche da Aristotele, che l'uomo avesse il cuore dalla parte
sinistra del torace, non in mezzo com' è veramente. Nel Purg. x, 48
dice Dante che egli si trovava a sinistra di Virgilio, da quella parte
onde il core ha la gente.
22. poggiai la mia persona. Nel codice cassinese della Commedia
al verso dell' Inf., v, 142 leggesi una postilla, che si riferisce a questo
passo della V. N. : « Nota come quello che qui finge 1' autore, vale a
dire che cadesse, avvenne a sé stesso mentre era impigliato dall' amore
di Beatrice; imperocché essendosi fatto a certo convito in cui trova-
vasi Beatrice, venutagli questa incontro, in quello che montava per le
scale, cadde come mezzo morto , e trasportato sopra un letto, vi stette
alquanto fuor dei sensi ». Si vede, dalla inesattezza dei particolari, che
il postillatore cassinese aveva un vago ricordo della narrazione di
Dante, ma non tenera innanzi il testo della V. N. - simulatamente,
cioè copertamente, senza dar troppo nell'occhio, affinché i presenti
non si accorgessero del suo venir meno.
23. pintura; se circondava tutt' intorno la magione ossia la stanza
del convito non poteva esser un quadro, come spiegano il Pizzo e il
Witte; ma più tosto una serie di arazzi figurati, secondo il costume u " "f"'
antico delle case fiorentine. ' "*— — (JÀ ^^ /
25. levai gli occhi e mirando le donne vidi tra loro ecc. Cfr.
Inf. i, 26: Guardai in alto e vidi le sue spalle ecc.
'«** ^^' „ t LA VITA Nl/OVA
gentilissima Beatrice. Allora fuoro si distrutti li miei
spiriti per la forza eh' Amore prese veggendosi in tanta
propinquitade a la gentilissima donna, che non ne ri
masero in vita più che li spiriti del viso; ed ancora
30 questi rimasero fuori de li loro strumenti, però che
Amore volea stare nel loro nobilissimo luogo per ve-
dere la mirabile donna : e avvegna ched io fossi altro
che prima, molto mi dolea di questi spiritelli, che si
26. Allora fuoro ecc.: osserva il Card, che tutto questo luogo
sino alle parole come stanno gli altri nostri pari è variazione e
amplificazione di quel che ha detto già nel cap. xi.
29-30. li spiriti del viso che rimasero fuori de li loro {stru-
menti sono la facoltà della vista impedita dal soverchiare dell' affetto,
e perciò considerata come cacciata fuor degli occhi da Amore, che si
mette in sua vece; cfr. xi, 8-11.
33. I poeti fiorentini del dugento considerarono, non solo le facoltà
dell'animo, ma anche le più varie attitudini dell'essere come perso-
nificate in tanti spiriti o spiritelli; il Cavalcanti specialmente arrivò
sino all' esagerazione, chiamando per es. spirito noioso (p. 60) la noia,
rosso spirito nel volto (p. 42) il rossore, i deboletti spiriti (p. 51)
le debolezze, e via via, e giocando anche di bisticci su questa facile
personificazione scrisse questo sonetto ( p. 41 ), dove in ciascun verso
spirito e spiritello designano un' idea diversa.
Pegli occhi fere un spirito sottile,
che fa in la mente spirito destare;
dal qual si move spirito d'amare
e ogn' altro spiritello fa gentile.
Sentir non po' di lu' spirito vile
di cotanta vertù spirito appare;
questo è lo spiritel, che fa tremare
lo spiritel che fa la donna umile.
E poi da questo spirito si move
un altro dolce spirito soave,
che siegue un spiritello di mercede;
lo quale spiritel spiriti piove,
che di ciascuno spirit' ha la chiave,
per forza d' uno spirito che '1 vede;
A proposito di questi spiriti scrive il Fauriel {Dante et les orig. de
la litt. ital. 1,354): «Per il doppio effetto degli insegnamenti e degli
esempì di B. Latini la tendenza verso gli studi e le speculazioni filo-
sofiche, già cosi generale in Italia, fu rafforzata in Firenze, e vi si fece
CAPITOLO XIV. „ 65
lamentavano forte, e diceano : « Se questi non ci infol-
gorasse cosi fuori del nostro luogo, noi potremmo stare 35
a vedere la maraviglia di questa donna, cosi come
stanno gli altri nostri pari». Io dico che molte di que-
ste donne, accorgendosi de la mia trasfigurazione, si
cominciaro a maravigliare ; e ragionando si gabbavano
sentire persino nella nuova scuola di poesia cavalleresca che si veniva
formando. Fra i poeti di questa scuola, ve n'ha che si curarono meno
d'esprimere l'amore, che di definirlo sottilmente secondo le opinioni
d'Aristotele. Si domanda seriamente se esso è un'accidente o una so-
stanza; tutti i movimenti delle passioni, tutti gli atteggiamenti del
sentimento sono personificati, e sono riguardati come effetti e prodotti
di tanti spiriti diversi, di tante anime speciali, nelle quali si divide e
suddivide l'anima razionale, sensitiva o appetente di Aristotele. Ciascun
poeta ebbe allora ai suoi ordini per produrre e spiegare le più pic-
cole avventure, gli incidenti più fuggevoli dell'amore, una legione di
piccoli spiriti, di piccoli genii , di spiritelli, come si diceva, ch'egli
faceva viaggiare e volteggiare a sua voglia, in tutte le regioni del
cuore e del pensiero ».
34. -Se questi non ci infolgorasse, non ci cacciasse fuori della no-
stra sede naturale, quasi con la violenza della folgore; si cfr. questa
«spressione coi versi del Guinizelli (p. 32):
Per li occhi passa come fa lo trono,
che fer per la finestra de la torre
e ciò che dentro trova spezza e fende.
37. gli altri nostri pari, ciò sono gli altri sensi, che non riman-
gono cosi vinti dalla commozione innanzi a Beatrice.
39. e ragionando ecc. e parlando, esse e Beatrice usavano parole
di scherno a proposito della mia trasfigurazione. Cfr. F. da Barberino,
Del regg. e dei cost. di donna (p. 68):
Egli è venuto un tempo
che quella si tien buona
e crede esser cotanto maggior, quanto
più intenditori le vanno dintorno ;
e di certi si gabba
e di certi si ride
e di certi altri fa coll'altre beffe :
e tanto va cosi d' intorno al fuoco
che quel eh' è beffa si converte in vero.
In una situazione molto simile a quella di Dante si ritrovò anche Cino
e la rappresentò vivamente nel sonetto, che comincia (p. 117):
Dante — La Vita nuova. 5
JP vu- fLsiZfcy^ ^^<>Jr Jc^^f^ ^^is ^ /^
%
66 LA VITA NUOVA ' /^
f /3^/&/40 di me con questa gentilissima: onde, di ciò accorgen-
/,/ ^ict /^" - dosi l' amico mio di buona fede mi prese per la mano,
^fa ****>" - traendomi fuori de la veduta di queste donne, sì mi
domandò che io avesse. Allora io riposato alquanto, e
resurressiti li morti spiriti miei, e li discacciati rive-
45 nuti a le loro possessioni, dissi a questo mio amico
queste parole : « Io tenni li piedi in quella parte de la
vita, di là da la quale non si può ire più per inten-
dimento di ritornare». E partitomi da lui, mi ritornai;
ne la camera de le lagrime, ne la quale, piangendo e
50 vergognandomi, fra me medesimo dicea: «Se questa
donna sapesse la mia condizione, io non credo che
cosi gabbasse la mia persona, anzi credo che molta
pietà ne le verrebbe ». Ed in questo pianto stando cosi,
Se voi udiste la voce dolente
de' miei sospir, quando ch v escori di fuore,
non gabbareste la vista e '1 colore
eh' io cangio allor quando vi son presente.
41. l'amico mio di buona fede ecc., l'amico che credendosi," di
accompagnar Dante ad un luogo di festa si era ingannato, non po-
tendo prevedere l'incontro di Beatrice e i suoi dolorosi effetti.
44. resurressiti li morti spiriti ecc. risorte le mie facoltà, e
restituite alle loro normali funzioni , interrotte dalla grande commo-
zione.
45. a le loro possessioni; spiega il Giul., al loro luogo, agli stru-
menti od organi per cui mezzo sogliono dispiegare le loro operazioni.
46. lo tenni ecc. Il Cavalcanti (p. 76):
Allor m' apparve di sicur la morte
accompagnata di quelli martiri,
che soglion consumare altru' piangendo.
Il Card, nota che assomiglia a quel di Lucrezio, vi, 1155: Languebat
corpus leti iam limine in ipso; e di Catullo, lxviii, 4: Sublevem
et a mortis limine restituam; e di Virgilio, Culece, 222: te Restituì
superis leti iam limine ab ipso.
49. camera de le lagrime ; quella stessa che nel cap. n, 16 chiama
solingo luogo d'una sua camera e nel cap. xu, 6 la camera là ow'egli
potea lamentarsi senza essere udito.
CAPITOLO XIV 67
propuosi di dire parole, ne le quali, parlando a lei,
significasse la cagione del mio trasfiguramento, e di- 55
cessi che io so bene ch'ella non è saputa, e che se.
fosse saputa, io credo che pietà ne giungerebbe altrui :
e propuosile di dire, disiderando che venissero per av-
ventura ne la sua audienzia. Ed allora dissi questo
sonetto, il quale comincia cosi: ' 60
[Sonetto VII]
Con l'altre donne mia vista gabbate, A&PAj ApBA)
e non pensate, donna, onde si mova, £P c *
56. so bene ch'ella non è saputa; il Frat. riferendo ella a Bea-
trice, intende: questa non è consapevole, non ha cognizione di ciò.
Meglio, il Giul.: « so bene che la cagione del mio trasfiguramento
non è conosciuta »: e cosi intendono il Card, e il Tod.
56. se fosse saputa; cfr. la nota al cap. v, 19.
57. pietà ne giungerebbe altrui; il D'Anc. richiama opportuna-
mente i versi del Cavalcanti (p. 71) :
Qualunqu' è quei che più allegrezza sente
se vedesse li spirti fuggir via
di grande sua pietate piangerla.
59. audienzia, Tatto dell'udire, l'udita; cfr. Cino (p. 46): La
grave audienza de gli orecchi miei.
60. questo sonetto, dei migliori fra i giovanili di Dante, è di quelli
che risentono troppo da vicino, cosi per l'intonazione generale, come
per certe particolarità di stile e d'imagini, i sonetti del Guinizelli; che
Dante e gli altri poeti fiorentini consideravano padre loro e degli
altri miglior che mai Rune d'amore usar dolci e leggiadre (Purg.,
xxvi, 98).
61. Con l'altre donne, quelle che nella festa si erano accorte della
sua trasfigurazione; cfr. in questo cap. 37-40; nei due luoghi con
esprime solo la relazione di compagnia, significando insieme con:
tanto è vero che nella prosa dice le donne gabbarsi con questa gen-
tilissima, mentre nel son. dice Beatrice gabbarsi con l'altre donna;
onde risulta chiaro come nel primo luogo Dante non abbia voluto si-
gnificare che le donne si burlassero di lui nei discorsi loro a Bea-
trice, ma che e le donne e Beatrice insieme, parlando di lui, lo met-
tevano in burla.
68 LA VITA NUOVA
eh' io vi rassembri si figura nova,
4 quando riguardo la vostra beltate.
65 Se lo saveste, non poria pietate
tener più contra me 1' usata prova ;
che amor, quando si presso a vo' mi trova,
8 prende baldanza e tanta securtate,
che fere tra' miei spiriti paurosi, .
70 ' e quale ancide, e qual pinge di fora,
11 si che solo remane a veder vui.
Ond' io mi cangio in figura d'altrui,
ma non si, eh 1 io non senta bene allora
14 li guai de li scacciati tormentosi.
75 Questo sonetto non divido in parti, però che la divi-
sione non si fa, se non per aprire la sentenzia de la
63. ch'io ecc. vi appaia in sembiante cosi strano, cosi trasfigu-
rato. - nuovo in questo senso è frequentemente usato ; per es., di per-
sona dal Velluti, Cronaca (p. 30) : fu grosso e nuovo uomo, ed ebbe
tma moglie che fu nuova donna.
66. prova, la resistenza che la pietà suole opporre ai desideri
degli amanti : cfr. Inf, vm, 122 : Non sbigottii' eh' i' vincerò la prova
e xxvn, 43; la terra che fé' già la lunga prova.
68. prende baldanza, imbaldanzisce, insuperbisce ; cfr. cap. xxv,
12: e acciò che non ne pigli alcuna baldanza persona grossa; della
baldanza d'Amore cfr. la nota al cap. i, 41.
69. che fere; cfr. i versi del Guinizelli cit. alla nota del cap. i, 16:
fere qui vale percuote, ferisce, come neWInf, ix, 69: un vento Im-
petuoso per gli avversi ardori Che fier la selva ecc.
70. Cfr. in questo cap., 26-36, la dichiarazione di questo verso e
del seg.
71. si che solo ecc. Cfr. cap. xvi, 25:
campami un spirto vivo solamente,
e quei riman, perché di voi ragiona.
72. Ond' io mi cangio ecc. Il Giul. annota: « è qui bello di con-
siderare il vario modo, in che un medesimo pensiero viene espresso
ed abbellito. A diverso proposito, nella Commedia, per dinotare l'in-
ganno di Mirra scellerata, l'Ai, dice che costei falsificò sé in altrui
forma, siccome lo Schicchi falsificò in sé Buoso Donati, pigliandone
le sembianze e simulando di esser Ini stesso : Inf, xxx, 41 e 44 »•
CAPITOLO XIV
cosa divisa: onde, con ciò sia cosa che per la sua ra-
gionata cagione assai sia manifesto, però non ha me-
stiere di divisione. Vero è che tra le parole, dove si
manifesta la cagione di questo sonetto, si scrivono so
dubbiose parole ; ciò è quando dico, che Amore uccide
tutti li miei spiriti, e li visivi rimangono in vita, salvo
che fuori de li strumenti loro. E questo dubbio è im-
possibile a solvere a chi non fosse in simile grado fe-
dele d'Amore; ed a coloro che vi sono è manifesto ss
ciò che solverebbe' le dubitose parole: e però non è
bene a me di dichiarare cotale dubitazione, acciò che '1
mio parlare dichiarando sarebbe indarno, o vero di
soperchio.
XV
Appresso la nova trasfigurazione mi giunse uno
pensamento forte, lo quale poco si partia da me ; anzi
continuamente mi riprendea, ed era di cotale ragiona- '
7T. ragionata cagione, il fatto che diede occasione al sonetto
ed è minutamente narrato nella precedente prosa.
81. dubbiose parole, quelle che sono scritte in questo cap., 26-27.
84. in simile grado fedele d'Amore, innamorato e capace di
seutir l'amore, cosi come son'io, in grado simile al mio.
87. acciò die, però che : uso frequentissimo negli antichi ; per es.
Novell., i: disse che molto era savio in parola, ma non in fatto,
acciò che non avea domandato; xx: a me non pare, acciò che la
legge è giustissima ecc.
88. sarebbe indarno per chi non sente "amore in simile grado;
mentre sarebbe di soperchio a quei che lo sentono.
XV. — 1. nova trasfigurazione, quella descritta nel cap. xiv.
2. pensamento forte; intenderei grave, intenso, continuato: ed è
il pensiero d'Amore che lo consigliava a fuggir Beatrice, più tosto
che rimanere oppresso dagli effetti della vista di lei.
3. ragionamento, qui intende il pensiero eh' egli aveva di vincere
la naturale attrazione verso la sua donna; ma poiché imagina che sia
70 LA VITA NUOVA
mento meco : « Poi che tu pervieni a cosi discherne-
5 vole vista quando tu se' presso di questa donna, perché
pur cerchi di vedere lei ? Ecco che tu fossi domandato
da lei: che avresti da rispondere, ponendo che tu avessi
libera ciascuna tua vertude, in quanto tu le rispon-
dessi? » Ed a costui rispondea un altro umile pensiero,
io e dicea : « S' io non perdessi le mie vertudi , e fossi
libero tanto eh' io le potessi rispondere, io le direi, che
si tosto com' io imagino la sua mirabile bellezza, sì
tosto mi giugne un disiderio di vedérla, lo quale è di
tanta vertude, che uccide e distrugge ne la mia me-
15 moria ciò che contra lui si potesse levare ; e però non
mi ritraggono le passate passioni da cercare la veduta
di costei ». Onde io, mosso da cotali pensamenti, pro-
puosi di dire certe parole, ne le quali, scusandomi a
lei di cotale riprensione, ponessi anche di dire di quello
pensiero non della sua mente, si bene di Amore personificato, dice
che gli era esposto quasi per mezzo di una ragionata dimostrazione.
4. dischernevole vista, aspetto ridicolo, che eccita lo scherno degli
altri; cfr. cap. xiv, 39.
6. Ecco che tu fossi ecc., supponiamo che tu fossi interrogato
dalla tua donna.
7. ponendo che tu ecc.; veramente, osserva il Witte, trovandosi
nel cospetto di Beatrice, Dante non aveva libere le sue virtù, però
che, come si dice nel cap. xi, 18, persino il corpo si movea come
cosa grave inanimata.
8. in quanto tu le rispondessi; il Giul. : « posto cioè che tu fossi
libero tanto, da poter risponderle ».
10. S'io non perdessi ecc. Se innanzi a Beatrice io conservassi
tutte le mie facoltà e specialmente quella della parola, le direi come
non appena ricordo la sua meravigliosa bellezza sento desiderio di
contemplarla e questo desiderio è si forte da cancellare nella mia
memoria qualunque ricordo degli affanni passati ecc.
16. le passate passioni; i dolori sofferti da Dante per l' addietro,
per effetto della vista di Beatrice.
CAPITOLO XV 71
che mi diviene presso di lei; e dissi questo sonetto, 20
il quale comincia così :
[Sonetto Vili] JlBBAsAjìSAjCMADZ
/X li Ciò/ che m' incontrai ne la mente^fmore /x Cpr. is.f£,- { ->
quand' i' vegno a veder voi, bella gioia, "
e quand' io vi son presso, io sento Amore,
4 che dice: «Fuggi se '1 perir t' è noia». 25
20. questo sonetto; risente anch' esso del fare scolastico e ra-
gionativo che hanno tutte le poesie composte da Dante nella gio-
ventù ; e si può ripetere a proposito di questo sonetto l'osservazione
fatta sui due precedenti, cioè che il poeta non ha saputo rappresen-
tare il contrasto degli affetti, preoccupato dal desiderio di spiegarlo :
anche nei particolari dello stile e della lingua nulla è di osservabile.
22. Ciò che ecc. Il Card, e il Tod. " interpungono cosi : Ciò che
■m' incontra, ne la mente more ecc. e spiegano l'uno: « ogni pensiero
•che si opponga al desiderio di vedervi, muore nella mia memoria
quando ecc. » e l'altro: « si dilegua dalla mia memoria ciò che mi
-accade quando vi veggio ». Il Giul. e il Witte invece scrivono: Ciò
che m'incontra ne la mente, more ecc. ed interpretano: « ogni
opposto pensiero che sorga nella memoria, resta distrutto dal mio
desiderio e vengo a veder voi ecc. ». La prima interpretazione è in
corrispondenza precisa colle parole della prosa: si tosto mi giugne
un desiderio di vederla, lo quale è di tanta vertude, che uccide e
distrugge ne la mia memoria ciò che contra lui si potesse levare, e
ed è certamente la vera; sebbene possa a prima vista far dubitare la fitta
forte ellissi di pensiero della frase che m' incontra per significare « che tt ^»
si leva in me contro il desiderio di veder Beatrice». Del resto la stessa fyJj r ,i
•ellissi nella frase medesima è anche in un sonetto di Cino (p. 117), *f , a&ads-
che rappresenta in forma assai più viva e perspicua uno stato di a-
nimo, analogo a quello di Dante:
Se voi udiste la voce dolente
de' miei sospiri quand' escon di fuore,
non gabbereste la vista e '1 colore
eh' i' cangio allora eh' i' vi son presente.
Anzi se voi m' odiaste mortalmente,
C passerebbe pietà nel vostro core ;
e soverrebbe a voi del mio dolore
veggiendone cagion voi solamente.
Però che vegnon dal distrutto loco,
ciò è dal cor meo che piange lasso,
tanto si sente aver di vita poco ;
72 LA VITA NUOVA
Lo viso mostra lo color del core,
che, tramortendo, ovunque può s'appoia;
e per la ebrietà del gran tremore
8 le pietre par che gridin : « Moia, moia ».
1' anima dice a lui : << ora ti lasso »,
per che m' incontra ciò che riso e gioco
vi fa menar, quancT avanti vi passo.
- mente, secondo le parole di Dante stesso, è la memoria; come Del-
l' Inf., ii, 8: mente, che scrivesti ciò ch'io vidi; nel Boccaccio,
Rime: Sta nella mente mia quella figura ecc.
26. Lo viso ecc. Il Card.: « il viso si cuopre di pallidezza, eh' è
il color conveniente alla passione che porto dentro il cuore. Horat.
Carni., in, x, 14: Et tinctus viola pallor amantium; Petrarca:
Un pallor di viola e d'amor tinto; Dante stesso (cap. xxxvi, 13):
Color d'amore e divieta sembianti, e Purg., xxvm, 45: s' io vo' cre-
dere a' sembianti Che soglion esser testimon del cuore ». 11 Griuf. :
« viso qui si vuol intendere per tutta la persona», e si richiama alle
parole del cap. xiv, 21-23. Intenderei col Card, viso per volto, o vero
più largamente aspetto, senza il rapido passaggio da questa idea a
quella della persona; cfr. la nota seguente.
27. che, tramortendo ecc. il quale cuore, sentendosi morire, ve-
nir meno, ovunque può s'appoia, si apprende al rimedio che può
avere, quello cioè di cercare la veduta di costei. - s'appoia, si ap-
poggia; detto anche di moti dell'animo, per es. in Lapo Gianni (Val.
II, 118): colei, a cui ti vo' mandare Cui gentilezza ed ogni ben
s'appoia, in Chiaro Davanzati (Ant. rime volg., ni, 141): simile
figura Di clarità ver la vostra s' apoia. Il Giul. e il Witte intendono
di un appoggiarsi materiale del viso, ma è impossibile trarre questa
voce alla significazione di persona, e d'altra parte qui sono rappre-
sentati solo i commovimenti dello spirito.
28. e per V ebrietà; il Card. « per l'eccesso di quel tremore che
rassembra allo stato dell'ebrietà, che mi fa parer ebro ».
29. le pietre par che gridin ecc. Il Witte : « invece di sorreg-
gerlo, le pietre di quel muro, commosse dal suo tremore, vogliono
vederlo morto », e anche il Fraticelli intende «le pietre di quella pa-
rete, di quella muraglia, ov' egli sentendosi venir meno s'appoggiò».
E inutile ripetere che questo luogo non è immediatamente collegato
col racconto del cap. xiv, ma la rappresentazione di un fenomeno po-
steriore conseguente a quel fatto; perciò è da intendere che insili le
pietre commosse per il tremare di Dante, gli avrebbero come minor
male desiderata la morte.
CAPITOLO XV 73
Peccato face chi allor mi vide, 30
se l'alma sbigottita non conforta,
11 sol dimostrando che di me gli doglia,
per la pietà, che '1 vostro gabbo ancide,
la quaì si cria ne la vista morta
14 de gli occhi, e' hanno di lor morte voglia. 33.
Questo sonetto si divide in due parti : ne la prima
dico la cagione, per che non mi tengo di gire presso
di questa donna; ne la seconda dico quello che mi di-
viene per andare presso di lei ; e comincia questa parte
quivi: E quand'io vi son presso [v. 3]. Anche, si divide 4»
questa seconda parte in cinque, secondo cinque diverse
narrazioni: che ne la prima dico quello che Amore .
consigliato da la ragione mi dice quando le %dr presso ; ^^p^
ne la seconda manifesto lo stato del cuore per esemplo ^ ^_
del viso; ne la terza dico, si come ogni sicurtà mi 45^^.
viene meno; ne la quarta dico che pecca quelli che z/?-l
30. Peccato face chi allor mi vide ecc. Tutti gli interpreti rico-
noscono in vide un presente, ma parmi da consentire al D'Ovidio,
che lo tiene per un perfetto, e spiegherei : « Chi mai mi vide in quello
stato di animo, che ho descritto, fa peccato se non si muove a con-
fortarmi ». Il passo poi è spiegato dal Witte: « la vista morta,
l'aspetto tramortito della mia persona, cria cioè crea, fa nascere,
ovvero dovrebbe farlo, pietà in altrui. Anzi il non sentirne e il non
manifestarla, non confortando V alma sbigottita del poeta, o non di-
mostrando almeno qualche compassione pel suo stato, sarebbe pec-
cato. Ma questa pietà, benché nata in altrui, è uccisa dal gabbo, dal
beffarsi che Beatrice ne fa colle sue compagne ».
34. la vista morta, è il pallore mortale, il morto colore, come
lo chiama il Cavalcanti, (p. 52) il qual sol apparir quand' o?n si
more.
37. non mi tengo di gire, non s'o astenermi dall'andare.
42. quello che Amore .... mi dice, cioè: fuggi, se 'l perir t' è noia.
44. per esemplo del viso, per l'imagine che dello stato dell'ani-
mo rende il mio volto.
74 LA VITA NUOVA
non mostra pietà di me, acciò che mi sarebbe alcuno
conforto ; ne l'ultima dico perché altri dovrebbe avere
pietà, e ciò è per la pietosa vista, che ne . li occhi mi
50 giunge; la qual vista pietosa è distrutta, ciò è non
pare altrui, per lo gabbare di questa donna, la qual
trae a sua simile operazione coloro, che forse vedreb-
bero questa pietà. La seconda parte comincia quivi : Lo
viso mostra fv. 5] ; la terza quivi : E per la ebrietà
55 [v. 7] ; la quarta : Peccato face [v. 9] ; la quinta :
Per la pietà [v. 12].
XVI
Appresso ciò ched io dissi, questo sonetto mi
mosse una volontà di dire anche parole, ne le quali
io dicessi quattro cose ancora sopra '1 mio stato, le
qua' non mi parea che fossero manifestate ancora per
5 me. La prima de le quali si è che molte volte io mi
dolea, quando la mia memoria movesse la fantasia ad
imaginare quale Amor mi facea : la seconda si è
47. acciò che, cfr. la nota al cap. xiv, 87.
XVI. — 3. quattro cose ecc., quattro movimenti dell'animo non
ancora rappresentati nelle precedenti rime: il dolore provato al solo
ricordare gli affanni amorosi, il permanere del pensiero della sua
donna, il dimenticar troppo facilmente gli effetti della vista di lei, e
finalmente il tremito doloroso che l'opprimeva innanzi a Beatrice.
Veramente alcuni di questi moti del suo spirito sono già stati abba-
stanza chiaramente manifestati da Dante nel sonetto precedente, si
che non s'intende la ragione della dichiarazione che apre questo
capitolo.
5. La prima de le quali è espressa nei versi 1-4 del son. ; la
seconda nei v. 5-8; la terza nei v. 9-11, e la quarta nei v. 12-14;
con una precisione di distribuzione del pensiero nei periodi metrici,
che è una nuova prova delle tendenze scolastiche di Dante.
CAPITOLO XVI 75
eh' Amore spesse volte di subito m' assalia si forte,
che 'n me non rimanea altro di vita se non un penserò,
che parlava di questa donna : la terza si è che quando io
questa battaglia d'Amore mi pugnava cosi, io mi movea,
quasi discolorato tutto, per vedere questa donna, cre-
dendo che mi difendesse la sua veduta da questa bat-
taglia, dimenticando quello che a propinquare a tanta
gentilezza m' addivenia : la quarta si è come cotal ve- 15
duta non solamente non mi difendea, ma finalmente
disconfiggea la mia poca vita; e però dissi questo so-
netto, il qual comincia:
[Sonetto IX]
Spesse fiate vegnonmi a la mente
T oscure qualità eh' Amor mi dona ; 20
11. battaglia a" 'Amore -, cfr. la nota al cap. xiv, 1, e i seguenti
luoghi di poeti antichi. G. Guinizelli (p. 29):
e tale nimistate aggio col core
che sempre di battaglia me minaccia;
•e altrove (p. 33) :
Et eo da lo so' amor son assalito
con si fera battaglia di sospiri
eh' avanti a lei di dir non seri' ardito.
G. Cavalcanti ( p. 45 ) :
la nova donna, cu' merzede cheggio
questa battaglia di dolor mantene ;
« in una canzone (p. 13):
la mia virtù si parti sconsolata
poi che lassò lo core
a la battaglia, ove madonna è stata.
14. a propinquare, ad avvicinarmi, quando mi avvicinava.
19. la mente, anche qui è la facoltà del ricordare; cfr. la nota
al cap. xv, 22, e sopra nella prosa: quando la mia memoria mo-
vesse la fantasia ecc.
20. l'oscure qualità, spiega il Witte, il tremore del cuore, la
pallidezza del viso, il venir meno degli spiriti sensitivi, e generalmente
la schernevole vista; qualità propriamente è usato qui per condizio-
ni, come al cap. xxx, 27: le qualità de la mia vita oscura.
76 LA VITA NUOVA
e vienraene pietà si che sovente
4 io dico : « lasso ! avvien egli a persona ? »
Ch' Amor m' assale subitan amente
si che la vita quasi m' abbandona :
25 campami un spirto vivo solamente,
8 e que' riman, perché di voi ragiona.
Pòi mi sforzo, che mi voglio aitare;
e cosi smorto, e d' ogne valor voto,
11 vegno a vedervi, credendo guerire:
30 e s'i levo gli occhi per guardare,
nel cor mi si comincia un terreinuoto,
14 che da' polsi fa 1' anima partire.
Questo sonetto si divide in quattro parti, secondo-
che quattro cose sono in esso narrate : imperò che son
35 di sopra ragionate, non m' intrametto se non di stri-
gnere le parti per li loro cominciamenti ; onde dico
22. avvien egli a persona ? accade ad altri di trovarsi, per effetto-
d'amore, in uno stato cosi doloroso, come il mio?
25. campami ecc., mi salva dalla morte il pensiero di voi, che-
solo rimane vivo nel mio animo.
29. credendo guerire, avendo speranza che la vostra vista mi
liberi dalla lotta.
* • Jiirvà ^' terreìnu °t°i cosi hanno i più autorevoli testi, e può bene in-
tendersi in senso allargato come scossa violenta dell'animo: se non
u^ Ar/-<-«.t- c ^ e i essendo un imagine troppo sproporzionata, si amerebbe che Dante
«•e/ a—re--// avesse scritto tremoto (formato per analogia su tremito, tremore ecc.)»
^ ' -A*, come legge il Card., con una congettura più acuta forse che sicura,.
'* non avendosi altri esempi di questa voce, e d'altra parte essendo possi-
bile quest' imagine in una poesia giovanile di Dante, che una molto
simile adoperò neh' Inf., xxxi, 106 :
t . Non fu tremuoto mai tanto rubesto
che scotesse una torre cosi forte,
come Fialte a scuotersi fu presto.
35. m intrametto, mi occupo ; come in un antico rimatore (Ant-
1 rim. volg., I, 422): Chi 'ntra noi partimento S' intramise di fare;
dove è certamente un provenzalismo. - di strignere le parti, di rac-
cogliere, ordinare ecc. Gli altri testi leggono di distinguere le parti.
f-
CAPITOLO XVI 77
Cirrr.
-che la seconda parte comincia quivi: CK Amor [v. 5];
la terza quivi : Poi mi sforzo [v. 9] ; la quarta quivi :
JE s' i' levo [v. 12].
XVII
Poi che dissi questi tre sonetti, ne li quali parlai
a questa donna, però che fa oro narratori di tutto quasi
lo mio stato, credendomi tacere e non dire più però
<;he mi parea di me aver assai manifestato, avvegna
che sempre poi tacesse di dire a lei, a me convenne 5
ripigliare materia npva e più nobile che la passata. J y. -i'UO
XVII. — 1. Poi che ecc. Questo periodo è nelle edizioni moderne, ^ fi
-eccettuata quella del D'Anc., spezzato in due, facendosi punto a ma-
nifestato e cambiato in credeimi il credendomi, che è di tutti i ma-
noscritti; oltre ciò che il Tod. e il Rajna osservarono a difesa della
lezione del nostro testo, si noti l'antitesi voluta esprimere da Dante
tra l'avere per l' addietro parlato troppo di sé {mi parea di me aver
assai manifestato) e il non essersi rivolto più direttamente alla sua
donna (avvegna che sempre poi tacesse di dire a lei), antitesi che
richiede la continuità di un solo periodo. - questi tre sonetti ecc.
sono quelli dei due capp. precedenti, e in essi Dante parla rivolgen-
dosi sempre a Beatrice (son. vii, 2: e non pensate, donna, onde si
mova; vili, 2: quando vegno a veder voi, bella gioia; ix, 11: vegno
a vedervi).
2. fuoro narratori di tutto quasi lo mio stato, rappresentarono
tutta la mia condizione, gli effetti cioè del veder Beatrice e le lotte
dell' anima sbigottita innanzi al pensiero di lei.
5. tacesse di dire, lasciassi di parlare: cfr. Guittone (i, 196): E
dolente mi taccio Di ciò pensare. - a lei ; di fatto colla canzone
che viene appresso Dante incomincia a parlare di Beatrice indiretta-
mente, volgendo il discorso a donne in seconda persona; cfr. cap.
xix, 5.
6. matera, argomento; cfr. la nota al cap. xm, 36. -più nobile
che la passata. Osserva il D'Anc. che le dieci poesie contenute nei
precedenti capitoli formano un gruppo a sé per il tempo della loro
composizione, per la storia dell' amore di Dante e anche per l' arte.
78 LA VITA NUOVA
E però- che la cagione de la nova materia è dilette-
vole a udire, la dicerò ; quanto potrò più brievemente.
Per il tempo esse appartengono agli anni che corsero dal secondo
incontro con Beatrice (cap. m) sino ad un momento alquanto ante-
riore alla morte del padre di lei (cap. xxn), cioè dal 1283 al 1287.
«Quanto alla storia dell'amore di Dante, scrive il D'Anc, queste poesie
corrispondono ad un affetto qual era quello di cotesti anni del poeta,
cioè puro e gentile, ma naturale ed umano, che si pasce della vista,
del saluto, delle parole della donna amata, e vista e saluto e parole
prende a soggetto del canto: tutto quello, cioè, che la realtà ha di
meno materiato, ma che è pur realtà e senso. E giova anche osservare
come, se lo scegliersi non uno, ma due successivi schermi può essere
stato consigliato a Dante dalla prudenza e dal rispetto inverso Bea-
trice, ciò rammenta anche assai le usanze tradizionali e costanti dei
trovatori di Provenza, che studiosamente celavano altrui qual fosse la
donna amata, mostrando in vista di volgere ad altra l'affetto e iL
verso. Ad ogni modo, le forme dell'amore di Dante, non superano
ancora, come dappoi, le comuni consuetudini dei tempi: non sono. la
passion nuova che avremo fra poco. Ma d' ora in poi le rime avranno
altra forma ed altre qualità, al modo stesso come altra natura avrà
F affetto, divenuto quasi contemplativo e spirituale senza alcun incen-
tivo o appagamento dei sensi : e che si mostra, qual è definito nel
Conv., in, 2, linimento spirituale dell'anima colla cosa amata».
Quanto all' arte di queste poesie vedasi ciò che se n' è detto nelle note
a ciascuna, e in generale è da consentire al Card., che scrive: « A me
pare che della scuola di transizione risentano le prime dieci poesie
della V. N. .... Non nego che in quelle rime trasparisce a volte il
poeta, ma tale che non ha ancora un'idea chiara dell'arte, che non
ha eletto la sua via. Egli ondeggia tra le rimembranze cavalleresche
e la maniera imaginosa, ma un po' ruvida e senza grand' effetto, dei
sonetti del Cavalcanti; anche dissimula l'esiguità del concetto col ce-
rimoniale della forma, col linguaggio consuetudinario delle corti e del
codice d'amore, co' fioretti dello stile ch'era allora di moda; e tal
fiata, come i principianti per darsi aria, ingrossa un po' la voce e
carica il colorito ».
7. la cagione de la nova materia, cfr. cap. xvm, 46.
CAPITOLO XVIII 79
XVIII 'J^S&z>.
Con ciò sia cosa che per la vista mia molte per-
sone avessero compreso lo segreto del mio cuore, certe
donne, le quali raunate s'erano, dilettandosi l'una ne
la compagnia de l'altra, sapeano bene lo mio cuore, j
però che ciascuna di loro era stata a molte mie scon- s
fitte. Ed io ( .passando appresso di loro, si come da la ^"V^'tr^
fortuna menato, fui chiamato da una di queste gentili T /
donne ; e quella, che m' avea chiamato, era di molto
gentile parlare e leggiadro. Si che quand' io fu' giunto
dinanzi da loro, e vidi bene che la mia gentilissima io
donna non era con esse, rassicurandomi le salutai, e
domandai che piacesse loro. Le donne eran molte, tra
le quali n'avea certe che si rideano tra loro. Altre
v' erano, che mi guardavano aspettando che io dovessi
dire. Altre v' erano simigliantemente che parlavano tra 15
loro, de le quali una volgendo li suoi occhi verso me,
e chiamandomi per nome, disse queste parole : « A che
fine ami tu questa tua donna, poi che tu non puoi so-
stenere la sua presenza? Dilloci, che certo lo fine di
XVIII. — 1. -per la vista ecc., per le dimostrazioni eh' io ne fa-
ceva allorché mi trovavo innanzi a Beatrice.
5. sconfitte sono le commozioni di Dante, come per esempio quella
narrata nel cap. xiv.
6. come da la fortuna menato, non già in compagnia di un
amico, come l'altra volta, o per mia volontà, ma a caso, senza che
io avessi cercata quella radunanza.
17. A che fine ecc. Le donne di questo raduno non solamente
conoscevano Dante e il suo amore, ma avevano per lui un certo in-
teresse, perché egli si trasfigurava tutto alla presenza di Beatrice e
non poteva sostenerne la vista: ciò che doveva indurre un sentimento
di compassione mista di pietosa curiosità in queste donne, che ave-
vano intelletto d'amore.
80 LA VITA NUOVA
20 cotale amore conviene che sia novissimo ». E poi che
m'ebbe dette queste parole, non solamente ella, ma
tutte l' altre cominciarono ad attendere in vista la mia
risponsione. Allora dissi loro queste parole : « Madonne,
lo fine del mio amore fue già lo saluto di questa doli-
lo na, forse di cui voi intendete; ed in quello dimorava
la beatitudine, che era fine di tutti li miei desideri. Ma
poi che le piacque di negarlo a me, lo mio signore
Amore, la sua mercede, ha posta tutta la mia beatitu-
dine in quello, che non mi puote venire meno». Al-
so lora queste donne cominciaro a parlare tra loro ; e si
come talora vedemo cadere Y acqua mischiata di bella
neve, cosi mi pare udire le loro parole uscire mischiate
20. novìssimo, insolito, diverso dal fine degli altri amori.
22. cominciarono ad attendere in vista, dimostrarono che aspet-
tavano, fecero sembiante di aspettare che io rispondessi; in vista,
significa propriamente all'atteggiamento del volto, come nel Purg.,
i, 32: degno di tanta riverenza in vista, e 79: Marzia tua, che in
vista ancor ti prega, e xm, 100: vidi un'ombra che aspettava In
vista ecc.
24. lo fine ecc., il saluto della donna, della quale voi forse inten-
■ dete parlare, fu il fine del mio amore, e in esso era la mia beatitu-
dine, appunto perché esso saluto compieva tutti i miei desideri e sod-
disfaceva tutte le aspirazioni del mio animo.
25. forse; nota il Witte che Dante non vuol concedere diretta-
mente, che queste donne abbiano compreso il segreto del suo cuore. .
26. eh' era fine, poiché esso saluto era fine ecc. Questa è la vera
lez. appoggiata dai migliori testi; il D'Anc. legge la beatitudine eh' è 'l
fine e il Rajna osserva che «la beatitudine è anche ora il fine dei
desideri, e solo ha mutato sede ed oggetto, come si dichiara più sotto»:
ma sarebbe da spiegare perché Dante, dopo aver detto che fu fine il
saluto, dica ora che fu la beatitudine, la quale del saluto è semplice-
mente un effetto. Il Witte legge la beatitudine e il fine, emendazione
non necessaria, essendo chiarissima e bella la lez. dei codici.
32. mi pare, risento quasi ancora risuonare nell' animo la dolcezza
di quelle parole e di quei sospiri. - udire le loro parole uscire mi-
schiate di sospiri, ascoltar le parole che uscivano loro di bocca ac-
CAPITOLO XVIII 81
di sospiri. E poi che alquanto ebbero parlato tra loro,
anche mi disse questa donna, che m'avea prima par- :
lato, queste parole : « Noi ti preghiamo che tu ci dichi 35
dov'è questa tua beatitudine». Ed io rispondendole
dissi cotanto : « In quelle parole che lodano la donna
mia». Allora mi rispuose questa che mi parlava: «Se
tu ne dicessi vero, quelle parole che tu n'hai dette inno-
tifìcando la tua condizione, avrestù operate con altro 40
compagnate e interrotte dai sospiri. Gli editori moderni accolsero tutti
la lez. poco ragionevole vedere le loro parole, cercandone un sostegno
nell'analogia col verso dell' Inf., xxxm, 9: parlar e lagrimar ve-
drai insieme. Ma oltre che la lez. udire è di tutti i codici più anti-
chi, si osservi che l'altra ha tutta la sembianza di una correzione
suggerita dal vedemo cadere l'acqua ecc. a chi non intese bene quali
fossero i termini veri della comparazione : Dante volle raffrontare
l'acqua mischiata di neve alle parole accompagnate di sospiri, non
già il cadere di quella all' uscita di queste, e però disse vedemo di un
fenomeno che colpisce la vista, e udire nel senso più generale di
sentire.
35. Noi ti preghiamo ecc. poiché la tua beatitudine fue già nel
saluto, ed ora non è più, desideriamo sapere dove è riposta.
37. cotanto, propriamente qui significa: queste sole parole ; un si-
mile uso del semplice tanto è nelVInf., xv, 91. - In quelle parole ecc.
Il fine dell' amore di Dante è stato sinora umano, cosi per la sua na-
tura come per gli effetti del saluto, onde procedeva la sua beatitudine;
d'ora innanzi egli propone al suo amore un fine, che si compie in
sé stesso e progredisce sempre verso una più alta idealità, dalle pa-
role che lodano la donna sua sino al dire di lei quello che mai
non fu detto d' alcuna ( cap. xlii, 8 ).
38. Se tu ne dicessi vero ecc. Il Tod. espone : « Se fosse vero
quello che tu di', che la tua felicità stia nel lodare la donna tua, le
parole che tu n' hai dette le avresti foggiate in altra guisa, le avresti
volte ad esprimere altri concetti, altra sentenza, e non le avresti ra-
gi anate in forma di querela e di lamento, come hai fatto nei sonetti,
ne' quali hai resa nota la tua condizione. »
40. con altro intendimento, con altri concetti, con altre senten-
ze ; cfr. Purg., xxvm, 59: il dolce suono Veniva a me coi suoi in-
tendimenti.
Dante — La Vita nuova. 6
82 LA VITA NUOVA
intendimento». Ond' io pensando a queste parole, quasi
vergognoso mi partio da loro ; e venia dicendo fra me
medesimo : « Poi eh' i' ebbi tanta beatitudine in quelle
parole che lodano la mia donna, perché altro parlare
45 è stato lo mio ?» E però propuosi di prendere per ma-
CA- cas4.&£- tera del mio parlare sempre mai quello che fosse loda
MJt/u^ a- di questa gentilissima; e pensando molto a ciò, pa-
reami avere impresa troppo alta matera quanto a me,
sì che non ardia di cominciare ; e così dimorai alquanti
50 di con disiderio di dire e con paura di cominciare.
41. pensando a queste parole; quelle che contengono l'acuta os-
servazione della donna o quelle che disse notificando la propria con-
dizione, ciò sono i sonetti dei capp. precedenti ? Probabilmente queste
flyp » ultime, poiché all'altre non aveva bisogno di ripensare essendogli
. 'J state dette allora, e perché si allontanava vergognoso, non già dell' aver
l& p.A" avuto questa osservazione della donna, ma perché, richiamandosi alla
f ìlAA-' >K ~' memoria i sonetti, ha riconosciuto subito come essi siano più tosto
_ ,1^ dimostrazioni di un animo passionato e turbato che non una prova
^ di quella serenità e di quella calma, onde ora ripone il fine del suo
amore nella lode di Beatrice.
46. quello che fosse loda di questa gentilissima, ecco la nova
materia dilettevole a udire del cap. xvn, 7. « In che cosa propria-
mente consista, scrive egregiamente il D'Anc. , questa novità e nobiltà
maggiore, si conosce solo leggendo le rime di questo secondo periodo
dell'affetto, nelle quali cessa la lamentazione, e comincia l'inno ». E
il Card, determina ed esprime con animo d' artista questo passaggio :
«Non più desideri!, non più querele, non più gioie straordinarie: ma
continua e beata contemplazione della bellezza in ciò eh' eli' ha di più
sovrasensibile, in quanto si manifesta operatrice di bene non pur su
l'anima del poeta ma in tutto che l'appressa. Ugo da S. Vittore avea
s detto : Le bellezze visibili sono come fronde che il vento porta via,
ma che gettano ombra e freschezza, e attestano cosi la provvidenza.
Ma Dante adora non le bellezze, si la bellezza. La parte materiata,
quella che il vento porta via, ei non vi attende: gran che se della
sua donna ricorda il color di perla, proprietà angelicata, e gli occhi,
de'quali non ci fa mai sapere se neri sieuo o celesti, se languidi o
ardenti, ma che in essi ella porta amore. Direste ch'ei ne contempli
l' idea pura ed astratta, se di quando in quando non accennasse al
CAPITOLO XIX 83
XIX
Avvenne poi che, passando io per un cammino, £^ u^.
lungo lo quale sen già un rivo chiaro molto, a me vì^aìW*
giunse tanta volontade di dire, ched io incominciai a'y^/C^^
pensare lo modo eh' io tenesse; e pensai che parlare k*4tf*ff* r \
di lei non si convenia ched io facesse, sed io non par- 5 &<vF*J.
passar ella fra le genti. Allora il poeta si prostra e non osa alzar gli
occhi; ma avverte la santa presenza al sentimento di carità e d'umiltà
che spandesi intorno, al fremito d'adorazione che la seguita: i cor
villani s'agghiacciano, i gentili sospirano, ira e superbia di parti ca-
dono, e chi sofferisce di starla a vedere diventa nobil cosa o si
muore. E questo del rappresentare la bellezza come principio di be-
nevolenza e di pace tra i feroci odi che insanguinavano i comuni
italiani sarebbe pure un nuovo aspetto e un fine civile che Dante
avrebbe dato alla lirica d'amore. Ma egli mira più in là: qui come
altrove Dante è il poeta cattolico nel grande intendimento del medio
•evo, più che cittadino si sente uomo. Meglio che testimone della prov-
videnza, come appariva a Ugo da S. Vittore, la bellezza è a lui ar-
gomento visibile dei miracoli e dei misteri della fede, è abitatrice
della provvidenza e sua ministra alla salute degli uomini. Quando
Beatrice muore, risorge, è vero, in Dante il sentimento individuale;
ma per poco: ed ei ben presto torna a compiangerne la perdita, come
pubblico danno e della città e del genere umano ».
XIX. — 1. passando io ecc. Il Lubin ritiene che Dante alluda
qui alla cavalcata del 1289 contro i ghibellini d'Arezzo, e veramente
nessuna difficoltà cronologica si oppone a questa ipotesi; ma contro
di essa stanno le considerazioni esposte nella nota al cap. ix, 2 e
l'osservazione del D'Anc. che l'Arno sarebbe là accennato come un
fiutne (ix, 15) e qui come un rivo, ciò che esclude trattarsi della stessa
corrente: par quindi che anche in questo capitolo sia accennata più
tosto una passeggiata nei dintorni di Firenze, nella quale il poeta,
meglio assai che in una cavalcata d'armi, poteva raccogliersi nei suoi
pensieri d'amore.
5. non si convenia ecc. perché Dante voleva un distacco asso-
luto delle nuove rimeda quelle rimproverategli dalla donna nel cap. xvm,
39, nelle quali egli si volgeva direttamente a Beatrice; cfr. la nota
al cap. xvii, 6.
84 LA VITA NUOVA
lassi a donne in seconda persona, e non ad ogni donna,
ma solamente a coloro, che sono gentili, e che non sono
pure femmine. Allora dico che la mia lingua parlò quasi
come per. sé stessa mossa, e disse: Donne ch'avete
io intelletto d'amore. Queste parole io riposi ne la mente
con grande letizia, pensando di prenderle per mio co-
tXc^-'Il minciamento : onde poi ritornato a la sopradetta cit-
,/u—<° ' §. a donne in seconda persona; il Witte: « Dacché Beatrice
gli negò il suo saluto, l'aut. supponendo ch'ella non gradisca che le
sue rime direttamente si rivolgano a lei, dirizza le di lei lodi ed al-
trui, vale a dire ad altre donne. E non gli basta che siano pure fem-
mine, donne semplicemente; non vuol parlare che a donoe, che sono
gentili ».
8. pure, come quasi sempre in Dante e negli antichi, vale qui
solamente, esclusivamente. - la mia lingua parlò quasi come per
sé stessa, per intima e spontanea inspirazione, senza 'alcuna efficacia
di impressioni esterne; cfr. cap. xxiv, 11.
9. e disse: Donne ecc. Questo pensiero di parlare di Beatrice
a donne gentili fu come il principio della nuova lirica di Dante; onde
Buonagiunta da Lucca, riconoscendolo, gli disse nel Purg., xxiv, 49:
... di' s' io veggio qui colui che fuore
trasse le nuove rime, cominciando :
Donne ch'avete intelletto d'amore;
e Dante ne trasse occasione a dichiarar la sua poetica:
.... Io mi son un che quando
Amor mi spira noto ed a quel modo
che detta dentro vo' significando.
Ma, come altri pensieri, si trova già questo in alcuni rimatori più an-
tichi, p. es. in Chiaro Davanzati (Ant. rim. volg., in, 57):
A voi, donne e donzelle, non encresca
tanto che dove piaccia
la mia donna pregate
eh' agia di me pietate,
e secondo rasgione gioi' m' accresca.
10. queste parole ecc. Osserva il Giul. che « Dante qui nota
l'inspirazione d'amore; poscia sovr'essa pensando, ecco che dopo al-
quanti di Amore gli detta di nuovo in cuore, ed egli, secondo che
ode, scrive. Le sue dolci rime, quelle ch'ei soleva ricercare ne' suoi
pensieri, dunque non eran altro che parole, le quali il cuore gli di-
cea con la favella d'amore ».
CAPITOLO XIX 85
tade, e pensando alquanti di, cominciai una canzone
■con questo cominciamento, ordinata nel modo che si
13. una canzone ecc. È qui da notare un fatto e da recare un
documento, sfuggito a tutti i commentatori. Nel canzoniere vaticano
3793 a questa canzone seguita senza nome d'autore un'altra, sulle
stesse rime, che è la risposta nel nome delle donne gentili: il Sal-
vador}, che primo la pubblicò, la tiene senz' altro per cosa di Dante
{Domenica letteraria, a. Ili, n. 7); il D'Ancona (Ant. rim. volg., ni,
361-4) invece ne dubita, parendogli che certe forme e certi contorci-
menti del perjodo non siano danteschi. È una questione difficile a scio-
gliere, sino a che non vengano in luce altri manoscritti con una desi-
gnazione sicura; ad ogni modo la canzone conferisce assai all'intel-
ligenza di questo cap. e non posso far a meno di riferirla nella sua
integrità : »
J,, Ben aggia l'amoroso et dolce core
che voi noi donne di tanto servire,
che sua dolze ragion ne face audire,
la qual é piena di piager piagente :
J~ che ben è stato bon conoscidore,
/>*>' <& < <**«*■ pojjcyiella, dov' è fermo lo disire
nostro>per donna volerla seguire,,
perché di noi ciascuna fa saccente,
ha conosciuta si perfettamente
/o e 'nclinatos' a lei col core umile;
si che di noi catuna il dritto istile
terrà, pregando ognora dolzemente
lei, cui s' è dato, quando fìa co' noi,
14 eh' abbia mente di lui cogli atti suoi.
// Ai Deo, com'ave avanzato '1 su' detto
partendolo da noi in alta sede!
e com' ave 'n sua laude dolce fede,
che ben ha cominzato e meglio prende !
torto seria tal omo esser distretto
%o o malmenato di quell'ai cui pede
istà inclino, e si perfetto crede,
diciendo si pietoso, e non contende,
ma dolci motti parla, si eh' acciende
li cori d'amor tutti^e dolci face;
ij si che di noi nessuna donna tace,
ma prega Amor, che quella a cui s'arrende
sia a lui umiliata in tutt' i lati/ //-
28 dov' udirà li suoi sospir gittati.
Per la vertù che parla, dritto ostelo
•30 conoscer può ciascun eh' è di piacere, , -, -A£ ^- /^'su&ye.
che 'n tutto voi quella laude compiere <**>**" "^ /
e 1 ha cominzata per sua cortesia,
eh' unqua vista né voce sott' un velo \\
86
LA VITA NUOVA
15 vedrà di sotto ne la sua divisione. La canzone co-
^,0/j^ì
H
tuo****
\ sl4 </ .
Aa
si vertudiosa come '1 suo cherere
non fu ned è, per che de' om tenere
per nobil cosa ciò che dir disia :
gfé" , ''" 'f* > /^_Z / che conosciuta egli ha la dritta via,
//Zt,Sru!-*f~/ / ^/^"plz^J' si che le sue parole son compiute.
. Noi donne sem di ciò in accordo essute,
fa^*. s frrl/'r'^é' , s^^-ìi ch£ di piacer la nostra donna tria, js- f §>
0_ '-jTff fi : "/ c/^- e si l'avem per tale innamorato
2e*ma* . i ^zS" ^2 ch'amor preghiam per lui in ciascun lato.
r -y J, /*sb* d«/ «*•""** - Audite ancor quant' è di pregio e vale :
/ *^*" " . y y^^, 4+&Z~-„ che 'n far parlare Amor si s'assicura
ifl^^jL. /£»•«*• fd*s *( c ^ e cont i ' a bieltà ben a drittura
6fi. /W 8 ^ 1 " - ~\ , ■% ' da lei, dove '1 su' cor vói che si fova.
tzjfewe- 7: tirvf- ^i Q^~ ' Ben se ne porta com om naturale,
H né '1 sommo ben disia ed ha 'n sua cura
né in altra vista crede né in pintura,
folle non attende né vento né piova; ne '-*- «>£>yi*»~/t<fc>
A^, {/^db (* </***- jv ""^ i per che faria gran ben sua donna(po' v' ha
I, /. fa /d £àsMìi~Y*d*- l tanto di fej guardare a li suoi stati:
1 f" / dt^JL fitt*- trt^-T*- poi ched e S H è infra S 1 ' innamorati
* Z* 1 */ 1 ue * cne ' n perfetto amar passa e più giova;
z^, d*' ****' ■ JJ noi donne il metteremmo in paradiso,
56 udendol dir di lei e' ha lui conquiso.
Ly Cosr^r^a— , e. Io anderò né non già miga in bando,
fju^ìi. a.Ui<. ct^r^t^ crn, e*-' in tale guisa sono accompagnata:
: y-i. "^ c ">-. che si mi sento bene assicurata
* V*»ch' i' spero andare e redir tutta sana :
son cierta ben di non irmi isviando,
ma in molti luoghi sarò arrestata:
pregherolli di quel che m' hai pregata
finché digrignerò a la fontana
Ct d' insegnamento, tua donna sovrana ;
non so s' io mi starò semmana o mese,
o se le vie mi saranno contese:
girò al tu' piacer presso e lontana,
ma d'esservi già giunta io amerei, , j
70 perdi' ad s(mor ti raccomanderei. / \jT-
15. ne la sua divisione, cioè in questo cap. 87-129. - La can-
zone comincia ecc. Oltre che nel luogo cit. del Purg., Dante ricorda
questa sua canzone nel trattato De vulvari elóquentia, lib. li, 8 come
esempio tipico di questa forma lirica, e nel lib. li, 12 come esempio
di canzone tutta d'endecasillabi. Intorno alle leggi metriche della can-
zone secondo Dante cfr. la mia notizia Sulle forme metr. ital. cap. i,
§ 1-2. Il Card., che trovò questa canzone trascritta in parte sopra un
memoriale dell'anno 1292 del notaio bolognese Pietro Allegranza, os-
serva che « piace di avere una prova che la canzone di Dante fosse
cosi presto e bene conosciuta in Bologna, di dove venne al poeta
7-
c**éì ^- '**~ c< '"*-
mmcia cosi
CAPITOLO xix 87
[Canzone 1] A ^ e .AbSC-.c^cH.
Donne, ch'avete intelletto d'amore, -4 |~
io vo' con voi de la mia donna dire ;
non perch' io creda sua lauda finire,
ma ragionar per isfogar la mente. 20
r Io dico che, pensando '1 suo valore,
Amor si dolce mi si fa sentire,
che, s' io allora non perdessi ardire,
. farei, parlando, innamorar la gente.
E io non vo' parlar si altamente,
fiorentino l'esempio di certi lirici ardimenti: di quello, per esempio,
della seconda stanza, ove Dio e tutto l'empireo sono messi in movi-
mento e in rappresentanza quasi drammatica a maggiore onore della
donna e dell' amor suo; come prima il Guinizelli avea fatto, quando
della purità e necessità dell'amore si appellava, nell'ultima stanza
della celebre canzone Al cor gentil, con uno dei movimenti più li-
rici di tutta la poesia italiana, al giudizio di Dio dopo la morte ».
17. Donne ecc. Il poeta canta della sua donna, non perché creda
di riuscire a celebrarla degnamente, ma per isfogo dell'animo, e il suo
canto sarebbe dolcissimo se non fosse commosso al pensiero di lei : .
però della sua gentil natura e condizione vuol trattare alla buona,
rivolgendo le sue parole a donne innamorate. - ch'avete intelletto
d'amore, che essendo gentili per natura avete senso d' amore, inten-
dete che cosa sia amore ; poiché Dante vuol parlare, come il Petrarca
( son. Voi ch'ascoltate, 7), ove sia chi per prova intenda amore.
19. sua lauda finire, compier tutte le sue lodi, dicendo di lei
quello che merita ; cfr. nella canz. di risposta, 31 : 'n tutto voi quella
laude compiere. - lauda, per laude dissero gli antichi (vedasi su
questa terminazione il Nannucci, Teorica dei nomi, cap. n, § 2): loda
usò Dante nel cap. xvm, 46, neWInf. , n, 103, nel Conv. , ni, 4 e altrove.
20. ragionar ecc. parlare per isfogo dell'animo, e sopratutto della
mente dominata dal pensiero della donna; cfr. neWInf., xxxni, 113,
frate Alberico: Si ch'io sfoghi il dolor, che 'l cor m'impregna.
25. E io ecc. non voglio parlar di lei con si alto stile quale con-
verrebbe se io le rivolgessi direttamente i miei discorsi, perché so che
discorrendo con lei resterei vinto da un subitaneo timore che mi ren-
derebbe vile e spregevole; perciò ne tratterò parlando a voi in una
forma meno alta.
LA VITA NUOVA
/<? eli" io divenirsi per temenza vile;
ma tratterò del suo stato gentile,
a respetto di lei leggeramente,
donne e donzelle amorose, con viri,
30 f* 14 che non è cosa da parlarne altrui.
Angelo clama il divino intelletto,
28. leggeramente, in modo piano e facile a intendere. L. Gianni
(Val., ir, 109): Io non posso leggieramente trare.
30. che non è cosa ecc. perché questa donna è tale che di lei
non si può parlare se non con le donne e le giovani innamorate. Si
confronti con tutta questa stanza il congedo della canz. E" m' 'incre-
sce (p. 102):
Io ho parlato a voi, gioveni donne,
che avete gli occhi di bellezze ornati,
e la niente d"Amor vinta e pensosa,
perché raccomandati
• vi sien gli detti miei dovunque sono.
31. Angelo ecc. Le nature angeliche pregano il signore di accordar
loro la compagnia di quest' anima meravigliosa, ma la misericordia
divina vuol ch'ella rimanga ancora sulla terra. Ho adottato franca-
mente la lezione dei codici più autorevoli, ai quali è da aggiunger ora
il vaticano 3793, difesa anche dal Tod. e dal Giul., perché mi è sem-
brata la più semplice a intendere senza bisogno di ricorrere ad emen-
dazioni congetturali o appoggiate solamente alla testimonianza di
qualche manoscritto poco attendibile. Angelo è detto qui generica-
mente per indicare il complesso delle creature angeliche; clama o
chiama ha il senso di pregare, come nel Pv.rg., vili, 71: Di' a Gio-
<■ ìf ) tanna mia che per me chiami; e il divino intelletto è Dio stesso.
.flty' prima semplicissima e nobilissima virtù, che sola è intellettuale
(Conviv., in, 7). I più degli editori leggono: Angelo chiama in di-
vino intelletto, né è lezione destituita di fondamento; se non che
presuppone un ordine d'idee scolastiche, nelle quali Dante forse non
era quando scrisse questa canzone, piena invece di lirico ardimento.
Il Card, spiega e difende questa seconda lezione, raffrontandola ai
versi del Guinizelli (p. 16):
Splende in la intelligenza de lo cielo
deo creator più eh" a' nostri occhi *1 sole;
e riassume cosi la relativa dottrina scolastica: « Con un atto che fece
essere congiuntamente forma « materia, Dio, a un tempo col mondo,
creò nell'empireo l' Intelligenze. Di queste, le attive movono le sfere
celesti; le speculative, gli angeli, guardano continuamente in Dio. Esse.
,flM
CAPITOLO XIX 89
e dice : « Sire, nel mondo si vede
maraviglia ne l'atto, che procede
d'un' anima, che 'nfin quassù risplende ».
Lo cielo, che non ha altro difetto 35
%o che d'aver lei, al suo Segnor la chiede,
e ciascun santo ne grida merzede.
Sola pietà nostra parte difende; / /(jb-
che parla dio, che di madonna intende :
vedendo e conoscendo Dio come causa universale, in lui veggono e
conoscono le cose superiori e inferiori, come effetti, ciascuna secondo
la sua natura, nel proprio ordine e grado; e la forma umana cono-
scono in quanto ella è idealmente per intenzione regolata nella mente
divina: quindi non possono conoscere tutto con sicurezza: l'avvenire,
per esempio, lo conoscono solo dalle cause, e quindi solo quel tanto
che da esse consegue; il resto, per conghiettura. Dopo tutto questo,
è facile comprendere che in divino intelletto vuol dire: per quel che
vede in Dio ».
32. Sire, signore ; cosi è chiamato Dio anche nel cap. vi, 7, xxn, 2,
neh' Inf., xxix, 56; Purg. , xv, 112, xix, 125 ecc.
33. maraviglia ne V atto ecc. una meraviglia effettiva procedente
da un'anima, lo splendor della quale irraggia su nel cielo. Qui finisce,
a giudizio del Witte, il discorso dell'angelo, nel quale altri comprende
i tre versi seguenti.
35. Lo cielo ecc. gli angeli, le creature celesti, alla compiuta bea-
titudine delle quali non manca se non la compagnia di quest'anima,. la
domandano al loro signore; e ciascuna di quelle sante creature chiede
d'averla in grazia.
37. ne grida merzede; domanda con molta instanza d'averne la
grazia.
38. Sola pietà ecc. solo la misericordia di Dio difende la parte
degli uomini, la causa della terra, si che egli, comprendendo che gli
angeli vogliono intendere di Beatrice, risponde ecc. Il D'Anc. invece
spiega: «Iddio, il quale sa, conosce, intende qual sia Beatrice e per-
ché rimanga in terra e debba ancora rimanervi ecc. ». Altri punteg-
giano diversamente: Che parla Iddio? che di madonna intende?;
ma fu osservato a ragione che le due interrogazioni verrebbero a
rompere troppo crudamente la forma narrativa, e sarebbero poco ri-
spettose verso Dio. - nostra parte; bene il Giul. « la parte di noi
che siamo quaggiù, ai quali la vista della mirabile donna è cagione
di virtù, porta salute. Dante confonde sé cogli altri tutti, cui Beatrice
parea dispensare bella grazia ».
LA VITA NUOVA
« Diletti miei, or sofferite in pace,
Jt 1 r che vostra speme sia quanto mi piace
i f£ là, dov' è alcun che perder lei s'attende,
■e che dirà ne lo inferno: - o malnati,
| ^ ^y. 28 io vidi la speranza de' beati. - j^fc.
, P ^ h '■
^ te ^0. Diletti miei ecc. ; sono diletti a Dio gli angeli perché le prime
fj" [A* creature da lui create; cfr. Purg., si, 2: per più amore Che a pri-
zj ■ f mi effetti di lassù tu hai - sofferite ecc. sopportate serenamente che
la vostra speme, Beatrice che sperate d'aver per compagna, resti se-
condo il mio volere in terra.
42. alcun ecc. Chi s' attende di perder Beatrice è Dante senza
dubbio; ma non già per un presentimento della sua morte vicina de-
terminato da natura debole e infermiccia della donna, si bene, come
ha dimostrato il D'Anc. , dall'idea ch'ella era cosa di cielo, venuta
in terra per grazia divina, e però da un momento all'altro poteva
/ L esser richiamala alla gloria del paradiso. .
43-4. e che dirà ecc. Ecco, dice il Tommaseo, i germi della sacra
commedia; e con lui il Balbo, il Fratic, il Giul., e altri intesero questi
versi come una prova che Dante scrivendo questa canzone aveva
già concepita l'idea e il disegno del suo grande poema. E il To-
desch., parendogli difficile che l'Alighieri potesse aver questo pensiero
prima della morte di Beatrice, opinò che tutta la stanza fosse ag-
giunta molto tempo di poi. Ma non è assolutamente necessario tro-
vare in questi versi un' allusione alla Commedia, e lo ha bene spie-
gato il D'Anc. « Il fine di Dante, egli scrive, è d'esprimere la laude
di Beatrice. Egli ce la dice cosa tutta celeste, tanto che gli angeli
supplicano a Dio che la richiami dal mondo al suo proprio soggiorno.
Gli attori sono qui Dio egli angeli ^impetto a loro e a Beatrice che
. cosa è Dante, salvo un misero peccatore? Avrebbe dovuto invece farsi
/fU *> //< decretare da Dio il paradiso ? Vi era tanta distanza fra Beatrice e lui,
|.A^&tt.c* 1 .Q che a lui doveva bastare la gloria, fornito il suo mortale pellegrinag-
ÀUsritt-"*- gj 0) di poter dire ai peccatori come lui: Io però ho avuto la grazia
|/ t~Uc*r*<> . Ji vedere in terra colei che i beati desideravano in cielo. Vi è qui,
[fu ' ryfrt*"" con esagerazione poetica, una espressione di umiltà debita dinanzi
<• w. iji-ifZ- alla giustizia di Dio e alla divinità di Beatrice, ma non un accenno
al poema. Rispetto alla santità di Beatrice, cresce in Dante il senso
della propria infermità morale. A Beatrice, la gloria del Paradiso: a
lui la dimora dei dannati, pur consolata da questo vanto di aver ve-
duto viva e amata in terra Beatrice, la speranza dei beati ». Il Ga-
spary mette in dubbio la giustezza di questa interpretazione, che a me
pare inoppugnabile; tanto più che una conferma indiretta si può tro-
CAPITOLO XIX 91
Madonna è desiata in sommo cielo : 45
2*> or voi' di sua virtù farvi sapere.
Dico : qual vuol gentil donna parere
vada con lei; che quando va per via,
vare nei versi 53-56 della canzone di risposta. Del resto, altri poeti
prima di Dante espressero il concetto medesimo, dicendo di non de-
siderar più altro paradiso, poiché sono stati beatificati dalla vista della
loro donna; per es. Chiaro Davanzati (Ant. rime volg., Ili, 111):
Di tanto son gioioso
e' ho visto lo suo viso,
la bocca e '1 dolze riso
e '1 parlare amoroso,
che d'altro paradiso
non saria mai voglioso ;
e Monte Andrea (son. Tutta giente):
E si m' avete nel tutto conquiso
di voi, mia donna, amar di puro amore,
che mai no' spero 'n altro paradiso.
45. Madonna ecc. Poiché la donna è desiderata in cielo il poeta
vuol dire quali mai sieno le sue virtù: ella apparendo spegne ogni pen-
siero malvagio; chi la vede ne resta nobilitato, se ne è degno, o si
muore; e chi le ha parlato finisce sua vita in grazia di Dio.
47. Dico ecc. Osserva il Card, che il seme dei concetti di questi
versi è in un sonetto del Guinizelli (p. 35):
Passa per via adorna e si gentile,
eh' abbassa orgoglio a cui dona salute,
e fai di nostra fé', se non la crede,
e non si po' appressar omo eh' è vile;
ancor ve dico e' ha maggior vertute:
nuli' om po' mal pensar fin che la vede";
ed è da aggiungere che questi concetti ritornano in altri poeti, come
nel Davanzati (Ant. rim. volg., hi, 151):
E chi avesse in sé nulla mancanza
di penitenza, ch'avesse fallata
vegiendo lei emenda le peccata,
per quel veder gli è fatta perdonanza.
Ed ancor più : che quando omo la vede
già mai non po' pensar di cosa ria,
che nullo n' è formato in tal resia
che non tornasse fermo ne la fede;
e nel Cavalcanti (p. 23):
ella si vede
tanto gentil, che non po' 'maginare
che om d' esto mondo l' ardisca amirare
che non convegna lui tremare in pria ;
92 LA VITA NUOVA
gitta nei cor villani Amore un gelo,
50 per che ogne lor penserò agghiaccia e pére,
^j e qual soffrisse di starla a vedere
diverria nobil cosa, o si morria :
e quando trova alcun che degno sia
di veder lei, quei prova sua vertute;
55 che li avvien ciò che li dona salute,
^o e si l'umilia, ch' 4 ogni offesa obbh'a.
Ancor l'ha dio per "maggior grazia dato,
(Oli - 42 che non può mal finir chi l'ha parlato.
Dice di lei Amor : « Cosa mortale
60 come esser può si adorna e si pura ? »
e nel Barberino {Reggimento, p. 96):
Che chi ricieve da Dio questa grazia
che sola un'ora la possa vedere
in cosa vii giammai non può cadere.
49. gitta ecc. Amore suscita negli animi, ai quali è sconosciuta
la virtù della gentilezza, un senso di riverenza, per il quale ogni loro
pensiero malvagio si addolcisce o si dilegua.
54. quei prova sua vertute, cioè gli effetti della virtù di lei; per-
ché a chi è degno fa sentire gli effetti salutari, lo fa divenire nobil
cosa: nota il Witte che anche qui Dante giuoca sul doppio significato
della parola salute; e infatti egli vuol dire che Beatrice colle sue sa-
lutazioni infonde la salute nelle anime nobili.
56. e si V umilia ecc. e lo fa virtuosamente sereno e rassegnato,
tanto che dimentica qualunque umana passione; cfr, cap. xi, 1-7.
59. Dice di lei ecc. Amore stesso non sa come ella possa esser
mortale e pensa che sia opera divina: il suo corpo è diffuso d'un soave
colore di perla, gli occhi feriscono il core a ognuno che la contempli, '
e tutto il suo aspetto è sorridente d'amore.
60. Come esser ecc. Cfr. Cino (p. 20):
Come potea di umana natura
nascere al mondo figura si bella
coni' sete voi? maravigliar mi fate!
Dico guardando la vostra beltate:
questa non è umana creatura,
dio la mandò dal ciel, tanto è novella;
e il concetto medesimo era già in Guittone (i, 117):
Ah Dio! cosi novella
puote a esto mondo dimorar figura,
ched è sovra natura?
CAPITOLO XIX
93
^f Poi la reguarda, e fra sé stesso giura
che dio ne 'ntenda di far cosa nova.
Color di perle ha quasi in forma, quale
convene a donna aver, non for misura;
ella è quanto di ben può far natura;
Jo per esempio di lei bieltà si prova.
.e in Monte Andrea (son. Come il sole), che diceva alla sua donna:
la giente n' è tutta 'n errore
che terrena figura esser possiate.
62. che dio ecc. Cfr. Chiaro Davanzati (Ant. rim. volg., ni, 111):
Ben credo dio volesse,
quando la fé' imprimerò,
che '1 suo visagio altero
sovr' ogni altro paresse;
e altrove, meglio (ib. ni, 151):
Per maraviglia fue in terra formata
la gioi' del mondo, ch'ogni gioia avanza;
e sol la fece dio per dimostranza,
perché da' boni t'ossene adorata;
e Monte (son. cit.):
. . angiola siate di divina altura
o che dio volle mostrar sua possanza
de le bellcze in vostra figura.
63. Color di perla ecc. Ella ha diffuso nel sembiante come un
mite e temperato pallore quasi di perla; riguardo al colore proprio di
Beatrice cfr. xxxvi, 3 ; anche F. degli Uberti della sua donna {Rime,
p. 34): Con un colore angelico di perla e P. Tedaldi (son. xvn):
El color vostro è a grana e a perla tratto. Il Canal (Leu. a Filippo
Scolari, Padova, 1854) non soddisfatto della lezione e dell'interpreta-
zione comune propose di legger cosi:. Con lor di porla, quasi in
forma, quale Conviene a donna aver ecc., spiegando: « Amore giura
che Dio intende di far cosa nuova, ed è di porre Beatrice corporal-
mente fra loro, ciò sono gli angioli e i beati che gliela chiedono, quasi
in forma, o vogliamo dire a modello, di ciò che ha da essere donna
perfetta, cioè secondo misura » ; ma è congettura più tosto ingegnosa
che fondata ; né il lor sarebbe possibile riferito agli angeli diletti, dai
quali è diviso da oltre una stanza.
66. per esempio; al paragone di Beatrice si giudica la bellezza.
In forma meno perspicua aveva espresso già lo stesso concetto Te-
rmo da Castelfiorentino (Ant. rim. volg., II, 385):
Se non che par sembianza
de la natura dato
vostro viso e lo stato,
per tragiere d' eranza
chi di belleze avesse dubitato.
94 LA VITA NUOVA
De gli occhi suoi, come eh' ella li mova,
escono spirti d'amore infiammati,
che feron li occhi a qual, che allor la guati,
70 e passan si che '1 cor ciascun retrova.
CC Voi lei vedete Amor pinto nel viso,
67. De gli occhi suoi ecc. Già nel Guinizelli lo sguardo della
donna era rappresentato come il diffondersi di una luce mirabile che
percuote l'animo dell'amante (p. 34):
Apparve luce che rendè splendore,
che passao per li occhi e '1 cor feria
ond' eo ne sono a tal condizione:
ciò furo li belli occhi pien d'amore
che me ferirò al cor d' uno disio,
comò si fere augello di bolzone.
Nei poeti toscani dello stil nuovo questa luce si raccoglie e personifica
quasi in uno spirito, al quale si dà forma e movenza come di per-
sona (cfr. la nota al cap. xiv, 33); cosi il Cavalcanti (p. 34):
Veggio negli occhi de la donna mia
un lume pien di spiriti d'amore
che portano un piacer novo nel core;
Cino (p. 80):
Nel tempo che de' suoi occhi si mosse
lo spirito possente e pien d'ardore
che passò dentro si che '1 cor percosse;
L. Gianni (Val., n, 112):
Dentro al tuo cor si mosse un spiritello,
che usci per gli occhi, e vennemi a ferire
quando guardai lo tuo viso amoroso:
e cosi Dante qui, dicendo che dagli occhi di Beatrice escono spiriti
luminosi d'amore, i quali feriscono gli occhi e passano il cuore a chi
la mira.
71. Voi lei vedete ecc. Amore lampeggia negli occhi, nel volto,
nell'aspetto della donna, si che niuno può fissarla, senza sentirsi preso
di forte commozione. L'emendazione proposta dal Trivulzio e accolta
da tutti gli interpreti e editori, del cambiare viso in riso (nel senso
di bocca, cfr. Inf. , v, 133: quando leggemmo il disiato riso), è ap-
poggiata a quel che Dante scrive più sotto, 121 , dove riferendosi a
questo verso dice di aver parlato « de la bocca la quale è fine d'amo-
re», poiché dalla bocca viene il saluto, cui intendono i desideri del-
l'amante. Ma non mi par da ripudiare la lezione viso, per più ra-
gioni: l a , in questi due versi non abbiamo se non una ripetizione del
concetto espresso nei precedenti, dove appunto degli occhi e del loro
effetto si parla; 2 a , naturalmente non si può sostenere lo sguardo di
CAPITOLO XIX 95
V
zr*
56 là o' non potè alcun mirarla fiso.
Canzone, io so che tu girai parlando
a donne assai, quand' io t' avrò avanzata ;
or t' ammonisco, perch' io t' ho allevata 75
fa per figliuola d'Amor giovane e piana,
che là ove giugni, tu dichi pregando:
«Insegnatemi gir; ch'io son mandata fa ' J- * '
a quelkj^di cui loda io sono ornata». #■ f^ uM ^ ^
una donna , ma nella bocca si può ben mirarla fiso, anche se si è
' r / ' dry-**. *-l&
commossi; 3 a , di riso per bocca non si ha esempio, perché nel luogo ^^^ <^è
cit. deìVInf. vale più tosto bocca sorridente , né a questa significa- ts^.^- .-
zione più determinata si può trarre questa parola nella canzone perché y^. «*- -
nella divisione Dante dice di considerar la bocca in quanto saluta; /~^^ g j
4 a finalmente, tutti i manoscritti leggono viso. È da credere adunque/ '
che Dante scrivendo la canz.. usasse questa parola nel senso a lui più /"
famigliare di vista; ma più tardi, scrivendo la prosa e volendo sottiliz- //^
zare e distinguer le varie parti della sua poesia, traesse quella parola
al senso più generale di volto, aspetto ecc. e quindi pensasse a spiegar
gli ultimi versi come un accenno all'effetto mirabile del saluto di Bea-
trice; cfr. anche la nota a questo cap., 121.
72. là o% cioè là ove. - fiso, in funzione avverbiale, fisamente.
73. Canzone ecc. Il poeta manda fuori la sua canzone, perché
trovi la via a Beatrice fermandosi a chieder di lei solo a donne gen-
tili e a uomini cortesi che 1' accompagnino là dove potrà raccoman-
darlo ad amore.
74. t'avrò avanzata, t' avrò licenziata, spinta innanzi nel mondo.
76. per figliuola ecc. cfr. L. Gianni (Val. n, 118), di una sua bal-
lata: Poi sei nata d'Amore ancella nuova. - giovane e piana; non
vuol dire agevole a intendersi, come spiegano il Giul. e il Witte, ma più
tosto modesta e umile, come spiega il Card.; il quale cita i seguenti ri-
scontri: Dante stesso: A chi era degno poi dava salute Con gli occhi
suoi quella benigna e piana; il Petrarca (son. Più volte già, 3):
assalir con parole oneste accorte La mia nemica, in atto umile e
piano; e il Giamboni (Della mis. dell' uomo, tratt. ni, e. 12): dee il
povero nella sua pòvertade essere piano ed umile e non superbio;
e si aggiungano anche questi di L. Gianni (Val., n, 118): Ma fia ne-
gli occhi suoi umile e piana, e del Poliziano, Stanze, i, 46: Con lei
se 'n va Onestate umile e piana.
79. a quella ecc. a Beatrice; si costruisca: a quella di cui io
sono loda ornata, della quale io sono una poetica lode. Male si pò-
96 LA VITA NUOVA
'i
l*<
r J* - ^Xso / if* E se non vuoli anelai^ si come vana_>
*^ %/ ^ b^J l>( non restare ove sia gente villana:
gj> ' k" inge'gnati, se puoi, d' esser palese
j" ^ solo con donne o con uomo cortese,
che ti mei-ranno la per via tostana.
Tu troverai Amor con esso lei;
70 raccomandami a lui come tu dèi.
Questa canzone, acciò che .sia meglio intesa, la di-
viderò più artificiosamente che l'altre cose di sopra,
e però prima ne fo tre parti. La prima parte è proe-
trebbe intendere di cui loda per della citi loda, delle lodi della quale;
anche perché la lode è sempre qualche cosa di esteriore alla persona
cui si tribuisce.
Oh. Uc*d i4.~& , 3o. S i C ome vana ecc. non restar vanamente fra genti prive di
l\*duM. «-^ ""cortesia.
}n.4.y*-< " g9_ p a i ese manifesta; e tutto il verso significa: sforzati di aprire
AATviLt- *****
i l'intendimento tuo ecc.
R*-'iV tu • .
84. merranno, meneranno; - tostana, più corta, che si percorre
più brevemente.
86. a lui, ad Amore, che deve intercedere per Dante presso Bea-
trice; cfr. cap. xii, 93-100. Altri testi leggono meno bene a lor, ri-
ferendo la raccomandazione alle donne e agli uomini gentili.
88. più artificiosamente, con divisioni più complicate che non
siano quelle accompagnate alle precedenti poesie; di fatti qui divide
prima la canzone in tre parti (1-14, proemio; 15-56, intento trattato;
57-70, serviziale); e le due prime si suddividono: la prima in quattro
particelle (1-4, indirizzo e ragioni del dire; 5-8, condizione di spirito
del poeta; 9-12, modo del dire; 13-4, ragioni del parlare alle donne); la
: seconda in due parti minori, l'una (15-28) degli effetti di Beatrice in
cielo, l'altra (29-56) di Beatrice in terra, e questa suddivisa in due
secondo che si tratta dell'anima (29-42) e del corpo (43-56) di lei, e
la parte relativa al corpo in una delle bellezze generali (43-50) e in
una delle bellezze particolari (51-6), distinte anch'esse secondo gli
occhi (51-4) e la bocca (55-6); e la terza poi non è suddivisa da
Dante, perché ognuno poteva distinguere da sé ciascuno dei tre pen-
sieri di cui risulta, ciò sono come debba andare la canzone (57-61"),
che debba dire (62-8), che cosa debba fare (69-70).
CAPITOLO XIX 97
mio de le seguenti parole ; la seconda è lo 'ntento trat- 90
tato ; la terza è quasi una serviziale de le precedenti
parole. La seconda comincia quivi: Angelo clama
[v. 15]; la terza quivi: Canzone io so che [v. 57]. La
prima parte si divide in quattro: ne la prima dico a
cu* io dicer voglio de la mia donna, e perché io vo- 95
glio dire; ne la seconda dico quale me pare avere a
me stesso quand' io penso lo suo valore, e come io
direi s' io non perdessi l' ardimento ; ne la terza dico
come credo dire, acciò eh' io non sia impedito da viltà ;
ne la quarta ridicendo anche a cui ne intendea dire, 100
dico la cagione per che dico a loro. La seconda co-
90. lo 'ntento trattato. Alcuni hanno preferito di leggere, contro
l'autorità dei codici, l'intero trattato; ma si è notato che più tosto
di una determinazione quantitativa è necessaria qui una qualitativa;
e a ciò, osserva il Rajna, « pare soddisfi la voce intento, dura si, ma
adatta allo stile filosofico di queste chiose ». Convengo anch' io nel-
l'accoglier la lezione dei codici; ma non mi pare che intento possa
esser qui un epiteto qualitativo: é sostantivo vero e proprio, nel senso
che ha altre volte in Dante (per es. Purg., xvn, 48) di pensiero in
quanto è rivolto a un determinato obbietto. Intendasi dunque lo 'ri-
tento trattato, il pensiero esposto, la trattazione del mio concepi-
mento intorno a Beatrice.
91. serviziale, in servigio, a compimento. Il congedo o commiato
della canzone da Dante è chiamato nel Conviv., u, 12 tornata «pe-
rocché li dicitori che in prima usarono di farla, fenno quella, perchè
cantata la canzone, con certa parte del canto ad essa si ritornasse ».
E soggiunge: « ma io rade volte a quella intenzione la feci: e accioc-
ché altri se n'accorgesse, rade volte la posi coli' ordine della can-
zone, quanto è al numero che alla nota è necessario; ma fecila quando
alcuna cosa in adornamento della canzone era mestiero a dire fuori
della sua sentenza; siccome in questa e nell'altre vedere si potrà ».
La. canz. di questo cap. della V. N. è una delle poche di Dante, in
cui il congedo sia formato da un' intera stanza, e non da una strofetta
più breve.
100. ridicendo ecc. ripetendo nuovamente a quali donne io vo-
lessi parlare.
Dante — La Vita nuova. 7
98 LA VITA NUOVA
mincia quivi : Io dico [v. 5] ; la terza quivi : E io non
' vo' parlar [v. 9] ; la quarta : Donne e donzelle [v.
13]. Poscia quando dico Angelo clama, comincio a
105 trattare di questa donna; e dividesi questa parte in
due. Ne la prima dico che di lei si comprende in cielo ;
ne la seconda dico che di lei si comprende in terra,
quivi: Madonna è desiata [v. 29]. Questa seconda
parte si divide in due: che ne la prima dico di lei
no quanto da la parte de la nobilitade de la sua anima,
narrando alquante de le sue. vertudi, che de la sua
anima procedeano : ne la seconda dico di lei quanto
da la nobilita del suo corpo, narrando alquanto de le
sue bellezze, qui: Dice di lei Amor [v. 43], Questa
ii5 seconda parte si divide in due : che ne la prima dico
d'alquante bellezze, che sono secondo tutta la persona;
ne la seconda dico d'alquante bellezze, che sono se-
condo determinata parte de la persona, quivi: De gli
occhi suoi [v. 51]. Questa seconda parte si divide in
120 due ; che ne l' una dico de gli occhi, li quali son prin-
cipio de l'Amore; ne la seconda dico de la bocca, la
110. quanto da la parte ecc. per quel che riguarda l'anima no-
bilissima di Beatrice.
111. narrando, nel senso più generale di esporre, dire.
116. bellezze, che sono secondo tutta la persona; cioè proprie
dell' aspetto generale del suo corpo, la gentilezza ed eleganza del
sembiante e il diffuso colore di perla.
117. bellezze, che sono secondo determinata parte, cioè quelle
particolari degli occhi e del volto.
121. dico de la bocca; veramente nella canz. aveva detto del viso,
nel senso più comune di vista; qui poi trae la voce al significato di
volto, per poter intendere anche della bocca, che è come gli occhi
una delle parti che servono alla manifestazione del pensiero, e met-
tere cosi in relazione questi versi con quelli della canz. filosofica Amor
che ne la mente mi ragiona (p. 192):
CAPITOLO XIX 99
' quale è fine d'Amore. E acciò che quinci si lievi ogni
vizioso pensiero, ricordisi chi ci legge, che di sopra è
scritto che '1 saluto di questa donna, lo quale era
de le operazioni de la bocca sua, fue fine de li miei 125
-desideri, mentre eh' io lo potei ricevere. Poi quando
dico : Canzone, io so che tu, aggiungo una stanza
quasi come ancella a le altre, ne la quale dico quello,
che di questa mia canzone disidero. E però che in
questa ultima parte è lieve a intendere, non mi trava- 130
glio di più divisioni. Dico bene, che a più aprire lo 'n-
tendimento di questa canzone si converrebbe usare di
più minute divisioni; ma tuttavia chi non è di tanto
ingegno, che per queste che sono fatte la possa inten-
dere, a me non dispiace se la mi lascia stare: che 135
certo io temo d' avere a troppi comunicato lo suo in-
tendimento, pur per queste divisioni che fatte sono,
-s' elli avvenisse che molti lo potessero udire.
Cose appariscon ne lo suo aspetto .
che mostran de' piacer del Paradiso ;
dico ne gli occhi e nel suo dolce riso ecc.
e con la teorica esposta nel Convivio (in, 8).
122. E acciò ecc. affinché chi legge non abbia a pensare che si
debba intendere la bocca esser fine d'amore in quanto è ministra dei
baci, Dante richiama a quel che ha detto innauzi (cap. x, 11; xi, 19
e xvni, 24), che fine del suo amore era il saluto di Beatrice e av-
verte il saluto esser operazione della bocca. « Questa scrupolosità,
nota l'Orlandini, ombrosa e quasi soverchia di essere meno che de-
licatamente inteso, e franteso, non apparisce nell'altro stadio della
sua passione, in cui pur narra di aver veduto, almanco per virtù di
estasi, la nudità della amata ».
133. ma tuttavia ecc. Cfr. nel Conv., 11, 12 a proposito d'un' al-
tra canzone: « uomini, che vedere non potete la sentenza di questa
canzone, non la rifiutate però; ma ponete mente la sua bellezza, ch'è
grande, si per la costruzione, la quale si pertiene alli gramatici; si
per l'ordine del sermone, che si pertiene alli retorici; si per lo nu-
mero delle sue parti, che si pertiene a' musici. Le quali cose in essa
si possono belle vedere, per chi bene guarda »
100 LA VITA NUOVA
XX
Appresso che questa canzone fue alquanto divol-
gata tra le genti, con ciò fosse cosa che alcuno amico
l'udisse, volontà lo mosse a pregarmi ched io gli dovessi
dire che è Amore, avendo forse, per le parole udite,
y4^«c- 5 speranza di me oltre che degn a. Ond'io pensando che
" appresso di cotale trattato, bello era trattare alquanto
d'Amore, e pensando che l' amico era da servire, pro-
puosi di dire parole, ne le quali io trattassi d'Amore ;
XX. — 1. fue alquanto divolgata e^c. Della pronta diffusione di
questa canzone è prova il fatto che essa si legge nel memoriale bo-
lognese dell'anno 1292, e nel codice vaticano 3793, grande raccolta
di rime messa insieme negli ultimi anni del secolo xm.
2. alcuno amico ecc. Non sappiamo quale degli amici di Dante
gli domandasse la definizione d'amore ed è un equivoco grossolano
quello del Giul. che qui tira in campo Forese Donati; ma abbiamo
parecchie testimonianze di simili inchieste, le quali per lo più si fa-
cevano in rima, e propriamente in sonetti. Basterà ricordar qui il son.
di Guido Orlandi: Onde si move e donde nasce amore (Val., n, 273)
indirizzalo al Cavalcanti, il quale rispose colla famosa canzone sulla
natura d'amore Donna me prega perdi' eo voglio dire (p. 3-13).
4. per le parole udite, cioè per quel che aveva detto nella canz.
del cap. precedente.
5. speranza di me ecc. opinione, aspettazione superiore ai meriti.
8. trattassi d' Amore. Questo sonetto di Dante sulla natura d'Amo-
re ci richiama alle molte altre definizioni che ce ne diedero i poeti
antichi (si vedano gli esempi indicati dal D'Anc). Primi per ordine
di tempo discussero su tale argomento Pier della Vigna (Val., i, 53)
e Jacopo da Lentini (Val., i, 308) rispondendo ai dubbi espressi in un
sonetto di Jacopo Mostacci (Val., il, 208): il primo, con molto giro di
parole, non fa altro che affermare l'esistenza dell'Amore, ma il secondo
lo definisce come un'aspirazione dell'animo determinata dalla vista
dell'oggetto amato. E da questa definizione poco si allontanano, e
solamente nel vario modo di esprimerla i più dei poeti antichi, sino-
CAPITOLO XX 101
e allora dissi questo sonetto:
<ZS Cer/yi>'hC''X :
[Sonetto X]
;
•
Amore e '1 cor gentil sono una cosa, 10
si come il saggio in su' dittare pone ;
al GuÌDÌzelli. Dante stesso accennò a varie maniere di intender V amore,
in un altro son. ( p. 235) che non mi pare inutile riprodurre:
Molti volendo dir che fosse Amore,
disser parole assai ; ma non poterò
dir di lui in parte eh' assembrasse il vero,
né diffinir qual fosse il suo valore :
ed alcun fu che disse eh' era ardore
di mente, imaginato per pensiero;
ed altri disser eh' era disidero
di voler, nato per piacer del core.
Ma io dico ch'Amor non ha sustanza,
né è cosa corporal eh' abbia figura,
anzi è una passione in disianza;
piacer di forma, dato per natura
sicché '1 voler del core ogni altro avanza,
e questo basta fin che '1 piacer dura.
9. questo sonetto. Considerato di per sé non ha valore alcuno di
poesia; ma raffrontato alle rime dottrinali dei poeti antichi mostra
Dante assai più disinvolto nel trattar questa forma che i suoi prede-
cessori non fossero: nelle quartine il sonetto dantesco procede per
distinzioni che soffocano qualunque calore dell' inspirazione, ma nelle
terzine si rialza assumendo un'intonazione discorsiva e naturale.
10. Amore e 'l cor gentil ecc. Dante apertamente dichiara di ri-
prendere questa dottrina dal Guinizelli e propriamente da quella can-
zone dal poeta bolognese eh' e' cita nel De vulg. eloqnent., i, 9 e n, 5,
e nel Conviv., iv, 20. I versi della canz. del Guinizelli, ai quali Dante
si richiama, sono i seguenti ( p. 15):
Al cor gentil ripara sempre Amore
eom' a la selva augello in la verdura,
né fé' Amore avanti gentil core
né gentil core avanti amor natura ....
e prende Amore in gentilezza loco
cosi propriamente
corno clarore in clarità di foco.
Foco d' amore in gentil cor s' apprende
comò vertute in pietra preziosa.
Amor per tal ragion sta in cor gentile
per qual lo foco in cima del doppiero ....
Amor in gentil cor prende rivera.
Il concetto del Guinizelli fu accennato da Dante anche neWInf., v, 100:
102 LA VITA NUOVA
e cosi esser l'un senza l'altro osa, &/ tf (<&&. . /S01
4 coni' alma razionai sanza ragione.
Falli natura, quand' è amorosa,
15 Amor per sire, e '1 cor per sua magione,
dentro la qual dormendo si riposa . •
8 tal volta poca, e tal lunga stagione.
Amor che a cor gentil ratto s'apprende; e da altri poeti e prosa-
tori del dugento: per es. Chiaro Davanzati (Ant. rim. volg., in, 104):
Audit' agio nomare
che 'n gientil core amore
fa suo porto, e lo core
sol si mantien d' amare ;
ed'aut. dell' Intelligenza, 5 e del Fiore di Virtù (ed. Bottari, cap. 1, p. 4)-
11. saggio; con questo nome (Inf., 1, 89) e con quello di savio
(Inf., vii, 3 ; Purg., xxm, 8, xxxm, 15; Conv., iv, 13) designa Dante
i poeti, in quanto sono maestri di sapienza; però questo titolo è dato
a Virgilio, a Stazio, e a Boezio; e qui al Guinizelli, nelle poesie del
quale , scrive il Card. « la fredda affettazione dei siculi cede luogo
airimaginoso sentimento lirico, la dovizia misera del ritmo provenzale
all'ondeggiamento armonioso e 1 solenne della stanza italica, le forme
convenute agl'intelletti della scienza». Sulla sua opera poetica è da
vedere il bel capitolo del Gaspary, Geschichte der italien Liter.,
voi. L p. 102 e segg. - dittare, o dittato, come hanno altri testi, è la
canzone del rimatore bolognese.
12. e cosi ecc. l' uno potrebbe esser senza l' altro, come l' anima
ragionevole senza la ragione, cioè l'uno non può esser senza l'altro,
l'amore senza il cor gentile. - osa, qui e in una canz. di Dante (p. 88) r
Dar mi potete ciò ch'altri non osa, vale può; e del verbo osare in
senso di potere sono frequenti esempi nella poesia antica (cfr. quelli
raccolti dal Gaspary, La scuola poet. sic, p. 290, nota). Il verso di
Dante ricorda questi di Guittone d'Arezzo (Ant. rim. volg., iv, 109):
Ch' altresì come buon diritto sorte
l'uno come l'altro ed esser osa.
13. com' alma. Il Witte cita la terzina del Par., vili, 100:
E non pur le nature provvedute
son nella mente, eh' è da sé perfetta,
ma esse insieme con la lor salute.
# ^f^^T/ 14. Falli ecc. La natura amorosa costituisce il sentimento come
//^^ signore dell'animo, dove come in sua propria dimera dorme, ora poco
•^T'/w*»- ^*- ora molto secondo le particolari tendenze degli uomini, aspettando di
/"*« w ' / **~' -f— 'y tr. /?
CAPITOLO XX 103
»^ t Bieltate appare in saggia donna più,
che piace a gli occhi si, che dentro al core
11 nasce un disio de la cosa piacente: "20
e tanto dura talora in costui,
che fa svegliar lo spirito d'amore :
14 e simil face in donna omo valente.
Questo sonetto si divide in due parti. Ne la prima
dico di lui in quanto è in potenza ; ne la seconda dico 25
di lui in quanto di potenza si riduce in atto. La se-
conda comincia quivi: Bieltate appare [v. 9]. La pri-
passare dallo stato di potenza all'atto. Opportunamente il D'Anc. ri-
chiama qui i versi del Purg., xvm, 19:
L'animo, eh' è creato ad amar presto,
ad ogni cosa è mobile che piace,
tosto che dal piacere in atto è desto.
Vostra apprensiva da esser verace
tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,
si che 1' animo ad essa volger face.
E se, rivolto, inver di lei si spiega
quel piegare è amor, quello è natura
che per piacer di nuovo in voi si lega.
Si tenga presente anche il seguente passo del Conviv., ni, 2: «Amore,
veramente pigliando e sottilmente considerando, non è altro, che uni-
mento spirituale dell' anima e della cosa amata ; nel quale unimento
di propria sua natura l'anima corre tosto o tardi, secondoché è li-
bera o impedita .... Perocché l'essere dell'anima dipende da Dio, e
per quello si conserva, naturalmente disia e vuole a Dio essere unita
per lo suo essere fortificare. E perché nelle contadi della natura
umana la ragione si mostra della divina, viene che naturalmente
l' anima umana con quelle per via spirituale si unisce tanto più tosto
e più forte, quanto quelle più appaiono perfette ; lo quale apparimento
è fatto, secondoché la conoscenza dell'anima è chiara o impedita. E
questo unire e quello che noi dicemo amore ».
18. Bieltate ecc. l' apparir di una donna bella e saggia suscita
nel cuore dell'uomo un desiderio, che reca in atto l'amore.
23. E simil ecc. e altrettanto fa rispetto alla donna l'uomo vir-
tuoso.
25. di lui, d'Amore, che è 1' argomento del sonetto.
104 LA VITA NUOVA
ma si divide in due : ne la prima dico in che suggetto
sia questa potenza, e ne la seconda dico si come que-
30 sto suggetto e questa potenza siano produtti in essere,
e come V uno guarda l' altro, come forma materia. La
seconda comincia quivi: Falli natura [v. 5]. Poi quando
dico: Bieltate appare, dico come questa potenza si
riduce in atto; e prima come si riduce in uomo, poi
35 come si riduce in donna, quivi : E simil face in donna
[v. 14].
XXI
Poscia che trattai d'Amore ne la soprascritta rima,
vennemi volontà di dire anche in loda di questa gen-
tilissima parole, per le quali io mostrassi come per
lei si sveglia quest' amore, e come non solamente si
5 sveglia là dove dorme, ma là ove non è in potenza,
28. in che suggetto sia questa potenza, in quali anime sia questa
attitudine all'amore.
30. in essere\ cfr. Parad., xxvm, 23:
Forma e materia congiunte e purette
uscirò ad atto che non avea fallo.
Altri leggono in essere insieme; ma è giunta inutile.
31. V uno ecc. come amore è verso il cuore in relazione di forma
•a materia; essendo l'amore il particolare atteggiarsi del sentimento
nell' anima umana.
XXI. — 1. rima, il sonetto del cap. xx.
3. come per lei si sveglia ecc. come ella susciti questo amore
non solo dove è in potenza, ma anche dove non è: questo concetto
degli effetti di Beatrice è in relazione con la teoria espressa nel so-
netto precedente. '
4. si sveglia quest' amore. Spesso l'amore è concepito come ad-
dormentato nell'animo dell'uomo, finché venga a destarlo la virtù della
donna; cfr. cap. xxiv, 38, e il Cavalcanti (p. 51):
Voi che per gli occhi miei passaste al core
e svegliaste la mente che dornria;
CAPITOLO XXI 105
ella mirabilemente operando lo fa venire. E allora dissi
questo sonetto; lo &**<£- 6**ìu'kg,jà . ^%-.^ ^^. Z /lL
[Sonetto XI]
Ne li occhi porta la mia donna Amore,
per che si fa gentil ciò eh' ella mira ;
Cino (p. 10) in un sonetto, che è tutto un imitazione di questo di
Dante
'Questa donna che andar mi fa pensoso
porta nel viso la virtù d' amore,
la qual fa disvegliare altrui nel core
lo spirito gentil che v' è nascoso;
e il Petrarca (Canz. Se 'l pensier, 6):
E desteriesi Amor là dov' or dorme.
6. mirabilemente operando. Il Witte osserva: « Che beltà e sag-
gezza di donna sveglino Amore, lo riducano in atto nel cuore in cui
esso Amore già dorme, esiste in potenza, corrisponde alla legge uni-
versale; ma che Beatrice lo faccia venire, o nascere ne' cuori che non
vi sembrano qualificati, nei quali Amore non dormiva in potenza, è
un miracolo, un' operazione mirabile ».
7. questo sonetto. E il primo di una serie nella quale Dante per
la perfetta fusione del reale coli' ideale raggiunse il culmine dell'arte :
qui la bellezza corporea scompare trasformata da una forte fantasia,
che la rappresenta solo nei suoi effetti psicologici con una tale pu-
rezza di linee e soavità di parola da far credere quasi che lo stile e
il linguaggio siano avvivati dall'idealità che pervade tutto il concetto.
8. Ne li occhi ecc. Un altro son. di Daute (p. 119) ha la stessa
mossa di questo:
Dagli occhi della mia donna si muove
un lume si gentil, che dove appare
si vedon cose, eh' uom non può ritrare
per, loro altezza, e per loro esser nuove;
ma gli effetti ch'egli descrive in esso paiono richiamarci ad un altro
momento del suo amore, e propriamente a quello stato di animo che
è descritto nel cap. xv. Cino (p. 25) in un sonetto che ha la me-
desima intonazione di questo di Dante, celebra cosi gli effetti della vi-
sta della sua donna:
Una gentil piacevol giovenella
adorna vien d' angelica virtute
in compagnia di si dolce salute
che qual la sente poi d' amor favella.
9. per che ecc. Il Card, cita a riscontro il verso di L. de' Medici,
degli occhi della sua donna: Fan gentil ogni cosa che li miri, e
106 LA VITA NUOVA
10 ov' ella passa, ogni uom vèr lei si gira,
4 e cui saluta fa tremar lo core,
si che, bassando il viso, tutto ismore,
e d'ogni suo difetto allor sospira:
fugge dinanzi a lei superbia ed ira ;
15 8 aiutatemi, donne, farle onore.
Ogne dolcezza e ogne penserò umile
nasce nel core a chi parlar la sente;
11-v ond' è laudato chi prima la vide.
l/ /*"**- *~ I Q ue \ c k' eiia p ar quand' un poco sorride,
%^a^^
quello del Poliziano, Stanze, i, 2, ad Amore : Gentil fai divenir ciò
che tu miri.
14. fugge ecc. Poliziano, St. i, 45:
Ira dal volto suo trista s' arretra,
e poco avanti a lei Superbia basta.
15. aiutatemi ecc. invoca in aiuto per onorar degnamente Bea-
trice le donne gentili, alle quali indirizzò la canzone del cap. xxx, e
alle quali si riferiscono i due sonetti del cap. xxn.
16. ogne dolcezza ecc. la parola di lei suscita nell'animo degli
ascoltatori i più dolci e sereni sentimenti.
18. ond' è laudato ecc. Il D'Anc. : «chi primo di lei s'accorse,
quegli ne senti la potenza vivificante, e ne ottenne perciò lode per
aver corrisposto coi pensieri e colle opere a tanta efficacia » e ag-
giunge che primo fu Dante stesso a divinarne la celeste natura, quando
Beatrice era ancora fanciulla e nessuno le badava. Anche il Tod.
spiega in questo senso : « chi la vide prima, egli dice, ebbe campo a
preferenza degli altri di rendersi degno di lode, perché gli umili e
dolci pensieri nati nel cuore di lui dallo sguardo e dalle parole di
Beatrice potevano germogliare e crescere ed informare le azioni della
sua vita, per modo da ottenergli le commendazioni altrui ». Meno
buona è senza dubbio la lezione ond' è beato, sebbene se ne possa
trovar una giustificazione nell'equivoco che Dante fa altrove tra il
nome e la qualità della sua donna: cfr. cap. i, 5.
19. Quel ch'ella ecc.; si cfr. tutta la terzina con questi versi del
Par., xvm, 7:
Io mi rivolsi all' amoroso suono
del mio contorto ; e quale io allor vidi
negli occhi santi amor, qui 1' abbandono ;
non perch' io pur del mio parlar diffidi,
ma per la mente, che non può redire
sovra sé tanto, s'altri non la guidi;
CAPITOLO XXI 107
non si può dire, né tenere a mente, 20>
14 si è novo miracolo e gentile.
Questo sonetto si ha tre parti. Ne la prima dico
sì come questa donna riduce questa potenza in atto,
secondo la nobilissima parte de' suoi occhi: e ne la
terza dico.questo medesimo, secondo la nobilissima parte 25
de la sua bocca. E intra queste due parti è una par-
ticella, eh' è quasi domandatrice d'aiuto a la precedente
parte ed a la seguente, e comincia quivi: Aiutatemi,
donne [v. 8]. La terza comincia quivi : Ogne dolcezza
[v. 9]. La prima si divide in tre; che ne la prima 30
parte dico si come virtuosamente fa gentile tutto ciò
che vede; e questo è tanto a dire, quanto inducere
Amore in potenza là ove non è. Ne la seconda dico
e con questi del Cavalcanti (p. 14):
Di questa donna non si può contare,
che di tante bellezze adorna vene,
che mente di qua giù nolla sostene,
si che la veggia lo 'ntelletto nostro.
21. si è novo miracolo; cfr. cap. xix, 62: che dio ne'ntenda dì
far cosa nova. Beatrice è detta uno miracolo nel cap. xxix, 30, co-
tidiano e visibile miracolo nel Conviv., ni, 7, e miracolo più adorno
nel Par., xvnr, 63; ma nel sonetto è detto forse più dell'atto che
della persona, ed è temperato poi dall'epiteto di gentile.
27. è quasi domandatrice d'aiuto ecc. è una domanda alle donne
gentili perché aiutino l'opera dell'onorare Beatrice. Secondo il Card.
la precedente parte è la canz. del cap. xix e la seguente i sonetti
del cap. xxn, perché in queste poesie « a punto entrano le donne in-
vocate aiutatrici»; ma allora si dovrebbe collegare il discorso cosi:
é quasi domandatrice a la precedente parte e a la seguente d'aiuto,
e ammettere che questo sonetto e quelli del cap. xxn fossero conce-
piti nello stesso momento. Invece mi par più semplice l'intendere che
si chieda alle donne di venire in aiuto, di aggiungere cioè qualche
loro encomio a quel che di Beatrice ha detto Dante nella prima parte
del sonetto e a quel che dirà nella seconda.
103 LA VITA NUOVA
come reduce in atto Amore ne li cuori di tutti coloro
35 cui vede. Ne la terza dico quello che poi virtuosa-
mente adopera ne' loro cuori. La seconda comincia:
Ov'ella passa [v. 3], la terza: E cui saluta [v. .4].
Poi quando dico: Aiutatemi, donne, do a intendere
a cui la mia intenzione è di parlare, chiamando le
40 dorme che m'aiutino onorare costei. Poi quando dico:
Ogne dolcezza, dico quello medesimo che detto è ne
la prima parte, secondo due atti de la sua bocca; l'uno
de' quali è '1 suo dolcissimo parlare, e l'altro lo suo
mirabile riso ; salvo che non dico di questo ultimo come
45 adopera ne li cuori altrui , però che la memoria non
puote ritenere lui, né sua operazione.
XXII
Appresso non molti di passati, si come piacque al
glorioso Sire, lo quale non negoe la morte a sé, colui
ch'era stato genitore di tanta maraviglia, quanta si
XXII. — 2. lo quale non risparmiò a sé stesso la morte per re-
dimere l'uomo; cfr. Purg., xxxin, 63: colui che 'l morso in sé punto.
3. colui ch'era stato ecc. Sarebbe qui accennata, secondo i più
degli interpreti, la morte di Folco Portinari. padre di Beatrice (cfr.
la nota al cap. i, 10); del quale sappiamo che appartenne ad una fa-
miglia ghibellina potente di ricchezze e di consorterie, che dopo la
pace fatta per la mediazione del cardinal Latino fu ammesso all'eser-
cizio de' pubblici offici e nel 1281 fu tra i quattordici Buoni Uomini, ma-
gistrato supremo allora constituito: fu dei Priori nella prima elezione
fatta nell'82, e di nuovo poi nell'85 e nell'87: mori l'ultimo dell' an-
ff no 1289 e fu onorato di splendidi funerali fatti a spese pubbliche: ebbe
in moglie Ciba Caponsacchi, che lo fece padre di molti figliuoli. Fu
uomo assai caritatevole e liberale, e fino dal 1285 aveva pensato a fon-
, dare uno spedale, al quale fu posto mano due anni di poi e dato compi-
* * " mento il 23 giugno del 1288. Queste notizie, che dobbiamo alla dili-
genza del Passerini (Storia degli stabilimenti di beneficenza ecc. Fi-
CAPITOLO XXII! 109
vedea eh' era questa nobilissima Beatrice, di questa
vita uscendo a la gloria eternale sen gio veracemente. 5 sr ,tsj.
Onde, con ciò sia cosa che cotale partire sia doloroso * %t - *
a coloro che rimangono, e sono stati amici di colui
che se ne va; e nulla sia si intima amistade, come
da buono padre a buon figliuolo, e da buon figliuolo a
buon padre; e questa donna fosse in altissimo grado io
di bontade, e '1 suo padre (si come da molti si crede,
e vero è) fossi buono in alto grado; manifesto è, che
questa donna fue amarissimamente piena di dolore. E
con ciò sia cosa che, secondo l'usanza della sopra-
renze, Le Monnier, 1853, p. 284 e segg.), dimostrano la sincerità di
Dante, che lo riconobbe buono in alto grado e affermò francamente
eh' egli eia uscito di questa vita per salire a la gloria eternale.
6. cotale partire, la morte.
9. da buono padre a buon figliuolo. Osserva il Card.: «qui il
da seguito da a ha quasi valore di tra; ed è modo comune e vivo
nella significazione di relazioni interne o tacite»: e reca parecchi
esempì antichi di questo uso, nei quali per altro non si hanno come
termini dei sostantivi, ma dei pronomi. Uno più conforme a questo
di Dante è in M. Villani, vili, 38: Qui cominciò l'odio da' gentiluo- \v
mini al popolo.
11. si come da molti ecc. Doveva esser voce comune che cele-
brava la bontà dell'animo del padre di Beatrice; e i fatti della sua
vita provano che il giudizio dei più non andava errato.
12. manifesto è ecc. È curioso a notare che a narrare questo
fatto della morte del padre della sua donna Dante proceda, non colle
forme proprie del racconto, ma per via di ragionamento e di siilo- ^.^^^M ^,
gismi: questo fatto, che potrebbe parere un argomento in sostegno^"' «■* J "^"- f-'
delle interpretazioni allegoriche, non è stato osservato; ma non è altro £££*■'*&*■• •
che una nuova dimostrazione delle tendenze scolastiche di Dante, le
quali appaiono anche nei momenti della più viva commozione.
14. secondo l'usanza della sopradetta cittade ecc. Era costu-
manza in Firenze, come del resto in altre città d'Italia, che i parenti
si raccogliessero a piangere i loro morti in casa, oppure nella chiesa;
chiamavasi il corrottole v'accennano spesso le cronache e gli statuti
medioevali. Il Boccaccio, Dee, n, 132: «Fu adunque questo corpo
f
110 LA VITA NUOVA
Kj™. 15 detta cittacle, donne con donne ed uomini con uomini
^ ' si raunino a cotale tristizia, molte donne si raunarono
Ì^ìT colà, dove questa gentilissima Beatrice piangea pietosa-
mente : onde io veggendo ritornare alquante donne da
lei, udio dire loro parole di questa gentilissima Cornelia
r ,, 20 si lamentava. Tra le quali parole udio che diceano:
/CT /*!*£ « Certo ella piange si che quale la mirasse dovrebbe mo-
tyf*" ?*&*. rire di pietade ». Allora trapassare queste donne; ed io
^' J rimasi in tanta tristizia, che alcuna lagrima talora ba-
gnava la mia faccia, onde io mi ricopria con porre le
25 mani spesso a li miei occhi. E se non fosse eh' io attendea
udire anche di lei (però eh' io era in luogo onde sen
■^(u t^r/z giano la maggiore parte di quelle donne le quali da
av^/o^ ?J i e i s i dipartiano) , io men sarei nascoso incontanente
|| portato in una chiesa, e quivi venne la dolorosa madre con molte
altre donne parenti e vicine, e sopra lui cominciarono dirottamente,
secondo l'usanza nostra, a piangere et a dolersi. E mentre il corrotto
grandissimo si facea, il buon uomo, in casa cui morto era, disse alla
Salvestra: Deh ponti alcun mantello in capo, e va' a quella chiesa
dove Girolamo è stato recato, e mettiti tra le donne, et ascolterai
quello che di questo fatto si ragiona, et io farò il simigliante tra gli
./ "uomini, acciò sentiamo se alcuna cosa contro a noi si dicesse». Il
Ji j*4*"U<> raccon to del Boccaccio conferma propriamente le due circostanze del
t-dtt-'y*; corrotto accennato da Dante; vale a dire come fosse d'uso comune,
***>', /. " e come in esso si raccogliessero donne con donne, ed uomini con
■u, U*. /% . . , . b
" /li - uomini, separatamente.
i/lUvo I (U*^ t ' tvs 17. pianger pietosamente, cfr. cap. vm, 6.
; jvC**j f^"^ 21. Certo ella ecc. queste parole corrispondono alla domanda di
ys ^L,-w* ' Dante nel son. xn, 5-6 e alla risposta delle donne nel son. xm, 12-14.
22. allora trapassaro ecc. cosi dicendo, le donne passarono oltre.
28. incontanente che ecc. Osserva bene il Card. : « Il Giuliani
vuol disgiunto che da incontanente e che leggasi che, essendovi, ei
dice, in quella particella la ragione perché di subito l'Alighieri si sa-
rebbe nascoso. Non sta: che egli piangeva lo ha detto di sopra: qui
gli preme di far notare, eh' e' si sarebbe appartato, nascosto, subito
«he gli vennero le lacrime, per la vergogna di quel pianto non virile,
CAPITOLO XXII 111
che le lagrime m' aveano assalito. E però dimorando
ancora nel medesimo luogo, donne anche passaro presso 30
di me, le quali andavano ragionando tra loro queste
parole: «Chi dee mai essere lieta di noi, che avemo
udita parlare questa donna cosi pietosamente? » Ap r
presso di costoro passaro altre donne, che veniano di-
cendo :■ « Questi eh' è qui piange né più né meno come 35
se l'avesse veduta, come noi avemo ». Altre diceano di
poi di me : « Vedi questi che non pare esso ; tale è dive-
nuto». E cosi passando queste donne, udio parole di
lei e di me in questo modo che detto è. Onde io poi
pensando propuosi di dire parole, acciò che degnamente 40
avea cagione di dire, ne le quali parole io conchiu-
dessi tutto ciò che inteso avea da queste donne. E però
che volentieri l'averei domandate, se non mi fosse
stata riprensione, presi tanta matera di dire, come se
io l'avessi domandate, ed elle m'avessero risposto. E 45
se non fosse stato il desiderio di udir novelle di Beatrice: però, riat-
tacca nel periodo seguente: dimorando nel medesimo luogo ecc. »
30. donne anche, altre donne.
32. Chi dee ecc. corrispondono alle parole di Dante nel son. xn,
9-12 e a quelle delle donne nel son. xm, 9-11.
35. Questi eh' è qui ecc. corrispondono alle parole di Dante nel
son. xii, 13-14 e a quelle delle donne nel son. xm, 5-8.
37. Vedi questi ecc. corrispondono alle parole delle donne nel
son. xm, 1-4, ma non hanno riscontro nelle domande di Dante.
43. se non mi fosse stata riprensione; se il domandar le donne,
non mi fosse sembrato riprovevole, come dimostrazione di curiosità
malsana. *
44. presi tanta matera, presi argomento bastevole.
45. E feci due sonetti ecc. Par veramente che ne facesse di più,
se a questo fatto si riferiscono, come sembra, anche i son. Onde veni-
te .... e Voi donne che pietoso .... (cfr. la Not. sulla V. N., § 6);
ma i due che inseri nella narrazione formano propriamente quel che
gli antichi chiamavano una tenzone, essendo l'uno la proposta in nome
di Dante, l'altro la risposta in nome delle donne.
112 LA VITA NUOVA
feci due sonetti ; che nel primo domando in quel modo
che voglia mi giunse di domandare ; ne l' altro dico la
loro risponsione, pigliando ciò eh' io udio da loro, si
come lo m'avessero detto rispondendo. E comincia lo
50 primo: Voi, che portate la sembianza umile; e l'al-
tro: Se' tu colui e' hai trattato sovente.
[Sonetto XII]
Voi, che portate la sembianza umile,
cogli occhi bassi mostrando dolore,
onde venite, che '1 vostro colore
55 4 par divenuto di pietà simile ?
Vedeste voi nostra donna gentile
bagnar nel viso suo di pianto Amore?
52. Voi, che portate ecc. Voi che avete 1' aspetto tutto dimesso
e dimostrate cogli occhi l'affanno doloroso dell'animo ecc. Si noti
come la mossa di questo sonetto risulti dall'unione dei due concetti
espressi rispettivamente nel principio dei due già citati, Voi donne
che pietoso atto mostrate, e Onde venite voi cosi pensose? Altro ar-
gomento per ritener anche questi composti nell'occasione del fatto
narrato in questo cap.
Ù. fàsk«*c+. , 54. V vostro colore par divenuto di pietà simile; il pallore del
j,-* . XW/.-^/^volto è insieme il segno degli animi dimessi e degli addolorati; però
jffc^ 7**zZ ?**'"-dice Dante che queste donne gentili avevano un colore di pietà si-
l& ^"^^ tynlU /i. mile, quale cioè si conviene a chi sia sotto l' impressione di un dolo-
./^£ £•/-••**'' ^ roso commovimento dell'animo; che nel caso presente non era stato
G£a.« *> , "/**f"* v " determinato dall' aver visto il morto, ma Beatrice piangente ed affan-
'" nata. Molti testi leggono meno bene: par divenuto di pietra simile
lezione difesa dal Card., che si riferisce al verso del Purg., xxxm, 74 :
fatto di pietra ed in pétrato tinto ;
se non che anche questo verso del Purg. è molto controverso, e i
più dei testi leggono ben altrimenti :
fatto di pietra, ed impietrato, tinto,
così che se ne ricava il senso di indurito, che non ha a che far nulla
coi versi del son.
57. bagnar nel viso suo di pianto Amore, bagnar di pianto
Amore ch'ella porta negli occhi (cfr. cap. vi, 7): «ed è, osserva il
Ttt-t „<*/■ /W A 4 *-i. ~>~«-* • ^>
•'/"
CAPITOLO XXII 113
Ditelmi, donne, che mei dice il core,
8 perch' io tì veggio andar sanz' atto vile. 7/^.
E se venite da tanta pietate,
piacciavi di restar qui meco alquanto,
Ile qual che sia di lei, noi mi celate :
io veggio gli occhi vostri e' hanno pianto,
e veggiovi tornar si sfigurate,
14 che '1 cor mi 'trema di vederne tanto. ■'."> f* 65
il Card., una imagine tutta bella, tutta nuova, tutta nel gusto italiano ;
tanto che di questo solo verso tre de' nostri poeti han saputo cavare
e ritrarre ciascuno un quadretto separatamente vaghissimo » ; i tre .
poeti sono L. de' Medici, L. Ariosto, N. D'Arcoj/ Basterà ricordar qui lL,„ 7f _<r^4p
i versi del divino ferrarese, Ori.' fur., xi, 64-56: ««••
Mentre parlava, i begli occhi sereni
de^la donna di lagrime eran pieni.
Era il bel viso suo, qual esser suole
da primavera alcuna volta il cielo,
quando la pioggia cade e a un tempo il sole
si sgombra intorno il nubiloso velo.
E come il rosignol dolci carole
mena nei rami allor del verde stelo,
I cosi a le belle lagrime le piume
I si bagna Amore e gode al chiaro lume.
E ne la face de' begli occhi accende
1' aurato strale e nel ruscello ammorza,
che tra vermigli e bianchi fiori scende;
e, temprato che 1' ha, tira di forza ecc. |
L'edizione pesarese ha invece: Bagnata il viso di pietà d'amore,
ed ebbe l'approvazione del Witte, òhe giudicava sforzata la lezione vera;
il Frat. e il Giul. emendarono : Bagnata il viso di pianto d'amore.
59, vi veggio andar sanz' atto vile, dimesse ed umili non vile-
mente, ma con aspetto e atti di gentilezza, come quelle che tornavano
dall' aver veduto Beatrice che fa l'altre donne andar seco vestute di
gentilezza d'amore e di fede (cap. xxvi, 58).
60. E se venite ecc. Nel son. Onde venite (p. 109):
.... i' Ho dottanza che la donna mia
non vi faccia tornar cosi dogliore.
Deh! gentil donne, non siate sdegnose
né di ristare alquanto in questa via ecc.
-pietate, spettacolo, vista dolorosa; cfr. Inf., vii, 97 : Or discendiamo
ornai a maggior pietà, e xvm, 22: Alla man destra vidi nuova pietà.
65. che 'l cor ecc. che mi sento commosso solamente a vedervi,
prima di sapere il dolore della mia donna. - tanto, solamente, come
Dante — La Vita nuova. 8
114 LA VITA NUOVA
Questo sonetto si divide in due parti. Ne la prima
chiamo e domando queste donne se vengono da lei,
dicendo loro eh' io lo credo , imperò che tornano quasi
ingentilite. Ne la seconda le prego che mi dicano di
70 lei;, e la seconda comincia quivi: E se venite [v. 9],
Qui appresso è l' altro sonetto si come dinanzi ave-
mo narrato :
[Sonetto XIII]
Se' tu colui, e' hai trattato sovente
di nostra donna, sol parlando a nui?
75 Tu risomigli a la voce pur lui,
4 ma la figura ne par d'altra gente.
E perché piangi tu si coralmente,
_ ,,'■£«_/ che fai di te pietà venire altrui ?
,/k nn /*,' eC-^ftl ' //,■ . . ,
j^A^te^-j fa U^ ^.^ Vedestu pianger lei, che tu non pui
/%^ , ~gg«- ««'/•"- 3 p U11 to celar la dolorosa mente?
tua*: *"*****■*-• .'■■*■,. . .
' ' Lascia pianger a noi, e triste andare,
(e' fa peccato chi mai ne conforta),
nel Par^, 11, 67: Se raro e denso ciò facesser tanto, e xvm, 13:
Tanto poss' io di quel punto ridire.
73. Se' tu colui ecc. Sei tu quello stesso, che ha trattato di Bea-
trice nella canz. Donne 'ch'avete intelletto d'amore, e in altre poesie,
rivolgendo il discorso solamente a noi donne gentili e innamorate?
Nella canz. cit. (cap. xix, 27): ma tratterò del suo stato gentile.. ..
donne e donzelle timorose, con vui; e nella canz. di risposta, 2: che
voi noi donne di tanto servire, Che sua dolze ragion ne face audire.
76. ma la figura ecc. il tuo aspetto è tanto trasfigurato per il
dolore, che sembra quello d' un altro ; cf'r. nel son. Voi donne (p. 109) :
non pianger più, tu sei già tutto sfatto.
79. Vedesiù, cioè vedesti tu ; che vedere è uno di quei verbi, per
i quali gli antichi amarono congiungere la 2 a pers. sing. del perfetto
ool pronome personale in una sola forma contratta. Altri esempì:
Dante, Inf., vui, 127: Sovr' essa vedestù la scritta morta; Bocc.
Dee, ih, 294 : qual cavalla vedestù mai senza coda ecc.
CAPITOLO XXII 115
11 che nel su' pianto l'udimmo parlare.
EU' ha nel viso la pietà si scorta,
che qual l'avesse voluta mirare, 85
14 sarebbe innanzi lei piangendo morta.
Questo* sonetto ha quattro parti, secondo che quat-
tro modi di parlare ebbero in loro le donne per cu' io
rispondo. E però che son di sopra assai manifesti, non
mi trametto di narrare la sentenzia de le parti, e però 90
le distinguo solamente. La seconda comincia quivi : E
perché piangi [v. 5] ; la terza : Lascia piangere a
noi [v. 9]; la quarta :, EU' ha nel viso [v. 12].
XXIII
Appresso ciò pochi di,, avvenne che in alcuna parte
de la mia persona mi giunse una dolorosa infermitade,
ònd' io soffersi per nove di amatissima pena; la quale
83. che nel su' pianto ecc. Cfr. nel son. Voi donne (p. 108):
se nostra donna conoscer non puoi
eh' è si conquisa, non mi par gran fatto
perocché quel medesmo avvenne a noi.
86. lei piangendo, Beatrice che piangeva; cfr. la nota al cap. in, 49.
87. quattro modi di parlare ebbero ecc. le donne espressero
parlando quattro pensieri, chi fosse Dante, perché egli piangesse, per-
ché esse dovevano piangere, e come avesser veduto Beatrice dolorosa.
Anche qui si nota la precisione del distribuire i pensieri nei periodi
metrici, già rilevata al cap. xvi, 5.
90. trametto, nello stesso senso che ha intrametto al cap. xvi, 35.
XXIII. — 1. Appresso ciò ecc. Osserva giustamente il D'Anc. che
è «inutile richiamare l'attenzione del cólto lettore sulla bellezza della
prosa e dei versi che seguono: non inutile forse l'invitarlo a consi-
derare se tanta fiamma di affetto e calore di espressioni possano ri-
ferirsi soltanto a qualche simbolica significazione, anziché a donna
viva e vivamente amata ».
3. per nove di; cosi hanno i migliori testi, ed è lezione con
fermata dal ricordo che segue del nono giorno ; cfr. del resto la Not-
sulla V. N., § 5.
116 LA VITA NUOVA
mi condusse a tanta debolezza, che mi con venia stare
5 come coloro, li quali non si possono muovere. Io dico
che nel nono giorno sentendo me dolere quasi intolle-
rabilemente, a me giunse un penserò, lo quale era de
la mia donna. E quando ebbi alquanto pensato di lei,
ed io ritornai pensando a la mia debile vita, e veg-
10 gendo come leggero era il suo durare, ancora che sano
fosse, si cominciai a piangere fra me stesso di tanta
miseria. Onde sospirando forte, dicea fra me medesi-
mo: «Di necessità conviene, che la gentilissima Bea-
trice alcuna volta si moia». E però mi giunse un si
15 forte smarrimento, che chiusi gli occhi e cominciami a
4. stare come coloro ecc. cioè in letto , come chi é colpito da
grave malattia; cfr, sotto, 65: lungo 'l mio letto ecc.
8. E quando ebbi .. . ed io ritornai; questa costruzione in forma
correlativa invece della subordinata, a esprimere il cominciar di una
azione immediatamente dopo un'altra, è frequente negli scrittori antichi.
9. debile, meglio che debilitata, perché è in corrispondenza col
frale della canz. (vedi sotto, 125 ).
10. come leggero ecc. come facile a rompere é il filo dell' esi-
stenza umana, anche in un corpo sano: ed è osservazione riferita non
tanto alla vita propria di Dante, quanto alla vita in generale; seb-
bene non sia necessario cambiare sano in sana, potendosi riferire al
durare , inteso largamente per vivere ; cfr. del resto nella canz. di
questo cap., 125.
13. di necessità conviene ecc. necessariamente importa che Bea-
trice si muoia. Alla morte sono soggetti tutti gli organismi umani, an-
che se involucri di anime elette ; e si noti questo come uno dei tanti
luoghi che affermano la reale esistenza della donna di Dante. La frase
avverbiale di necessità è frequente negli antichi; Dante stesso nelle
rime (p. 280): Di nicistà convenne, e nel Purg., xxx, 63: di neces-
sità qui si registra.
14. alcuna volta si moia. Cfr. D. Frescobaldi (Val., n, 503):
Dicendo al cor: tu perdi quella gioia,
onde convien, che la tua vita moia.
15. cominciami a travagliare ecc. Osserva il D'Anc. che « que-
sto passaggio dal pensiero fisso e immanente ad uno stato lucido e
CAPITOLO XXIII 117
travagliare si come farnetica persona ed a imaginare
in questo modo : che nel cominciamento de l' errare
che fece la mia fantasia , apparvero a me certi visi di
donne scapigliate, che mi diceano: «Tu pur morrai».
E poi, dopo queste donne, m'apparvero certi visi di- 20
versi e orribili a vedere , li quali mi diceano : « Tu
se morto ». Cosi cominciando ad errare la mia fanta-
sia, venni a quello, che non sapea ov' io mi fossi; e
vedere mi parea donne andare scapigliate piangendo
come di visione, nel quale si determinano in forma fantastica gli affetti
che presentemente occupano la mente » è espresso da Dante anche
nel Purg., xvm, 141 :
Nuovo pensier dentro da me si mise,
del qual più altri nacquero e diversi;
e tanto d' uno in altro vaneggiai,
che gli occhi per vaghezza ricopersi,
e il pensamento in sogno trasmutai.
- travagliare: la forma riflessiva, in questo senso di passare ad altra
condizione, cangiarsi è anche nel Par., xxxm, 114: mutandovi' io
■a me si travagliava.
18. visi di donne scapigliate; nella canz. dice visi di donne,...
crucciati: onde par che Dante abbia voluto raffigurare nel disordine
dell'aspetto la sdegnosa commozione di quelle donne.
19. tu pur morrai. In generale i commentatori sorvolano su que- *frft*f'
ste parole, degne di molta considerazione, perché, oltre a confermar /£& f yQi30j
la lezione del verso corrispondente nella canz. {che mi dicean -pur f-ff*
morràti, morràti -), ce ne danno la vera spiegazione. Anzitutto si noti
che pur significa qui, come quasi sempre in Dante (nella Commedia,
circa cinquanta volte) solamente, e le parole delle donne voglion dire:
tu solamente morirai, non Beatrice per la quale ciò che gli uomini
intendono esser morte sarà un ritorno alla sua degna sede, al cielo,
dal quale venne in terra a miracol mostrare. E cosi ci si apre la
via a spiegare le famose parole del cap. xxviii, 16-18.
20. visi diversi e orribili, strani e terribili volti ; cfr. Taf., vi, 13
fiera crudele e diversa.
24. donne andare scapigliate ecc. Ricorda il Card, il virgiliano
delle Georg., i, 477: et simulacra modis pallentia miris Visa sub
■dbscurum noctis.
118 LA VITA NUOVA
25 per via, maravigliosamente triste ; e pareami vedere lo
sole oscurare si, che le stelle si mostravano di colore,
eh' elle mi faceano giudicare che piangessero : e pa-
reami che gli uccelli volando per l'aria cadessero morti,
e che fossero grandissimi terremuoti. E maraviglian-
30 domi in cotale fantasia, e paventando assai, imaginai
alcuno amico, che mi venisse a dire : « Or non sai ? la
tua mirabile donna è partita di questo secolo ». Allora
cominciai a piangere molto pietosamente; e non sola-
mente piangea ne la immaginazione, ma piangea con
35 gli occhi bagnandoli di vere lagrime. Io imaginava di
guardare verso lo cielo, e pareami vedere moltitudine
25. e pareami vedere lo sole ecc. Tutta questa fantasia dell'oscu-
rarsi del sole, dell'impallidir delle stelle, degli uccelli che cadono morti
e dei grandi terremoti fu senza dubbio suggerita a Dante àaWApoca-
. lisse, cap. vi, 12-14 dove si legge: « Ed ecco si fece un gran tremoto,
e il sole divenne nero, come un sacco di pelo ; e la luna divenne tutta
come sangue ; e le stelle del cielo caddero in terra, come quando il
fico, scosso da un gran vento, lascia cadere i suoi ficucci; e il cielo
si ritirò, come un libro convolto, ed ogni 'montagna ed isola fu mossa
dal suo luogo ».
26. che le stelle ecc. per l'oscurarsi del sole apparivano le stelle,
splendendo di una fioca e pallida luce, si che sembravano piangere
anch'esse.
30. imaginai ecc. mi parve vedere un amico, che venisse ad an-
nunziarmi la morte di Beatrice.
32. di questo secolo, qui è, come al cap. xxx, 1, la vita terrena
in opposizione all'eterna; si cfr. la nota al cap. li, 9.
33. non solamente piangea ecc. Non solo piangeva in sogno, ma
in realtà, con gli occhi. La facoltà fantastica di Dante era tanto po-
tente da fargli provare come reali gli effetti di uno stato solamente
imaginato; cosi della visione, all'ingresso del purgatorio quando sognò
che l'aquila lo rapisse alla sfera del fuoco dice (Purg., ix, 31):
Ivi pareva eh' ella ed io ardesse,
e si l' incendio imaginato cosse
che convenne che il sonno si rompesse.
36. moltitudine d'angeli ecc. In una canz. che fu composta in
CAPITOLO XXIII • 119
d' angeli, li quali tornassero in suso, ed aveano dinanzi
da loro una nebuletta bianchissima. A me parea che
questi angeli cantassero gloriósamente ; e le parole del
loro canto mi parea udire che fossero queste: Osanna 40
in ewcelsis; ed altro non mi parea udire. Allora mi
parea che '1 cuore, ov' era tanto amore, mi dicesse :
«Vero è che morta giace la nostra donna». E per
questo mi parea andare per vedere lo corpo, nel quale
era stata quella nobilissima e beata anima. E fue si 4
un momento simile a questo, quando il poeta presentiva vicina la
morte di Beatrice, Dante scrive (p. 123):
Morte, deh! non tardar mercé, se l'hai;
che mi par già veder lo cielo aprire,
e gli angeli di Dio quaggiù venire,
per volerne portar l' anima santa
di questa, in cui ori or lassù si canta.
38. una nebuletta bianchissima. E l'anima di Beatrice, raffigu-
rata in una nuvola candida in quanto era purissima, e più celeste che
umana. Dante aveva imaginato la sua donna come una nuvoletta anche
in una ballata, scritta forse nei primi momenti del suo amore (p. 117):
Deh nuvoletta che in ombra d'Amore
negli occhi miei di subito apparisti,
abbi pietà del cor che tu feristi,
che spera in te, e desiando muore.
Tu nuvoletta, in forma più che umana
foco mettesti dentro alla mia mente ecc.
Del resto cade assai opportuna l'osservazione del Witte: « gli artisti
del trecento volendo rappresentare il passaggio d'un' anima beata a
vita migliore, ce la mostrano in figura di un fanciullo rinchiuso in
una nuvoletta ed accompagnata da un numero di angeli ».
39. gloriosamente; non si riferisce alla parole cantate, che erano
di saluto non di glorificazione, ma al modo del cantare, come se di-
cesse che gli angeli cantavano come si conviene ad esseri che sono
esaltati a quella gloria Che non si lascia vinsere a desio (Par.,xix, 14).
40. Osanna in excelsis ! Sono le parole colle quali il popolo giu-
daico salutò Gesù Cristo nell' entrata di Gerusalemme, come affermano
i vangeli (Matteo, xxi, 9; Marco, xi, 10; Luca, xix, 38; Giovanni, xn,
13); e anche qui non hanno altro significato che l'ecclesiastico di
Salve (cfr. Purg., xi, 10; xxix, 51 ecc.)..
120 LA VITA NUOVA
forte la erronea fantasia, che mi mostrò questa donna
morta : e pareami che donne la covrissero, ciò è la sua
testa, con un bianco velo : e pareami che la sua faccia
avesse tanto aspetto d'umilitade, che parea che dicesse:
50 « Io sono a vedere lo principio de la pace ». In questa
imaginazione mi giunse tanta umilitade per veder lei,
ch'io chiamava la morte, e dicea: «Dolcissima morte,
47. la covrissero, ciò è la sua testa ecc. del bianco velo ricopris-
sero non il corpo, ma solamente la testa, si che il volto rimanesse
visibile.
48. e pareami che la sua faccia ecc. sembravami che il volto
della mia donna morta avesse serbato quella serenità che si addice
ai beati. È da raffrontare questo luogo con i versi del Petrarca, Trionfo
della morte, I, 165 e segg., di Laura:
Pallida do, ma più che neve bianca,
che senza vento in un bel colle flocchi,
parea posar come persona stanca.
Quasi un dolce dormir ne' suoi begli occhi,
sendo lo spirto già da lei diviso,
era quel che morir chiaman gli sciocchi.
Morte bella parea nel suo bel viso.
E anche con quelli del Tasso, Ger. lib., xn, 69, di Clorinda:
Mentre egli il suon de' sacri detti sciolse,
colei di gioia trasmutassi, e rise;
e in atto di morir lieto e vivace
dir parea : ; s' apre il cielo, io vado in pace.
D' un bel pallore ha il bianco volto asperso,
come a gigli sarian miste viole :
e gli occhi al cielo affisa; e in lei converso
sembra per la pietate il cielo e "1 sole:
e la man nuda e fredda alzando verso
il cavaliero in vece di parole
gli dà pegno di pace. In questa forma
passa la bella donna e par che dorma.
50. lo principio de la pace, Dio. Cfr. Parad., xxx, 100:
Lume è lassù, che visibile face
lo Creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.
51. per veder lei, per la vista di Beatrice.
52. Dolcissima morte ecc. Prima Dante considerava la morte
come villana e nemica di pietà (cfr. cap. vili, 39) ; ora invece la
invoca con parole affettuose, perché a lei deve aver comunicata Bea-
CAPITOLO XXIII 121
vieni a me, e non m'essere .villana; però che tu dèi
essere gentile, in .tal parte se' stata! or vieni a me che
molto ti disidero : e tu '1 vedi eh' i' porto già lo tuo 55
colore». E quando io avea veduto compiere tutti li
dolorosi mestieri, che a le corpora de' morti s' usano
di fare, mi parea tornare ne la mia camera, e .quivi
mi parea guardare verso lo cielo : e si forte era la mia
imaginazione, che, piangendo, incominciai a dire con 60
verace voce : « Oi , anima bellissima, come è beato colui
che ti vede ! » E dicendo io queste parole con doloroso
singulto di pianto, e chiamando la morte che venisse
a me, una donna giovane e gentile, la quale era lun- tó ■(>■<*«.
trice la sua gentilezza. Anche il Cavalcanti (p. 48): Morte gentil ri-
medio de' cattivi.
53. villana', è l'epiteto proprio della morte nei poeti antichi; cfr.
cap. vin, 21 e 39, e aggiungi questo esempio di Guittone (i, 155): Ahi
morte villana. - però che tu dèi essere gentile ecc. Osserva il
D'Anc. che di questo passo si ricordò il Boccaccio (Filoc, lib. in) nel
lamento di Florio: morte perfidissima .... certo tu se' stata in
parte, che essere dovresti pietosa e ascoltare i miseri.
55. porto già lo tuo colore, ho nell'aspetto il segno della morte ; yìArr&iii*
cfr. il Guinizelli (p. 29): eh' eo porto morte scritta nella faccia; il <■' co/m' de/U.
Cavalcanti (p. 30) .... qual mira di fore Vede la morte sotto al 9"*~ *a*/4--
meo colore; e il Petrarca (son. S'io credessi, 11) chiama la morte ^ * /*&*?s»*?
quella sorda che mi lassò de' suoi color dipinto. . A f*™^'
57. dolorosi mestieri, le cerimonie mortuarie. Gli antichi nostri ^* A . fr
dissero mestiere l'officio dei morti ; es. Sacchetti, Nov. cliii: lo» ritrovò j. rv J^
star malinconoso e pensoso, come se facesse mestiero di qualche
suo parente; altri esempì raccolse il D'Anc. da cronache e documenti
pubblici. del trecento. - corpora, con terminazione latina della quale
si compiacque, come gli altri antichi, anche Dante; per es. Conviv., Ili,
3 : corpora; Purg. xxxn, 60 : ramora ; si veda ciò che di simili forme
scrive il Nannucci, Teorica dei nomi, p. 358 e segg.
60. con verace voce, come prima, sebbene in sogno, piangeva di vere
lacrime, ora parla davvero; ciò che è del resto assai facile a chi sogna.
64. una donna ecc. questa gentile e bella a Dante di propin-
quissima sanguinità congiunta, cioè strettissima parente, sarebbe
122 LA VITA NUOVA
£765 go '1 mio letto, credendo che '1 mio piangere e le mie
ftto parole fossero solamente per lo dolore de la mia in-
, j^'fermitade, con grande paura cominciò a piangere. Onde
altre donne, che per la camera erano, s' accorsero di
me, ched io piangea, per lo pianto che vedeano fare a
70 questa: onde facendo lei partire da me, la quale era
a me di propinquissima sanguinità congiunta, elle si
trassero verso me per isvegliarmi , credendo eh' io so-
gnasse, e diceanmi : «Non dormire più», e «non ti
sconfortare ». E parlandomi così, si mi si cessò la forte
75 fantasia entro in quello punto eh 1 io volea dire : «
Beatrice, benedetta sie tu ». E già detto avea: « Bea-
trice », quando riscotendomi apersi li occhi, e vidi
eh' io era ingannato ; e con tutto eh' io chiamasse que-
sto nome, la mia voce era si rotta dal singulto del pian-
j-«^^ so gere che queste donne non mi potettero intendere, se- ,_.
<>rAt/ ,ym^ con( j ìi m | p arere> Yjf a^vegna che io mi vergognasse*
molto, tuttavia per alcuno ammonimento d'Amore mi^"*
rivolsi a loro. E quando mi videro, cominciaro a dire: 2
«Questi pare morto», e a dire tra loro: «procuriamo
85 di confortarlo ». Onde molte parole mi diceano da con-
fortarmi, e talora mi domandavano di che io avessi
avuto paura. Onde io, essendo alquanto riconfortato,
secondo alcuni la sorella di lui, maritata per testimonianza del Boc-
caccio (Cornm. all' Inf., vm, 1), a Leone Poggi banditore del comune
di Firenze nel 1298.
77. quando riscotendomi ecc. Cfr. Inf., iv, 2:
i' mi riscossi,
come persona che per forza è desta:
E 1' occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai,
per conoscer lo loco dov' io fossi.
82. ammonimento, consiglio autorevole; cfr. nella canz.: mi fece
verso lor volgere Amore.
CAPITOLO XXIII 123
e conosciuto lo fallace imaginare, rispuosi loro : « Io
vi dirò quello eh' i' ho avuto ». Allora cominciai dal
principio infìno a là fine e dissi loro quello che ve- so
duto avea, tacendo il nome di questa gentilissima. Onde
poi, sanato di questa infermitade, propuosi di dire pa-
role di questo che m' era divenuto , però che mi parea
che fosse amorosa cosa da udire ; e però ne dissi que-
sta canzone: Donna pietosa e di novella etate, or- 95.
dinata si come manifesta la infrascritta divisione.
tfftW-J'lA
eUl' 'i^^tMk^^
105
ùy^^/^£l7:+ [Canzone llJJJCMCCPdt^CPU.
tm f /r ~*'\i / ; ^. Donna pietosa e di novella etate,
U wu-f™ ^ adorna assai di gentilezze umane,
~**^ . (ruts^ . eh' era là ov' io chiamava spesso morte,
veggendo li occhi miei pien di pietate, 100,
i.f-f-tfffr*' f" ( e ascoltando le parole vane,
r 9 i" ì ì' t~ s * mosse con P aura a pianger forte;
? "* e altre donne, che si fuoro accorte
di me^per quella che meco piangia,
fecer lei partir via,
t« e approssimarsi per farmi sentire.
Qual dicea: « Non dormire » ;
e qual dicea : « Perché si ti sconforte '? »
Allor lassai la nova fantasia,
89. cominciai ecc. propriamente mi rifeci dal principio ecc.
94. amorosa cosa; nota il Giuliani: «chi ben considera, amoroso
qui importa più che altro piacente, gentile, come appropriato a cosa
nata per virtù 'd'amore ».
97. di novella etate, giovinetta; cfr. Inf. , xxxm, 88, dei figli e
nipoti d'Ugolino: Innocenti facea l'età novella; nel Parad., xvn, 80:
Per la novella età che pur nove anni ecc.; e in una canz. (p. 198):
E noi in donne ed in età novella Vedem questa salute.
99. là ov' io ecc. nella stanza propria di Dante, dove egli invo-
cava la morte; cfr. sopra, 52.
104. meco piangia, si era accompagnata a me piangendo.
124 LA VITA NUOVA
'/
110 14 chiamando il nome della donna mia.
Era la voce mia si dolorosa
e rotta si da l'angoscia del pianto,
eh' io solo intesi il nome nel mio core ;
e con tutta la vista vergognosa,
115 zn^/isL oc eh' era nel viso mio giunta cotanto,
%a mi fece verso lor volgere Amore.
Elli era tale a veder mio colore,
che facea ragionar di morte altrui:
« Deh, consoliam costui »
120 pregava l' una 1' altra utnilemente ;
■>] e dicevan sovente :
« Che vedestu, che tu non hai valore ? »
E quando un poco confortato fui,
28 io dissi: «Donne, dicerollo a vui.
125 Mentr' io pensava la mia frale vita,
•}o e vedea '1 suo durar coni' è leggero,
piansemi Amor nel core, ove dimora;
per che l'anima mia fu si smarrita,
che sospirando dicea nel penserò :
130 - ben converrà che la mia donna mora. -
i] Io presi tanto smarrimento allora,
110. chiamando ecc. invocando il nome di Beatrice; cfr. sopra, 76.
111. Era ecc. Perché è viva e bella l'espressione del poeta che
raccoglie in un solo concetto l'idea del commovimento interiore e
dell' effetto esterno, e perché è confermata dalle corrispondenti parole
della presa, parmi da ripudiare la lez. da l'angoscia e dal pianto.
113. ch'io solo intesi ecc. Il Card, riferisce come spiegazione e
amplificazione del verso dantesco questi del Tasso, Ger. lib.,xvi,36:
Volea gridar: dove, o crudel, me sola
lasci? ina il varco al suon chiuse il dolore;
si che tornò la flebile parola
più amara indietro a rimbombar sul core.
117. e segg. Questi versi corrispondono alla narrazione in prosa,
83-89.
118. facea ragionai* ecc. faceva agli altri parlar della mia morte.
125. Questa stanza è in corrispondenza colla prosa, 8-19.
131. -presi .. smarrimento, mi smarrii; un uso analogo del verbo
prendere è nel Purg., xni, 120: letizia presi ad ogni altra dispari.
CAPITOLO XXIII 125
/j,lO^-
eh' io chiusi li occhi vilmente gravati ;
e fuoron si smagati
li spirti miei , che ciascun giva errando :
e poscia imaginando, 135.
**e di conoscenza e di verità fora,
visi di donne m'apparver crucciati,
42 che mi dicean : - pur morrati, morràti. -
Poi vidi cose dubitose molte
nel vano imagi nar, dov' io entrai; 140.
132. di' io chiusi ecc. Cfr. Purg., xxx, 78: Tanta vergogna mi
gravò la fronte, e Par., xi, 88: Né gli gravò viltà di cuor le ciglia.
133. smagati; smagare, come il fr. esmaier e il prov. esmagar,
significa disanimare, perder le forze dell' animo, ed è composto di ex-
% della radice mag- con terminazione verbale romanza; cfr. cap. xii, 86. * ^y*
137. visi di donne ecc. questi volti crucciati sono i pensieri di , *
morte che nella fantasia prendono forma e figura di vere persone.
138.- che mi dicean ecc. Il D'Anc. dispone un po' diversamente
questo verso così: che mi dicean pur: morràti, morrati; lezione, o,
meglio, interpunzione difesa dal Rajna, che scrive: «La questione si
riduce dunque a sapere se il pur debba essere unito a dicean o a
morràti. Leggendo nella prosa: tu pur morrai, noi terremmo sen-
z'altro questa seconda opinione, se: pur morràti potesse prendersi yj
nel senso di : Morrai tu ancora. Ma siccome, per quanto riflettiamo, " l ~™5. y,
codesto non ci sembra possibile, preferiamo ammettere che non si , /***■/£*.
debba a intenzione deliberata se, tanto nella rima quanto nella prosa, ^lé-a.* •
s'incontra questa voce pur ». È giusta l'osservazione del Rajna ch& ~~~ AL,
il pur non può significare ancora, non può esser cioè usato al modo *Z ****■
moderno come congiunzione copulativa, e né anche, aggiungo io, come , ~-> j= /y
avversativa; ma ciò non vuol dire che sia da riferire al dicean; né è -, /a ./.
da credere che per caso si trovi tanto nella canzone quanto nella ** ' .)
prosa, perche in questa Dante si studio di riferire con precisione iv „ *■ — \
varii discorsi di quella. Par dunque ragionevole l'intendere il pur fTT^' .>
nella solita funzione avverbiale di limitazione, che ha sempre in Dante ' '*
e cosi il verso significherà: tu solamente morirai, non Beatrice, per
la quale il partire dalla terra sarà non cessazione, ma principio della
vita vera: si cfr. la nota apposta sopra, 19.
139. Questa stanza corrisponde alla prosa, 20-32. - le cose dubi-
tose sono i visi diversi e orribili a vedere; quindi dubitose vale pro-
priamente paurose, spaventevoli.
140. imaginar, atto della fantasia, visione; cfr. Purg., xvii, 43:
126 LA VITA NUOVA
hi ed esser mi parea non so in qual loco ,
e veder donne andar per via disciolte,
qual lagriinando, e qual traendo guai,
che di tristizia saettavan foco. / g^ /~lrr. C>rr/'-_
145 Poi mi parve vedere a poco a poco ' J A A U z I
jo turbar lo sole ed apparir la stella,
e piangere elli ed ella;
cader li augelli volando per l'are,
e la terra tremare ;
150 ed omo apparve scolorito e fioco,
'. Cosi V imaginar mio cadde giuso; Par., i, 88: ti fai grosso Col
falso imaginar.
142. disciolte, cioè coi capelli disciolti, o come ha detto nella prosa,
scapigliate; e veramente queste imagini di morte sono concepite da
Dante, come gli antichi pittori ralliguravano la morte, una. donna di
aspetto crucciato e strano coi capelli sparsi disordinatamente.
143. traendo guai, lamentandosi; cfr. Inf., v, 48: cosi vid'io
venir traendo guai, e xm, 22: io sentia d'ogni parte tragger guai;
Cino (p. 38): e l'anima trarrà guai dolorosi ecc.
144. che di tristizia ecc. Cfr. Inf., xxix, 44: Lamenti saettaron
me diversi Che di pietà ferrati avean gli strali.
146. la stella; il Giul. non badando che ne rimaneva perturbata la
corrispondenza, delle rime che è in questa canz. tra i versi 8, 9, 13 e 14
d'ogni stanza, corresse le stelle, per amor di analogia colla .prosa.
Può esser che Dante abbia qui figuratamente usato il singolare per
V, / indicare il complesso delle stelle (come, sec. alcuni, sarebbe ne\V Inf,
' ù •*» • *w h » 5«>)» o anche ch'egli abbia voluto indicare l'astro di Venere, la
'■\ tyU U jhàe-.,, stella che 'l sol vagheggia {Parad., vni, 11); che il vocabolo gene-
ij/K,. *-<* ?"•' rico ha spesso tal significazione determinata, per es. in Cino (p. 11):
1 .. * come nel sol lo raggio e 'n, del la stella, e nel Cavalcanti (p. 24):
*V ^-A/LtfkP*^ 1 c ^ ie l® ste lla è bella al mi' parere.
EL.'*ia > t 1 * /"* : 148. dre; in rima gli antichi usarono spesso questa forma con-
'* ' /"" "•"''"" tratta per aere, aire.
150. fioco, sembra al Giul. nello stesso senso che ha neWInf-, i,
63, dove è detto di Virgilio che per lungo silenzio parea fioco; ma
qui, in unione allo scolorito, vale più tosto fievole, come avesse per
il gran dolore perduto il naturale aspetto e impedita la facoltà della
parola, e fosse, come Dante dice di sé stesso ne\V Inf., xxxiv, 22, ge-
lato e fioco; e veramente fioco ad esprimere l'esiguità della voce è
CAPITOLO XXIII 127
fj dicendomi : - Che fai ? non sai novella ?
56 morta è la donna tua, ch'era si bella. -
Levava li occhi miei bagnati in pianti,
e vedea (che parean pioggia di manna),
li angeli che tornavan suso in cielo, 155
h* ed una nuvoletta avean davanti,
dopo la qual gridavan tutti : - Osanna, -
e se altro avesser detto, a voi dirèlo.
Allor diceva Amor: -Pili noi ti celo;
* vieni a veder nostra donna che giace.- .160
Q Lo imaginar fallace
mi condusse a veder madonna morta ;
e quand' io l'ebbi scorta,
vedea che donne la covrian d' un velo ;
ed avea seco umilità verace, 165
70 che parea che dicesse : - Io sono in pace. -
Io divenia nel dolor si umile,
del linguaggio dantesco, trovandosi cosi usato neh' Inf., in, 27; xiv,
3; Par., xi, 133 e xxxm, 121.
153. Questa stanza corrisponde alla prosa, 32-50.
154. che parean pioggia di manna; osserva giustamente il D'Anc.
che « il paragone non pare esatto se si osservi che la pioggia cade
e gli Angioli salivano: ma il termine di somiglianza sta nella candi-
dezza del colore e nella placidezza del movimento ». Il Giul. richiama
a questo luogo i versi del Par., xxvn, 67:
Si come di vapor gelati fiocca
in giuso 1' aer nostro, quando '1 corno
della capra del ciel col sol si tocca ;
in su vid' io cosi 1' etere adorno
farsi e fioccar di vapor trionfanti,
« che fatto avean con noi quivi soggiorno.
160. vieni ecc. a veder Beatrice, che giace morta.
165. umilità verace, è quello stato sereno e tranquillo dell'animo
umano non dominato dalla superbia; cfr. specialmente nel Purg., xi,
119, e quel che si dice di Maria nel Par., xxxm, 1 :
Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile ed alta più che creatura,
termine fìsso d'eterno consiglio ecc.
167. Questa stanza corrisponde, meno l'ultimo verso, alla prosa,
50-62.
128 LA VITA NUOVA
veggendo in lei tanta umiltà formata,
eh' io clicea : - Morte , assai dolce ti tegno ;
170 tu dèi ornai esser cosa gentile,
7< poi che tu se' ne la mia donna stata,
e M+r>fc/v>rfA\ ■**** e dèi aver pietate, e non disdegno.
J) *£**,.: vfru~><-: *■<*>' y e ai che si desideroso vegno
&»** #ft*to ™> A: d ' egger de'. tuoi, eh' io ti somiglio in fede. .
J ^/"""'"nó Vieni, che '1 cor te chiede, -
g° Poi mi partfa, consumato ogni duolo;
e quand' io era solo,
J,-aA i/&*à ■■ A^: dicea ' guardando verso l'alto regno: .
n-v-n <ù.'*h- Z*fu c*~«'*~*-- -Beato, anima bella, chi ti vede!-
<flt*6r<ot. , \yì/6* rrJL -r 84 ~No\ mi chiamaste allor, vostra mercede ».
7?» *i-Hh ùu£J Questa canzone ha due parti: ne la prima dico,
/ 'e/t*fc ^ parlando, a indifinita persona, com' io fui levato d' una
vana fantasia da certe donne, e come promisi loro di
dirla: ne la seconda dico, co^a io dissi a loro. La se- //jf
185 conda comincia quivi: Mentr'io pensava la mia frale [£*
vita [v. 29]. La prima parte si divide in due: ne la /^
prima dico quello che certe donne,, e che una sola, ^/2
dissero e fecero per la mia fantasia, quanto è dinanzi
ched io fossi tornato in verace condizione; ne la se-
ìao conda dico quello che queste donne mi dissero, poi
che io lasciai questo farneticare; e comincia questa
174. in fede; spiega il Giul., veracemente, dacché ei portava già
il colore di morte.
176. consumalo ogni duolo; compiuto ogni doloroso officio, ogni
cerimonia funebre.
182. parlando a indifinita persona; cioè senza rivolgere il di-
scorso ad alcuna persona determinata, ma in forma narrativa.
187. quello che certe donne, e che una sola: questa è la giovine
e bella parente di Dante, quelle sono le donne che erano con lei nella
stanza.
188. quanto è dinanzi ecc. cioè prima che io fossi svegliato.
CAPITOLO XXIII 129
parte quivi: Era la voce mia [v. 15]. Poscia quando
dico: Mentr' io pensava, dico com'io dissi loro que- ,
sta mia imaginazione; ed intorno a ciò ^ due parti/^^v^ c^r.
Ne la prima dico per ordine' questa imaginazione; ne la w»/^-
seconda, dicendo a che ora mi chiamaro, le ringrazio %J*y
chiusamente ; e comincia quivi questa parte : Voi mi
chiamaste [v. 84].
XXIV
Appresso questa vana imaginazione, avvenne un
die, che sedendo io pensoso in alcuna parte, ed io mi
sentio cominciare un terremuoto nel cuore, cosi come
io fossi stato presente a questa donna. Allora dico che
mi giunse una imaginazione d'Amore: che mi parve 5
vederlo venire da quella parte ove la mia donna stava ;
e pareami che lietamente mi dicesse nel cor mio:
«Pensa di benedicere lo di che io ti presi, però che
tu lo dèi fare ». E certo mi parea avere lo core si
196. a che ora, in quale felice momento della visione.
197. chiusamente, implicitamente, intende il Giul., « riconoscendo * ~\ /^
per un favore di essersi svegliato in quel punto si lieto e sicuro » : ^^cS^Z.^.-
ma il ringraziamento di Dante è esplicito, dicendo egli d'esser stato "T^ZT"» .-oy»-
svegliato per mercede, per grazia delle donne. Meglio chiusamente x*. «^^v
è da prender in senso di brevemente; poiché in fatti, dopo il lungo e <*/*.& j**.»& ',,
diffuso racconto della visione, alle donne Dante dedica un verso solo, •t''M~~6-p* t -^-~
XXIV. - 2. die è usato spesso da Dante, specialmente in singolare, f**-*^" /' e -
p. es. Purg. xxx, 103; Parad. vii, 112 e xvi, 8; in plurale è al *~* x * '"**<+£*■
cap. ix, 1: cfr. Nannucci, Teorica dei nomi, p. 49. /n *»»*e--//
3. terremuoto, un grande commovimento; e parrebbe improprio
a dire di un moto dell'animo, se non si trovasse in Dante ripetuta-
mente: cfr. cap. xvi, 31.
8. benedicere lo di eoe. Il Petrarca allargò questo pensiero nel
bel sonetto, che comincia appunto Benedetto sia 'l giorno e 'l mese
e l'anno.
Dante — La Vita nuova. 9
130 LA VITA NUOVA
io lieto, che non mi parea che fosse lo mio core, per la
sua nuova condizione. E poco dopo queste parole, che
' lo core mi disse con la lingua d'Amore, io vidi ve-
nire verso me una gentile donna, la quale era di fa-
mosa bieltade, e fu già molto donna di questo primo
10. non mi parea ecc. L'animo di Dante era tanto lieto per la
nuova condizione determinata dal presentimento di una nuova appa-
rizione di Beatrice che non pareva più quello di prima, quando ebbe
la visione narrata nella canz. del cap. xxiii.
13. una gentile donna. Questa donna per nome Giovanna e per
soprannome Primavera è l'amante di Guido Cavalcanti (del quale cfr.
cap. in, 59 e anche il libro di P. Ercole, G. C. e le sue rime, Li-
vorno, Vigo, 1885): di lei è fatta menzione, oltre che in questo luogo,
anche in un altro sonetto di Dante già ricordato a dietro (cap. vi, 9),
dove il suo nome precede appunto quello di Bice; e parrebbe da ri-
ferirle la ballata tribuita al Cavalcanti (p. 38) e indirizzata all'Alighieri,
che comincia Fresca rosa novella, piacente primavera. Ad ogni modo
ce n'è abbastanza per ritener questa Giovanna una donna reale, ve-
ramente amata dall'amico di Dante, che poi si compiacque trarre la
figura e il nome di lei a simboleggiare idealmente le amichevoli re-
lazioni che potevano e dovevano essere tra le donne di quegli inna-
morati poeti dello stil nuovo. Non voglio tacere che in alcuni testi
al nome di Giovanna è , nel sonetto di questo cap. e nell'altro su ri-
cordato, sostituito quello di Lagia: ma qualunque ragione si voglia
dare di questa sostituzione , non credo che se ne possa trarre argo-
mento valido ad oppugnare la reale esistenza di Giovanna.
14. fu già molto donna; si può intendere in due modi : o che
molto tempo addietro, rispetto a quello in cui Dante scriveva, era
stata donna del Cavalcanti; o più semplicemente che aveva avuto
molta signoria sull'animo di Guido, prendendosi donna nel significato
etimologico per signora. Nelle poesie del Cavalcanti s'incontrano i nomi
o le designazioni di più donne, ma non mai di questa Giovanna: vi
si accenna infatti una foresetta o pastorella di nome Pinella (p. 18,
22, 24, 46, 86), una giovane donna di Tolosa chiamata Mandetta
(p. 19, 47) e infine una giovane da Pisa (p. 67, 84), della quale si
può sempre dubitare che sia nominata come una delle amate del Ca-
valcanti; le quali adunque non saranno state più di quattro, non es-
sendo possibile accrescerne" col Bartoli (St. della lett. it. voi. IV,
p. 142-7) il numero sino a sei o sette : che monna Lagia nelle rime del
CAPITOLO XXIV 131
mio amico. E lo nome di questa donna era Giovanna, is
salvo che per la sua bieltade, secondo che altri crede,
imposto l' era nome Primavera : e cosi era chiamata.
E appresso lei guardando, vidi venire la mirabile Bea-
trice. Queste donne . andaro presso di me cosi l' una
appresso l'altra, e parve che Amore mi parlasse nel 20
cuore, e dicesse: «Quella prima è nominata Prima-
vera solo per questa venuta d'oggi; che io mossi lo
imponitore del nome a chiamarla cosi Primavera, ciò
è prima verrà, lo die che Beatrice si mosterrà dopo
la imaginazione del suo fedele. E se anco voli consi- 25
derare lo primo nome suo, tanto è quanto dire prima
verrà, però che lo suo nome Giovanna è da quello
Giovanni, lo qual precedette la verace luce, dicendo:
Cavalcanti appare come amata di un altro (p. 62-74), la giovane
scrignotuzza è ricordata come donna di un Manetto (p. 63), e final-
mente non e' è ragione di far due donne della pastorella foresetta.
17. imposto ecc. era sovrapposto a lei il nome di Primavera; al
quale sembra al D'Anc. trovar un'allusione in quel sonetto del Caval-
canti, che comincia (p. 43):
Avete 'n vo' li fiori e la verdura
e ciò che luce od è bello a vedere.
18. vidi venire ecc. Giovanna e Beatrice procedevano insieme,
ma Tuna andava alquanto innanzi all'altra: nella prosa Dante insiste
su questa precedenza della donna del Cavalcanti, perché gli giovava
all'interpretazione ch'ei voleva dare del fatto; ma nel sonetto, più
immediata espressione della scena reale, dicendo d'averle viste insieme
venir verso di lui non si ferma sul particolare della precedenza.
21. Quella prima ecc. Amore spiega a Dante il nome di Giovanna
(la precorritrice, dal nome del precursore di Gesù) e il soprannome
•di Primavera (che prima verrà) come dati alla donna del Cavalcanti
in quanto sarebbe stata innanzi a Beatrice in questo giorno. Di que-
sto studio di Dante per cercare le corrispondenze tra i nomi e le
«ose cfr. cap. 1, 5 e xm, 15.
24. mosterrà, mostrerà; cosi hanno più testi anche in Purg. i,T07.
25. la imaginazione del suo fedele è la visione narrata nella
■canz. del cap. xxm, chiamata sopra vana imaginazione.
132 LA VITA NUOVA
Ego vox clamans in deserto: parate viam domini».
30 Ed anche mi parve che mi dicesse, dopo, queste parole :
« E chi volesse sottilmente considerare, quella Beatrice
chiamerebbe Amore, per molta simiglianza che ha
29. Ego vox ecc. Sono le parole del Battista precursore di Cristo,
secondo il racconto evangelico: cfr. Matteo, m, 3; Marco, i, 1; Lu-
ca, in, 4;*Giovanni, i, 23.
31. E chi volesse ecc. È da richiamar qui l'esposizione della na-
tura d'amore, che Dante fa nel Conv. m, 2: « Amore, veramente
pigliando e sottilmente considerando, non è altro che unimento spiri-
tuale dell'anima e della cosa amata; nel quale unimento di propria
sua natura l'anima corre tosto o tardi, secondo che è libera o impe-
dita. E la ragione di questa naturalità può essere questa. Ciascuna
forma sustanziale procede dalla sua prima cagione, la qual è Iddio,
siccome nel libro di Cagioni è scritto; e non ricevono diversità
per quella, eh' è semplicissima, ma per le secondarie cagioni, e per
la materia in che discende. Onde nel medesimo libro si scrive, trat-
tando dell'infusione della bontà divina: e fanno diverse le bou-
tadi e i doni per lo concorrimene della cosa che riceve. Onde con
ciò sia cosa che ciascuno effetto ritenga della natura della sua ca-
gione, siccome dice Alfarabio quando afferma che quello eh' è cau-
sato di corpo circulare ha in alcuno modo circulare essere, ciascuna
forma ha essere della divina natura in alcuno modo; non che la na-
tura divina sia divisa e comunicata in quelle; ma da quelle partici-
pata, per lo modo quasi che la natura del sole è participata nell'altre
stelle. E quanto la forma è più nobile, tanto più di questa natura
tiene. Onde l'anima umana, eh' è forma nobilissima di queste che
sotto il cielo sono generate, più riceve della natura divina , che al-
cun'altra. E perocché naturalissimo è in Dio volere essere (perocché
siccome nello allegato libro si legge, prima cosa è l'essere, e anzi a
quello nulla è), l'anima umana esser vuole naturalmente con tutto
desiderio. E perocché il suo essere dipende da Dio, e per quello si
conserva, naturalmente disia e vuole a Dio essere unita per lo suo
essere fortificare. E perocché nelle bontadi della natura umana la
ragione si mostra della divina, viene che naturalmente l'anima umana
con quelle per via spirituale si unisce tanto più tosto e più forte,
quanto quelle più appaiono perfette; lo quale apparimento è fatto,
secondo che la conoscenza dell'anima è chiara o impedita. E questo
unire è quello che noi dicemo Amore, per lo quale si può conoscere
quale è dentro l'anima, veggendo di fuori quelli che ama ».
CAPITOLO XXIV 133
meco». Onde io poi ripensando, propuosi di scrivere in
rima al mio primo amico (tacendomi certe parole le
quali pareano da tacere), credendo io che ancora lo 35
34. al mio primo amico, cioè Guido Cavalcanti, chiamato cosi
anche nei cap. in, 59;xxv, 80, e xxx, 17. Dante ha già accennato nel
cap. nr, 61 qual fosse il principio della loro amicizia, il sonetto cioè
nel quale invitava i fedeli d'Amore alla spiegazione della sua visioae:
da questo momento la corrispondenza in rima tra Dante e Guido con-
tinuò; e ci avanzano le seguenti poesie del Cavalcanti all'Alighieri:
1° il son. riferito a dietro, cap. ni, 60; 2°, il son. T vegno il giorno a te
infinite volte (p. 59), in cui si rimprovera l'Alighieri di pensar troppo
vilmente; 3°, il son. Se vedi Amore assai ti priego Dante (p. 61),
nel quale gli parla di Lapo (Gianni?) e del suo amore; 4°, il son.
•S' io fossi quello che d'amor fu degno (p. 67) in risposta al dantesco
ricordato al cap. vi, 9; 5°, il son. Dante un sospiro messaggier del
core (p. 73), nel quale si espone una visione d'amore. — tacendomi
certe parole ecc. Giustamente il Card, osserva che sarehbe stato un
dare a Giovanna una condizione inferiore rispetto a Beatrice e poco
gentile verso il suo amatore il dir che essa si chiamava Primavera,
come prenunziatrice del venir di Beatrice; e però Dante tacque nel
sonetto questo concetto. Forse è più esatto il dire che componendo
il sonetto Dante non pensò né pur per ombra a tutto questo ; poi
volendolo collegare con la canz. del cap. precedente non seppe far di
meglio che sottilizzare sui nomi proprii, com'era suo costume. Il Bar.
toli, che vede in tutto questo capitolo « uno dei soliti mezzi, che pa-
iono connaturati alla mente di Dante » per « fare intendere che esiste
nna fratellanza artistica tra lui e il suo primo amico, e che anzi Guido
fu, come lirico, precursore dell'Alighieri », fa notare che secondo la
sua interpretazione la verace luce sarebbe Dante stesso: ma è una
spiegazione che non si può sostenere, perché, il richiamo a Giovanni,
il Battista precursore di Gesù verace luce, non è fatto se non per
ispiegare come anche il nome proprio di Giovanna valga, come già
aveva detto del soprannome, la precorritrice.
35. credendo io ecc. che il mio primo amico intendesse ancora
in donna Giovanna, come nel passato. Nella ball, già ricordata e in-
dirizzata a Dante il Cavalcanti aveva cantato di Primavera (p. 40):
E se vi pare oltraggio
eh' ad amor vi sia dato,
non sia da voi blasraato;
che solo amor mi sforza,
contra cui non vai forza né misura.
134 LA VITA NUOVA
suo cuore mirasse la bieltade di questa Primavera gen-
f~£rr- tile. Dissi questo sonetto^ jua-o^- Ctrrm'-tz-^'A' ^^A'-"
[Sonetto XIV]
t/Carr- «-/"/" 212-1
7
/***-■
<%, ùv>trt^- Ms"^?- Io mi senti' svegliar dentro "lo, core
^L-*v*7*. *• - ' un spirito amoroso che doriti fa :
40 //— e poi vidi venir da lungi Amore
JiJ^. ' ""~~~U- * allegro si, che appena il conoscia ;
/^ /**■ , ' dicendo: «Or pensa pur di farmi onore »,
/2 2 • e 'n ciascuna parola sua ridia.
W- / / / E, poco stando meco il mio segnore,
37. questo sonetto. Appartiene ad una serie propria dei rimatori
dello stil nuovo, i quali si compiacquero di rappresentar simili in-
contri con le lor donne accompagnate ad altre: questo di Dante è
una maravigliosa pittura, che rende con sicurezza e precisione di tocchi
l'agitarsi del sentimento nell'animo del poeta e il fatto esterno che lo
sviluppa; e per la pronta percezione del reale e per la naturale fu-
sione col fantastico segna un notevole avanzamento nella lirica dan-
tesca. Abbianm/un altro sonetto dell'Alighieri, scritto assai probabil-
mente nella stessa occasione (cfr. la Not. sulla V. N. § 6), nel quale
forse sovrabbonda l'elemento ideale, si nel concepimento come nel-
l'espressione (p. 116):
Di donne vidi una gentile schiera
quest'ognissanti prossimo passato ;
ed una ne venia quasi primiera,
seco menando Amor dal destro lato.
Dagli occhi suoi gettava una lumiera,
la qual pareva un spirito infiammato;
ed i' ebbi tanto ardir, che in la sua cera
guardando vidi un angiol figurato.
A chi era degno poi dava salute
con gli occhi suoi quella benigna e piana,
empiendo il core a ciascun di virtute.
Credo che in ciel nascesse està soprana,
e venne in terra per nostra salute :
dunque beata chi 1' è prossimana.
39. un spirito amoroso ecc.; il commovimento, che prendeva
Dante quando era innanzi a Beatrice, comincia a manifestarsi, tanto
è potente l'efficacia di lei, anche quando egli è per incontrarla; cfr.
in questo cap., 53.
44. E, poco stando meco ecc. e poiché il mio signore fu stato con
CAPITOLO XXIV 135
8 guardando in quella parte, onde venia, 45
io vidi monna Vanna e monna Bice
venire invér lo loco là ov" io era,
11 l'una appresso de l'altra maraviglia:
e si come la mente mi ridice,
Amor mi disse: «Queir è Primavera, 50
14 e quell' ha nome Amor, si mi somiglia ».
me poco tempo, cioè subito dopo che mi fu venuto questo pensiero
d'amore.
45. onde venta, dalla quale era venuto Amore.
46. monna Vanna e monna Bice; cosi sono designate anche
altrove (cfr. la nota al cap. vi, 9) Giovanna e Beatrice; e quest'ul-
tima per testimonianza di Dante stesso {Par. vii, 14) era abitualmente
chiamata Bice, al modo fiorentino. Monna è la forma popolare per
madonna, e se ne trovano più esempi nei poeti antichi, specialmente
nelle rime d'intonazione famigliare e burlesca; per es. in Dante stesso,
in uno dei sonetti a Forese Donati (p. 291): s' i' non ne domandassi
monna Tessa; nel Cavalcanti (p. 74): il servitore di monna Lagia
che venia dicendo.
48. l'una appresso de l'altra ecc. Si cfr. il son. riferito sopra,
37 dove è detto che ad una che venia quasi primiera (Giovanna) si
accompagnava dal destro lato Amore cioè Beatrice; e si avrà un
indizio per ritenere che componendo il sonetto presente Dante usasse
appresso nel senso più comune di accanto, a lato, (Inf., in, 113; vi,
67; vili, 26; Purg., iv, 50; Par., in, 26; ix, 113; xxm, 120 ecc.):
più tardi, scrivendone la illlustrazione in prosa, trasse questa voce
alla significazione più determinata di dietro, per metter anche questo
verso in relazione col suo modo di interpetrare, dipendente dal si-
gnificato assegnato ai nomi della donna del Cavalcanti. — l'una ad
ogni modo è Beatrice, l'altra Giovanna; e quest'uso del correlativo,
riferendo uno al termine più vicino, è altre volte in Dante; per es.
Inf. v, 139: Mentre che l'uno spirto questo disse, U altro pian-
geva ecc.
51. e quell'Ila nome Amor: Dante qui e altrove (cfr. vm, 25,
e il 4° verso del son. riferito sopra, 37), dà il nome di Amore a Bea-
trice, come del resto fecero delle loro donne altri poeti antichi ; e' è
per es. una canzone, anonima, ma certo di uno dei rimatori dello stil
nuovo, che comincia (Ant. rim. volg. in, 368):
La gioven donna cui appello Amore,
ched è sovra ciascun' altra bieltate
compiuta di piacere et d' umiliate ecc.
136 LA VITA NUOVA
Questo sonetto ha molte parti : la prima de le quali
dice, come io mi senti' svegliare lo tremore usato nel
cuore, e come parve che Amore m'apparisse allegro
Cff. mi» 55 da lunga parte ; la seconda dice , come mi parea che
i* '-^*J^ Amore mi dicesse nel mio cuore, e quale mi parea;
-' — -r, la terza dice come, poi che questi fue alquanto stato
^ JfJ. / meco cotale, io vidi ed udio certe cose. La seconda
J?~ J parte comincia quivi: Dicendo: Or pensa pur di farmi
ras, 60 onore [v. 5]; la terza quivi: E poco stando [v. 7J.
La terza parte si divide in due : ne la prima dico quello
eh' io vidi ; ne la seconda dico quello eh' io udio ; e lco-7^
mincia quivi: Amor ini disse [v. 13]. u e(
XX V fry/,
ri-
Potrebbe qui dubitare persona degna da dichiararle
ogni dubitazione, e dubitare potrebbe di ciò ch'io dico
d'Amore, come se fosse una cosa per sé, e non sola-
mente sustanzia intelligente, ma si come fosse sustan-
53. lo tremore usato; il commovimento che Dante provava in-
nanzi a Beatrice, descritto già mirabilmente nel cap. x\: cfr. anche
cap. i, 16.
55. da lunga parte, da lontano; cfr. Inf. xxxi, 23 : dalle tenebre
troppo dalla lungi.
58. cotale; in simile condizione di gioia.
XXV. 1. Potrebbe ecc. Nel cap. xn, 111, a proposito delle parole
da lui indirizzate alla sua ballata, Dante avverti che egli intendeva
sciogliere qualunque dubbio su questa e altre simili personificazioni
in parte più dubbiosa, cioè in questo capitolo xxv; dove riferendosi
alla rappresentazione d'Amore, da lui fatta nel son. del cap. xxiv,
vuol giustificare una personificazione più ardita, ma non nuova nella
poesia, per cui è data figura e attitudine di persona al sentimento
dell'amore. Il ragionamento di Dante è questo: Ho parlato d'Amore,
attribuendogli il movimento locale, la facoltà di ridere, e quella della
parola, come se egli fosse sostanza corporale cioè corpo; perché cosi
CAPITOLO XXV 137
zia corporale. La qual cosa, secondo la verità, è falsa; 5
che Amore non è per sé si come sustanzia, ma è uno
accidente in sustanzia. E che io dica di lui come se
fosse corpo, e ancora si come fosse uomo, appare per
tre cose che dico di lui. Dico che lo vidi venire ; onde,
con ciò sia cosa che venire lo dica moto locale e lo- io
calmente mobile per sé, secondo lo filosofo, sia sola-
mente corpo, appare che io ponga Amore essere corpo.
Dico anche di lui che ridea, ed anche che parlava; le
quali cose paiono essere proprie de l' uomo , e spezial-
mente essere risibile; e però appare ch'io ponga lui 15
hanno diritto di fare anche i poeti volgari, da poi che lo fecero i
poeti latini: ma come questi non lo fecero senza che nelle personifi-
cazioni apparisse il concetto astratto, cosi quelli per giovarsi di questa
facoltà devono rendersi piena ed intera ragione dell'astrazione che
vogliono concretare.
3. come se fosse una cosa per sé ; come se fosse una sostanza,
mentre invece è accidente in sostanza.
5. La qual cosa ecc. cioè che Amore sia sustanzia corporale è
falsa, secondo la verità, secondo la scienza; precisamente come Dante
stesso afferma nel son. arrecato al cap. xxi, 8: Amor non ha su-
stanza, Né è cosa corporal ch'abbia figura; e qui non nega questa
verità, ma giustifica con l'autorità dei classici e contro ai pedanti
la personificazione d'Amore per sola ragione stilistica.
7. E che io dica ecc. dimostra come nel son. del cap. xxiv égli
abbia tribuito ad Amore attitudini non pure corporali, ma umane:
cioè il moto locale, proprietà dei corpi, e il riso e la parola, proprietà
degli uomini.
9: Dico che lo vidi venire; cap. xxiv, 40: e poi vidi venir da
lungi Amore.
11. secondo lo filosofo, Aristotele.
13. Dico anche di luì che ridea; cap. xxiv, 43: e 'n ciascuna
parola sua ridia. - ed anche che parlava; cap. xxiv, 42: dicendo,
Or pensa pur di farmi onore, e 50 : Amor mi disse: quell' è ecc.
14. proprie de l'uomo: nel De vulgari eloquentia, i, 2 Dante
dimostra che solus homo habet commercium sermonis. - e spezial-
mente ecc. e sopra tutto l'aver la facoltà di ridere; onde neWEpist
a Cangrande, § 26 scrisse Dante: si homo est, est risibilis.
138 LA VITA NUOVA
essere uomo. A cotale cosa dichiarare, secondo che è
buono al presente, prima è da intendere, che antica-
mente non erano dicitori d'Amore in lingua volgare,
anzi erano dicitori d'Amore certi poeti in lingua latina:
20 tra noi, dico , avvegna forse che tra altra gente addi-
venisse e addivegna ancora si come in Grecia, non
volgari ma litterati poeti queste cose trattavano. E non
è molto numero d'anni passati, che apparirono prima
questi poeti volgari ; che dire per rima in volgare tanto
25 è quanto dire per versi in latino, secondo alcuna pro-
porzione. E segno che sia picciolo tempo è, che, se vo-
lemo cercare in lingua d'oco e in lingua di si, noi
20. tra noi, dico ecc. Gli interpreti sorvolano su queste parole,
ma a torto: dopo aver detto che i poeti erotici antichi scrissero in
latino, Dante limita il suo pensiero, aggiungendo che ciò accadeva tra
noi , mentre tra altri popoli può essere accaduto e accadere che i
poeti erotici scrivessero in greco. Esprimendo Vavvegna che un con-
cetto avversativo, che non può esser altro che l'idea della lingua
greca come strumento della poesia amatoria messa in opposizione colla
latina, è evidente che la lez. vulgata: « avvegna forse che tra altra
gente addivenisse e addivenga ancora che, si come in Grecia, non
volgari, ma litterati poeti queste cose trattavano » è falsa, e che tra
noi è da ricongiungere direttamente con la frase non volgari ma Ut'
terati ecc. ulteriore dichiarazione del pensiero di Dante, che gli an-
tichi poeti d'amore scrissero in latino.
22. E non è molto numero a" anni passato, è poco tempo che
sono apparsi questi poeti volgari: Dante intende limitatamente ai li-
rici d'amore, provenzali e italiani ; quanto a' nostri è vero che i primi
erano comparsi poco innanzi a lui, cioè durante il regno di Federigo II,
nella prima metà del secolo xm; quanto ai provenzali erano già pa-
recchi secoli che rimavano d'amore; vedi sotto, 27.
24. dire per rima ecc. il carattere estrinseco della poesia volgare
è la rima, quello della poesia latina la misura dei versi; ma per le
ragioni dello stile e della contenenza l'una è identica all'altra.
26. se volemo cercare ecc. Anche nel De vulg. eloq. i, 8 Dante
distingue le lingue romanze dalla particella dell'affermazione : lingua
d'eco è la provenzale, dove si afferma dicendo oc (lat. hoc), lingua
CAPITOLO XXV 139
non troviamo cose dette anzi lo presente tempo per
cento e cinquanta anni. . E la cagione, per che alquanti
grossi ebbero fama di sapere dire, è che quasi fuoro 3»
li primi, che dissero in lingua di si. E '1 primo, che
cominciò a dire si come poeta volgare, si mosse però
che volle fare intendere le sue parole a donna, a la
di si (lat. sic) è l'italiana (del hel paese là dove il si suona, Inf., xxxm,
80), lingua 'dìoil (lat. hoc Me) la francese: né fu egli il primo, che
già Bernardo d'Auriac distingueva i provenzali dai francesi per le
particelle affermative e negative (Raynouart, Cimice, iv, 241):
■Et auziran dire per Arago
dil e nenil en luec d'oc e de no;
ed è noto che Languedoc si disse la Provenza, come territorio lin-
guistico.
28. non troviamo cose ecc. L' affermazione di Dante è vera per-
la poesia italiana, non cominciata prima del secolo xm; non per la
provenzale, che, pur volendoci restringere ai poeti d'amore, cominciò
con Guglielmo IX conte di Poitiers (1071-1127): ma egli intese forse
di riferirsi al vero e proprio fiorire di quella lirica con Bernardo di
Ventadour, Marcabrun, Jaufre Rudel, coi quali ci riponiamo appunto
alla metà del secolo xn, centocinquantanni prima della composizione
della V. N.
29. alquanti grossi ecc. Non si può determinare con precisione
a quali poeti intenda alluder qui dicendo che ebbero fama di saper
poetare solo perché furono i primi a scriver poesie italiane; ma assai
probabilmente egli alludeva al notaro Giacomo da Lentini, a Bona-
giunta da Lucca, e a Guittone d'Arezzo (cfr. Purg. xxiv, 55-62; xxvi,
124-6; De vulg. eloq. i, 13).
31. E 'l primo ecc. Non è conforme alla verità, ma più tosto
alle cognizioni che Dante aveva su questa materia: poiché la lettera-
tura provenzale comincia con un poemetto didattico, e la francese coi
poemi epici; e né pure in Italia la lirica amorosa fu la prima forma
di poesia volgare, se i più antichi cultori di essa sono, come pare, i
moralisti e insegnativi lombardi, quali Uguccione da Lodi, Pateclo
da Cremona, Pietro da Bescapè ecc. Ma Dante assai probabilmente
non conosceva o non faceva alcun conto di questi poeti, e colle sue
parole volle accennare solo ai lirici d'amore, fioriti fra noi nella prima
metà del dugento.
140 LA VITA NUOVA
quale era malagevole ò" intendere li versi latini. E que-
35 sto è contra coloro, che rimano sopr' altra matera che
amorosa ; con ciò sia cosa che cotale modo, di parlare
fosse dal principio trovato per dire d'Amore. Onde, con
ciò sia cosa che a li poeti sia conceduta maggiore li-
cenza di parlare che a li prosaici dittatori, e questi di-
40 citori per rima non siano altro che poeti volgari, degno
è e ragionevole, che a loro sia maggiore licenza largita
di parlare, che a li altri parlatori volgari: onde, se
alcuna figura o colore retorico è conceduto a li poeti,
conceduto è a li rimatori. Dunque se noi vedemo, che
45 li poeti hanno parlato a le cose inanimate sì come se
avessero senso o ragione, e fattele parlare insieme ; e
non solamente cose vere, ma cose non vere (ciò è che
detto hanno, di cose le quali non sono che parlano,
e detto che molti accidenti parlano, si come fossero
so sustanzie ed uomini); degno è '1 dicitore per rima di fare
lo somigliante, ma non sanza ragione alcuna, ma con
ragione, la quale poi sia possibile ad aprire per prosa.
Che li poeti abbiano cosi parlato, come detto è, ap-
pare perVergilio; lo qual dice che Giuno, ciò è una
34. E questo è contro coloro ecc. Questa teorica, che limitava
,alla materia amorosa l'uso della lingua volgare, fu abbandonata assai
presto da Dante; poiché nel De vulgari eloquenti^ n„2, ricercando
in qua materia conveniat ornata eloqventia vulgaris, ne allargò il
campo alla politica (salus , interessi pubblici) e alla morale (virtus).
43. a li poeti, s'intenda ai poeti latini.
51. con ragione ecc. pur che le figure retoriche e specialmente
le personificazioni non siano che una forma sensibile data a concetti
astratti, dei quali rimanga sempre la coscienza al poeta.
54. lo qual dice ecc. La prima delle citazioni virgiliane si rife-
risce alle parole che Giunone cioè cosa che non è disse ad Eolo cosa
inanimata (Aeneid. i, 65):
Aeole, namque tibi divòm pater atque hominum rex.
et mulcere dedit fluctus et tollera vento,
CAPITOLO XXV 141
dea nemica de li Troiani, parlòe ad Eolo segnore de li 55
venti, quivi nel primo de lo Eneida: Aeole, namque
Ubi, e che questo segnore le rispuose quivi: Tuus, o
regina, quid oples esplorare ìdbor; mihi jussa ca-
pessere fas est. Per questo medesimo poeta parla la
cosa, che non è animata, a le cose animate nel terzo 60
de lo Eneida, quivi: Dardanidae duri. Per Lucano
gens inimica mihi Tyrrkenum navigat aequor,
Ilium. in Italium portans, victosque Penates :
incute vim ventis, submersasque obrue puppes ;
aut age diversos, et disiice corpora ponto ecc.
e alla risposta del re de' venti («6. i, 76):
Tuus, o regina, quid optes
explorare labor ; mihi iussa capessere fas est.
Tu mihi, quodcumque hoc regni, tu sceptra Jovemque
concilias ; tu das epulis accumbere divòm,
nimborumque facis tempestatumque potentem.
59. parla la cosa ecc. parla Febo ai Troiani (Aen. in, 94):
Dardanidae duri, quae vos a stirpe parentum
prima tulit tellus, eadem vos ubere laeto
adcipiet reduces. Antiquam exquirite matrem.
Hic domus Aeneae cunctis dominabitur oris
et nati natorum, et qui nascentur ab illis.
E si osservi col Card, che Febo sarebbe, secondo i termini danteschi,
cosa che non è, come Giunone, e invece è detto cosa inanimata.
61. Per Lucano ecc. Nella invocazione, onde si apre il suo poema.
Lucano rivolgendosi a Cesare dice (Pharsalia, i, 44):
His, Caesar, Perusina fames, Mutinaeque labores
accedant fatis, et quas premit aspera, classes,
Leucas, et ardenti servilia bella sub Aetna.
Multum Roma tamen debet civilibus armis,
quod tibi res acta est.
Ma Dante lesse, o il suo testo portava con leggiera variante « Mul-
tum Roma tamen debes civilibus armis », come se il poeta parlasse
alla città, la cosa animata alla cosa inanimata. Pur questa variante
non trovandosi nei testi di Lucano (cfr. V ediz. critica di C. F. Weber,
Lipsia, 1821), potrebbe credersi che Dante fosse tratto in inganno
dallo scoliaste che annotava a quei versi (ib., voi. Ili, p. 13): « Et
quamvis multa mala evenerunt per civile bellum, tamen quod per illud
tantum rectorem habemus, ideo, o Roma, multum es adhuc debita
civili bello ».
142 LA VITA NUOVA
parla la cosa animata a la cosa inanimata, quivi : Mul-
timi, Roma, tamen debes civilibus armis. Per Orazio
parla l'uomo a la sua scienza medesima, si come ad
65 altra persona ; e non solamente sono parole d' Orazio,
ma dicele quasi ne lo modo del buono Omero, quivi
ne la sua Poetria: Die milii, Musa, virum. Per Ovidio
parla Amore si come se fosse persona umana, nel prin-
cipio del libro e' ha nome Remedio d'Amore, quivi:
70 Bella mi hi, video, bella parantur, ait. E per questo
' puote essere manifesto a chi dubita in alcuna parte
di questo mio libello. E acciò che' non ne pigli alcuna
63. Per Orazio ecc. ueWepist. ad Pisones, 141 parla il poeta
alla Musa, sua scienza; e non sono paroìe d'Orazio, ma traduzione dei
primi due versi dell'Odissea. Ora, come Dante poteva sapere che quello
era il principio del poema d'Omero, se Orazio non lo designa altri-
menti che come lue, qui nihil molitur inerte, e gli scoliasti non di-
cono di chi si trattasse? Poiché Dante non conobbe i poemi omerici,
avrà saputo questo o da una tradizione tenuta viva nelle scuole, o forse
anche dalle Periocliae di Ausonio; il quale, com' è noto, riassumendo
in prosa i libri omerici aveva tradotto sempre alla lettera i primi
versi di ciascun libro , e al I dell' Odissea non aveva fatto altro che
riferire la traduzione oraziana:
/ sf Die mitri, Musa, virum; captae post tempora Troiae,
qui mores hominum multorum vidit et urbes.
67. Per Ovidio ecc. Il poemetto ovidiano Remedia amoris co-
mincia cosi:
Legerat Julius Amor titulum nomenque libelli :
bella mihi, video, bella parantur, ait.
Amore dunque è personificato, e gli sono attribuite facoltà e carat-
teri di persona umana, anche in Ovidio; e questo esempio, che era
veramente il più concludente, a Dante doveva apparire di speciale
importanza, poiché il poeta latino èra nel medioevo nelle questioni
d'amore un'autorità incontestabile, alla quale i rimatori si richiama-
vono di frequente (cfr. per es. Cino, p. 215: Se mai leggesti versi
de l'Ovidi ecc. ; G. Orlandi in Val. II, 272: Ovidio leggi, più di te
ne vide).
71. in alcuna parte ecc. cioè nel son. del cap. xxiv a proposito
d'Amore, e nella ball, del cap. xn, a proposito della ballata stessa.
CAPITOLO XXV 143
baldanza persona grossa, dico che né li poeti parlano
cosi sanza ragione, né quelli che rimano deono parlare
cosi, non avendo alcuno ragionamento in loro di quello 75
che dicono; però che grande vergogna sarebbe a colui
che rimasse cosa sotto vesta di figura di colore re-
torico, e domandato non sapesse denudare le sue pa-
role da cotale vesta, in guisa che avessero verace in-
tendimento. E questo mio primo amico ed io ne sapemo so
bene di quelli che cosi rimano stoltamente.
78. non sapesse denudare ecc. Il Giul. : « Di figura o di colore
retorico, e renderle nude (Purg., xxxm, 100) in guisa che aves-
sero verace intendimento, significassero cose vere. Ciò che non sa-
rebbe, ove le parole si volessero prendere giusta il valore della figura
e quali si mostrano al colore retorico. Dante avvisava che le cose
dette per allegoria fossero come velate sotto benda di parola oscura.
Libere da cotal benda, le parole restavano nude, tali da doversi in-
tendere letteralmente ». Ma qui veramente più che di allegorie si tratta
di personificazioni; e la giustificazione è esclusivamente retorica, come
dimostrano gli esempì addotti dai poeti latini.
80. questo mio primo amico, G. Cavalcanti (cfr. cap. xxiv, 34).
81. di quelli che cosi rimano stoltamente; deve intendere più
che dei vecchi rimatori, già riprovati in questo cap., 29, di alcuni dei
contemporanei a lui e al Cavalcanti , e particolarmente di quelli che
tentarono certe forme dello stil nuovo, ma senza riuscire; come sa-
rebbero Chiaro Davanzati e Guido Orlandi. Anzi a proposito di que-
st'ultimo, e' è un suo sonetto, al quale, come oss. il Carducci, « que-
sto luogo della V. N. potrebbe essere risposta »: è un'ipotesi inge-
gnosa, poiché nel sonetto citato dice appunto l'Orlandi (Val. 11,272)
Ch' amor sincero non piange né ride,
che potrebbe parere allusione al dantesco del cap. xxiv, 43; ma il fatto
è che l'Orlandi, come ci attesta un codice antico (Riv. di fil. rom.,
I, 79) intendeva alludere a Guido Cavalcanti « perché disse ch'elli fa-
rebbe piangere Amore » e di fatti in una sua rima aveva scritto
(p. 35):
E dico che miei spiriti son morti
e '1 cor e' ha tanta guerra e vita poco,
e se non fosse che '1 morir m' è gioco
faréne di pietà pianger Amore.
144 LA VITA NUOVA
XXVI
Questa gentilissima donna, di cui ragionato è ne le
precedenti parole, venne in tanta grazia de le genti,
che quando passava per via, le persone correano per
vedere lei; onde mirabile letizia me ne giungea. E
5 quando ella fosse presso d' alcuno, tanta onestade giun-
gea nel cuore di quello , che non ardia di levare li occhi,
né di rispondere al suo saluto; e di questo molti, si
come esperti, mi potrebbero testimoniare a chi nollo
credesse. Ella coronata e vestita d'umiltade s'andava,
io nulla gloria mostrando di ciò eh' ella vedea e udia. Di-
, ; . ceano molti, poiché passata era: «Questa non è fe-
^ /J^ >•_ mina , anzi è uno de li bellissimi angeli del cielo». Ed
^ '/%' altri diceano: «Questa è una maraviglia; che bene-
' detto sia lo Segnore che si mirabilemente sae adope-
jp r«7-i5 rare! » Io dico eh ella si mostrava si gentile e si piena
di tutti li piaceri, che quelli che la miravano compren-
deano in loro una dolcezza onesta e soave tanto che
ridire nollo sapeano; né alcuno era lo quale potesse
mirare lei, che nel principio non gli convenisse sospi-
XXVI. — 1. ne le precedenti parole; cioè nei capitoli precedenti
fino al xxiv; poiché nel xxv dobbiamo riconoscere una digressione,
estranea al fine principale di Dante, che è la loda di Beatrice.
4-8. E quando ecc.; queste parole corrispondono ai versi 1-4
del son. xv.
9-15. Ella coronata ecc.; corrispondono ai versi 5-8 del sonetto
stesso.
15-20. Io dico ecc.; in corrispondenza coi versi 9-11.
16. comprendeano, propriamente accoglievano in sé; lo stesso
uso del verbo comprendere è nel Purg., iv, 1 : per dilettanze o ver
per doglie Ched alcuna virtù nostra comprenda.
CAPITOLO XXVI 145
rare. Queste e più mirabili cose da lei procedeano vir- 20
tuosamente. Onde io pensando a ciò, volendo ripigliare
lo stilo de la sua loda, propuosi di dire parole, ne le
quali dessi ad intendere de le sue mirabili ed eccellenti
operazioni; acciò che non pur coloro che la poteano sen-
sibilemente vedere, ma gli altri sappiano di lei quello 25
/che per le parole ne posso fare intendere. Allora dissi
questo sonetto, 4o- quale comincia cosi :
20. ■procedeano, derivavano, traevano loro origine; cosi anche
in Inf., xxxiv, 36: Purg., xxvm, 88; Par.,\, 4. - virtuosamente,
per effetto della sua virtù: cosi anche altrove, cap. ri, 10; x, 14 ecc.
21. volendo ripigliare ecc. Nel cap. xvm, 45, Dante aveva espresso
il proposito di prendere come argomento del suo parlare « sempre
mai quello che fosse loda di questa gentilissima »; ma poi nel cap. xxv
aveva fatto una lunga digressione , per giustificare una sua figura
retorica.
25. quello che per le parole ecc., quel tanto delle mirabili ope-
razioni di Beatrice, che la parola umana può rappresentare; che molte
altre erano cosi sublimi che non le poteva far intendere lingua né
penna. Il Witte cita a ì-iscontro i seguenti versi della c&nz.Amor che
nella mente (p. 191):
Il parlar nostro che non ha valore
di ritrar tutto ciò che dice Amore ;
e'deWInf., xxvm, 4:
Ogni lingua pel- certo verria meno
per lo nostro sermone e per la mente
e' hanno a tanto comprender poco seno.
27. questo sonetto: E una delle più geniali creazioni della fantasia
. giovenile di Dante; il quale movendo dal contemplare un fatto umano
e comune, quale è il saluto, s'innalza via via ad una idealizzazione
sempre più pura della sua donna nella considerazione degli effetti mi-
rabili di lei e della serena dolcezza che ella diffonde nello spirito degli
uomini, che tutti si sentono attratti dalla divina presenza. I concetti
di questa breve, ma gloriosa poesia non sono nuovi; poiché sparsa-
mente erano già stati espressi da altri poeti: ma l'Alighieri seppe
collegarli in tale stupenda armonia e dar loro una veste cosi composta
e delicata da farne un capolavoro di rappresentazione e di stile. In-
torno a questo son. scrisse una dissertazione Luigi Cibrario (vedila
nell'edizione del Torri, pp. 127-32).
Dante — La Vita nuova. • 10
146 LA VITA NUOVA
[Sonetto XV]
. / t jx A f. Tanto gentile e tanto onesta pare
l ' a/ ■&zL£^£y' ^ a c ^ onua m i a 5 quand'ella altrui saluta,
_„ 30 ch'ogne lingua deven tremando muta,
^/ 4 e gli occhi no l' ardisco» di guardare.
Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente e d'umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
35 8 dal cielo in terra a miracol mostrare.
28. Tanto gentile ecc.; cft*. Gino (p. 131): Egli è tanto gentile
et alia cosa La donna che sentir mi face amore ecc. - pare, si di-
mostra, apparisce; come neWInf., xxxui, 134; Par., xm, 91 ecc.
30. ch'ogne lingua ecc. Dante ha già descritto gli effetti che
sovra di lui produceva il saiuto di Beatrice, nel cap. xi; qui ac-
cenna invece gli effetti del saluto sugli altri uomini: un tremito che
impedisce la parola, e un ritegno che non consente di guardare.
32. Ella si va ecc. Bene osserva il D'Anc. : « Bellissimo comiiv
ciamento di nuovo periodo poetico, di andatura insieme svelta e mae-
stosa. E par quasi veder Beatrice che passa, appena sfiorando la
terra, lieve lieve come quell'angelo che varcava Stige con le piante
asciutte, quasi uno spirito celeste sperduto nella folla degli uomini
mortali ». Cfr. il Guinizelli (p. 35):
Passa per via adorna e si gentile
che bassa orgoglio a cui dona salute.
33. d'umiltà vestuta. Si è già accennato più volte (cfr. cap. xix,
56; xxtii, 48 e 165), quale sia il concetto racchiuso nella parola umiltà
pei rimatori dello stil nuovo: è lo stato d'animo in perfetta tranquillità
e pace, in opposizione all'ira, stato di passione; come dimostra spe-
cialmente un luogo del Cavalcanti (p. 53):
Deh ! che rassembla quando li occhi gira
dical Amor, ch'i' noi porta contare:
cotanto d'umiltà donna mi pare
eh' ogn'"altra veramente la chiam' ira.
34. e par che sia ecc. Questo modo di concepir la donna come
un miracolo vivente è comune negli antichi poeti; cfr. i versi di Chiaro
Davanzati e Monte Andrea riferiti al cap. xix, 62, e anche si veda
la nota al cap. xxi, 21. - una cosa; cosi nella canz. del cap. xix,
59: cosa mortale Come esser può si adorna e si pura?
CAPITOLO XXVI 147
Mostrasi si piacente a chi la mira,
che da per li occhi ima dolcezza al core,
11 che 'ntencler nolla può chi nolla prova.
E par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d'amore, 40
14 che va dicendo a 1' anima : « sospira ».
36. piacente, osserva il Cibrario,«è vocabolo molto gentile, ed
avanza in proprietà di significato Ja voce piacevole, a cui il Boccaccio
ha cominciato a dar voga ... l'avanza in proprietà di significato,
perocché è participio presente, ed indica un tempo ed una azione; lad-
dove piacevole ha una significazione indeterminata, ed indica quello
che generalmente può e dee piacere ».
37. dà per li occhi; infonde a traverso gli occhi di chi la mira.
Bene osserva il Cibr. « quanta forza abbia quel verbo dà, per virtù
del quale una operazione spirituale riceve quella vivacità di rappre-
sentazione, che è propria soltanto delle fisiche ».
38. che 'ntender ecc. Cfr. Par., in, 37:
O ben creato spirito, che a' rai
di vita eterna la dolcezza senti,
che, non gustata, non s' intende mai.
39. làbbia, qui e nei capp. xxxi, 99 e xxxvi, 18 significa tutto
l'aspetto, e specialmente il volto; nel poema abbiamo, Inf. , vii, 7 Yen-
fiata labbia di Pluto, Inf., xiv, 67 la miglior labbia e xix, 122 la
contenta làbbia di Virgilio, e Purg., xxiu, 47 la cambiata labbia di
Forese Donati. - si mova ecc. Il D'Anc. richiama opportunamente due
passi delle Vite dei Santi Padri; l'uno da quella di Santa Taar (11,27):
Questa era di tanta bellezza eh' eziandio gli castissimi animi avrebbe
eccitato a libidine la sua vista, se non fosse ch'era di si onesti e
composti costumi, che pareva che di lei uscisse un amor di casti-
tade si miràbile e si terribile, che faceva vergognare e temere
chiunque l'avesse guatata disonestamente; e l'altro da quella di San
Gio. Battista (IV, 296): di lui [Gesù| esce una virtù dolcissima d'amore
che trae a sé tutto il cuor dell'uomo.
40. un spirito soave; cosi nel cap. xxiv, 39: un spirito amo-
roso; nel Conv., ni, stanza 4 a della canz. : un spirito gentile; in un
son. (p. 116): un spirito infiammato; e chi vuole vedere le ragioni
di questa lezione le cerchi nel discorso del Fornaciari, Del soverchio ri-
gore dei grammatici, § 21.
41. sospira ; cfr. il Cavalcanti (p. 53): parlare Uom non le può,
ma ciascun ne sospira.
148 LA VITA NUOVA
Questo sonetto è si piano ad intendere, per quello
che narrato è dinanzi, che non abbisogna d' alcuna divi-
sione ; e però lassando lui , dico che questa mia donna
45 venne in tanta grazia, che non solamente ella era ono-
rata e laudata, ma per lei erano onorate e laudate
molte. Ond'io veggendo ciò e volendolo manifestare a
chi ciò non vedea, propuosi anche di dire parole, ne le
quali ciò fosse significato: e dissi allora questo sonétto,
so lo quale narra di lei come la sua vertude adoperava
ne l'altre, si come appare ne la sua divisione.
[Sonetto XVI]
Vede perfettamente ogue salute
chi la mia donna tra le donne vede;
42. piano, agevole, facile; cosi nel Purg., vi, 34: la mia scrit-
tura è piana, e xvm, 85: la ragione aperta e piana.
46. per lei ecc.; era tanta l'onestà e la gentilezza di Beatrice
che ne riceveano onore e lode anche le sue compagne. E un pensiero
che ricorre anche in altri poeti; per es. in Cino (p. 27):
Vedete, donne, bella creatura
che sta tra voi maravigliosamente:
vedeste mai cosi nuova figura
o cosi savia giovine piacente?
Ella per certo l'umana natura
e tutte voi adorna similmente . . .
Quanto si puote a prova l'onorate,
donne gentili, eh' ella voi onora,
e di lei 'n ciascun loco si favella:
e nel Cavalcanti (p. 44):
Le donne che vi fanno compagnia,
assa' mi piaccion per lo vostro amore:
ed i' le prego per lor cortesia,
che qual più puote più vi faccia onore,
ed aggia cara vostra segnoria,
perché di tutte siete la migliore.
50. adoperava; spiega il Card. « come operava, quali effetti pro-
duceva; Purg., xxvii, 131 : Quinci Lete, cosi dall'altro lato Eunoè
si chiama, e non adopra Se quinci e quindi pria non è gustato-».
Il verbo adoperare è cosi usato anche altrove, cap. vm, 22; xxvn, 5.
52. Vede perfettamente ecc- Abbiamo già osservato che il con-
CAPITOLO XXVI 149
quelle, che vanno con lei, són tenute
4 di bella grazia a dio render merzede. 55
E sua beltate è di tanta vertute,
che nulla invidia a l'altre ne procede,
anzi le face andar seco vestute
8 di gentilezza e d'amore e di fede.
La vista sua fa ogni cosa umile, 60
e non fa sola sé parer piacente,
11 ma ciascuna per lei riceve onore.
Ed è ne gli atti suoi tanto gentile,
che nessun la si può 'recare a mente,
14 che non sospiri in dolcezza d'amore. 65
Questo sonetto ha tre parti ; ne la prima dico tra
che gente questa donna più mirabile parea; ne la se-
conda dico si com' era graziosa la sua compagnia ; ne
la terza dico di quelle cose che vertuosamente operava
in altrui. La seconda parte comincia quivi: Quelle, che 70
vanno [v. 3]; la terza quivi: E sua beliate [v. 5].
Questa ultima parte si divide in tre : ne la prima dico
cetto sviluppato in questo sonetto più che- di Dante è proprio della
scuola poetica alla quale egli appartiene ; ma certo egli l'ha espresso
più compiutamente degli altri rimatori, e con più sicura e franca
efficacia di stile e di linguaggio. Il D'Anc. osserva giustamente che
questo sonetto non cede al precedente « per interiore bellezza e per
vaghezza poetica . . .-, ma forse gli nuoce il venir subito dopo quello ».
57. nulla invidia ecc.; della bellezza di Beatrice, tanto è mira-
bile, le altre donne non sentono invidia alcuna, perché, come dice
Cino (p. 136), non dà invidia quel eh' è meraviglia, Lo quale vizio
regna ove è paraggio.
60. La vista ecc., la vista di Beatrice rasserena ogni animo, e
fa apparir belle le altre donne, si che ne sono onorate.
66. tra che gente; come questa donna apparisca più mirabile
quando è in mezzo ad altre donne. Cfr. Purg., xxxi, 82-84.
68. graziosa, feconda di grazia, cagione di favore agli altri. Nel
poema (per es., Purg., vili, 45; xm, 91; Par., ni, 40) Dante usò
per lo più questo aggettivo nel senso di gradito, piacevole, come già
abbiamo visto nel cap. viti, 4.
150 LA VITA NUOVA
quello che operava ne le donne, ciò è per loro mede-
sime; ne la seconda dico quello che operava in loro
75 per altrui ; ne la terza dico come non solamente ne le
donne, ma in tutte le persone, e non solamente la sua
presenza, ma, ricordandosi di lei, mirabilemente ope-
rava. La seconda comincia quivi: La vista sua [v. 9] ;
la terza quivi: Ed è ne gli atti suoi [v. 12].
XXVII
"Appresso ciò, comincia' a pensare uno giorno sopra
quello che detto avea de la mia donna , ciò è in questi
due sonetti precedenti; e veggendo nel mio pensiero
che io non avea detto di quello che al presente tempo
s adoperava in me, pareami difettivamente avere par-
lato; e però propuosi di dire parole, ne le quali io
dicessi come mi parea essere disposto a la sua opera-
zione, e come operava in me la sua vertude. E non
73. per loro medesime, cioè nei loro animi che divenivano gen-
tili, amorosi e fedeli.
74. in loro per altrui, cioè nelle loro persone che agli altri
apparivano belle.
77. ma ricordandosi ecc., ma anche la sola ricordanza di lei.
XXVII. — 2. questi due sonetti', quelli del cap. xxvi , che rap-
presentano gli effetti della presenza di Beatrice rispetto agli uomini
in generale, e alle donne.
5. adoperava; cfr. la nota al cap. xxvi, 50. - difettivamente, in
modo manchevole ; perché Dante uon aveva rappresentato la dispo-
sizione ilei suo animo a subire gli effetti di Beatrice , e né pure gli
effetti stessi rispetto a sé.
6. propuosi ecc. Il Witte annota: « Il poeta voleva esporre nella
canzone come dall' un dei lati la lunga signoria d'Amore l'aveva di-
sposto a ricever degnamente i benefici influssi che procedeano dalla
sua douna, aveva dunque condotto in lui a maggior perfezione la
potenza; dall'altro lato, come quegli influssi virtuosi operavano in
lui, riducevano in atto quella potenza ».
CAPITOLO XXVII 151
credendo potere ciò narrare in brevitade di sonetto,
cominciai allora una canzone, la qual comincia: io
[Stanza]
Si lungi aniente ni 1 ha tenuto Amore,
e costumato a la sua segnoria,
che sf'com'elli m'era forte in pria.
u cosi mi sta soave ora nel core.
Però quando mi tolle si '1 valore, 15
che li spiriti par che fuggan via,
. ali or sente la frale anima mia
9. in brevitade ecc.; nel breve giro di quattordici versi il sonetto
non poteva esser sufficiente ad esprimere tutto ciò che Dante sentiva
nell'animo ; però ricorse alla grande forma della lirica, la canzone.
10. una canzone. Questa unica stanza di una canzone rimasta
interrotta per la morte di Beatrice chiude la seconda serie delle rime
della Vita Nuova, di quelle cioè che h'anno per materia e fine la
loda della donna amata : considerando che in questi versi i due con-
cetti che Dante intendeva di manifestare sono. espressi compiutamente,
si potrebbe credere che in origine costituissero un componimento a
sé, una stanza (per l'uso della quale cfr. la cit. notizia Sfilile forme /yyfc,,/-
metr. (tal., cap. I, § 4), e che l'idea di presentarli come un frammento Jt j^ ■J /e ^ e
di canzone venisse al poeta solo quando volle farli servire come espres- ^ Mi „ fi/. //)
sione del passaggio suo dallo stato di contemplazione a quello del e < ^ y,^^.
dolore per la morte di Beatrice.
11. Si lungiamente ecc. Amore mi ha per tanto tempo tenuto
e abituato al suo dominio, che quanto prima mi era grave, tanto ora
mi è dolce.
15. tolle, toglie; forma amata da Dante, che 1' usò in rima nel-
Vlnf., xxni, 57; Par., vi, 57 e xvn, 33; e anche fuori di rima, per
es. nella canz. Morte, perch'io (p. 122): che 'l colpo tuo mi tolle.
16. che li spiriti ecc. Cfr. cap. xiv, 69:
. . . fere tra' miei spiriti paurosi
e quale ancide e qual pinge di fora;
e cap. xvi, 23:
... Amor m'assale subitanamente <
si che la vita quasi m'abbandona;
ma l'effetto «che là è doloroso e forte, qui è invece motivo di soavis-
sima dolcezza.
152 LA VITA NUOVA
•20
g tanta dolcezza, che '1 viso ne smore.
Poi prende Amore in me tanta vertute,
che fa li spirti miei gire parlando; cj>y<* ^*4- 2, 3-lii'
ed escon for chiamando
y-2- la donna mia, per darmi pili salute.
Quésto m'avvene ovunqu' ella mi vede,
e si è cosa umil, che noi si crede.
XXVIII
fere/»;* - Quomodo sedei sola civitas piena populei facta
<z*tf/~,*^ est quasi vidua domina gentium. lo era nel propo-
li*-*» ii^tC
J^A»«//*7/V^»*,l8. che 'l viso ne smore; cfr. cap. xxi, 12: si che, bassando il
viso tutto ismore.
20. che fa li spirti ecc. Il Card, difendendo la variante: Che fa
li miei sospiri gir parlando, osserva che « la espressione degli af-
fetti e de' pensieri data ai sospiri è imagine . dantesca che vediamo
più volte ripetuta nelle rime*qui innanzi »; ed è vero; ma sarebbe
imagine sproporzionata il dare a codesti sospiri la parola per chiamar
la donna, e d'altra parte l'autorità dei manoscritti che recano la no-
stra lezione è grande, e questo verso è in relazione stretta con quello
d'innanzi: che li spiriti par che fuggan via.
21. chiamando, invocando Beatrice, perché ella mi conforti, o,
come altri intendono, per darmi, ripetendomi il suo nome, conforto
e valore.
23. Questo ni avvene ecc. Questo stato d'animo, descritto nei
versi precedenti, mi è abituale qualunque sia il luogo e il tempo ch'io
la vedo; ed è stato cosi dolce e sereno, da non credersi.
XXVIII. — 1. Quomodo ecc. Cfr. la nota al cap. xxx, 6.
2. Io era nel proponimento ecc. « Barbari coloro, scrive il Balbo
(Vita di D., I, 7), che in questo interrompimento, in questa remini-
scenza della Sacra Scrittura, in quel rassegnato, ma venuto a stento.
Signore della 'giustizia, in quella gentile e che non potè essere im-
maginata rimembranza del nome, di Maria stato frequente in bocca
alla sua donna, non sanno vedere i segni tutti della verità e della
passione. E stretti di cuore e di spirito coloro, a cui, nati e vivuti in
prosa, par falsità tutto ciò che è detto in poesia, la quale non è pure
se non un altro, forse più vero, aspetto delle cose umane; e coloro
i quali misurando ogni altro uomo alla propria misura, non- intendono-
un dolore espresso in un modo diverso dal loro. Che siccome infiniti
CAPITOLO XXVIII 153
nimento ancora di questa canzone, e compiuta n' avea
questa soprascritta stanzia, quando lo signore de la
giustizia chiamò questa gentilissima a gloriare sotto 5
la 'nsegna di quella reina benedetta Maria, lo cui nóme
fue in grandissima reverenzia ne le parole di questa
Beatrice beata. E avvegna che forse piacerebbe a pre-
sente trattare alquanto de la sua partita da noi, non
sono i dolori quaggiù, infinite sono le espressioni vere di esso, se-
condo le età, il sesso, le condizioni, la cultura, od anche la ignoranza
e gli errori di ciascuno. Alle quali tutte all'incontro sapranno com-
patire gli animi gentili: e cosi ripensando alle condizioni dei tempi
di Dante, compatiranno e alla discussione eli 1 ei fa sulla data della
morte di sua donna,, ai 9 Giugno del 1290, e ai numeri che vi trova, *■*/""$■'
e alla lettera latina ch'egli ne scrive sul testo citato di Geremia ai *' J*/^!*
principi della terra ». * jy &
5. chiamò questa gentilissima ecc. Beatrice è nel paradiso dan- i ^ f
tesco gloriosamente trionfante nel terz'ordine di seggi con Rachele; e tu^ w-*<A -
S. Bernardo mostrando a Dante la disposizione della rosa celeste dice,^ ef/^^^. -
Par., xxxii, 4: ■% /***>' <£*^'
La piaga, ohe Maria richiuse ed unse, t^tv^TC- ^**
quella che tanto bella è da' suoi piedi, fia.&.'fZ* ^ "e.
è colei che l'aperse e che la punse. -\ J-~jà '(
Nell'ordine che fanno i terzi sedi _z2t-.-/« '**/
siede Rachel di sotto da costei «" "/ 1/ /tP^fr'fótyf
con Beatrice, si come tu vedi. /*-*> ù^ y**4ju
- gloriare, partecipare alla gloria celeste. «. v y*++ e ~^*-'
6. lo cui nome ecc.; della divozione di Beatrice alla Vergine è^^^^"'*
già indizio il fatto ch'ella frequentasse una chiesa, cap. v, 2, ove °**~ f= ' n ^.
s'udiano parole de la reina de la gloria. n *~ , .
9. trattare alquanto. E a questo punto che si ricongiunge alla (/
Vita nuova la canz. Morte, perch'io non truovo (p. 122), scritta v
poco prima della morte di Beatrice. In èssa il poeta si volge alla
Morte, poiché non trova altri coi quali effondere il suo dolore e perché
essa sola può renderlo felice o infelice, piangendo per quella dolce pace
che perderà se venga a mancar Beatrice (1-15). Non dice quale sia
questa pace, che Morte può rapirgli, perché essa lo deve intendere
pur dall'aspetto doloroso ch'egli ha fatto nel solo timore: che se la
sua donna morisse egli dovrebbe uccidersi (16-30). Morte, uccidendo
Beatrice, scaccerebbe la virtù e la bellezza dal loro albergo, e toglie-
rebbe ad Amore colei che ne è la bella insegna (31-45). Però a lei
154 LA VITA NUOVA
io è lo mio intendimento di trattarne qui per tre ragioni:
la prima che ciò non è del presente proposito, se vo-
lendo guardare nel proemio, che precede questo libello ;
la seconda si è che, posto che fosse del presente pro-
posito , ancora non sarebbe sofficiente la mia lingua
15 a trattare, come si converrebbe, di ciò ; la terza si è
deve increscere de! gran danno che ne seguiterebbe: trattenga quindi
lo strale, raffreni l'ardire, conceda misericordia, che già gli angeli si
dispongono a ricevere in cielo l'anima santa (46-60). Si presenti adun-
que la canzone innanzi alla Morte, umilmente, per ismoverla dal suo
proposito; e se otterrà ciò, ne porti novelle alla. donna e la conforti
si che l'anima gentile resti ancora nel mondo (61-75).
11. la prima ecc.; la l a ragione, per la quale Dante non vuole
trattare della morte di Beatrice, è che ciò non sarebbe conforme al
suo intendimento, dichiarato nel proemio; vale a dire che questo, av-
venimento resta fuori della vita nova, non cronologicamente ma per
la sua natura: infatti nel proemio ha dichiarato di voler scrivere le
parole ch'egli trova sotto la rubrica Incipit vita nova; cfr. la Nat.
sulla V.N.,% 4.
13. la seconda ecc.; la 2 a ragione è che Dante non si sente ab-
bastanza preparato a parlare degnamente di questo fatto, non già
perché il Rappresentare la morte di una donna trascenda le umane
facoltà, ma perché la morte di Beatrice fu tale avvenimento rispetto
all'animo del poeta da non poter esser significato colle parole.
15. la terza ecc.; la 3 a ragione è che trattando della morte di
Beatrice Dante' sarebbe venuto a lodare sé stesso, e ciò secondo egli
dimostra anche nel Conv., i, 2, è in sommo grado riprovevole. Il
punto più oscuro è come mai trattando della morte della sua donna
Dante avrebbe dovuto esser lodatore di sé; molti interpreti, come il
Giul. non si fermano su questa difficoltà, altri come il Torri e il
Frat. la spiegano molto leggermente, altri infine come il Card., il
D'Anc. il Witte confessano di non intendere. Se ci ricordiamo che
Dante sino dalla canz. del cap. xix concepisce Beatrice come 'creatura
celeste e desiderata in cielo dagli angeli stessi, e che nella visione
del cap. xxiu al presentimento della morte di lei fa seguire l'appa-
rizione di donne scapigliate che gli gridano: «solamente tu morirai,
Beatrice no » possiamo intendere com'egli concepisse questa morte
della sua donna, non già come un effetto fisico e di natura terrena,
ma come un ritorno di quell'anima beata ed eletta alla sua naturai
CAPITOLO XXVIII 155
che, posto che fosse l'uno e l' altro, non è convenevole
a me trattare di ciò, per quello che, trattando, conver-
rebbe esser me laudatore di me medesimo,, la qual cosa
è al postutto biasimevole a chi lo fae : e però lascio CO-
sede, il cielo: tant'è vero che anche nella canz., Morte perch'io
non truovo aveva scritto :
Morte , deh ! non tardar mercé, se V hai ;
che mi par già veder lo cielo aprire
e gli angeli di dio quaggiù venire
per volerne portar l'anima santa
di questa, in cui onor lassù si canta.
Ciò posto, s'intende facilmente come Dante, se avesse dichiarato nella
narrazione la natura di questo avvenimento che per gli altri era sem-
plice morte e naturale, sarebbe venuto implicitamente a lodare sé
stesso, in quanto fra tutti gli uomini era stato eletto all'amore di
questa donna mirabile.
19. lascio cotale trattato ad altro chiosatore. Assai probabilmente
Dante ebbe il pensiero all'amico suo Cino da Pistoia, il quale cantò
la morte di Beatrice in una deploratoria, che come documento stret-
tamente connesso alla V. N. mi par da riferire qui. Ecco la canz.
del pistoiese (p. 418):
Avvegna eh' i' aggia più volte per tempo
per voi richiesto pietate et amore
per confortar la vostra greve vita;
e' non è ancor si trapassato il tempo,
che '1 mio sermon non trovi il vostro core
piangendo star con l'anima smarrita
tra sé dicendo: « già sarà in ciel gita,
beata cosa com' chiamava il nome ». ^eafoc*.
Lasso me, quando et come
vedervi potrò io visibilmente,
si che ancor a presente
far i' vi possa di conforto aita ?
Dunque ini udite, poi eh' i' parlo a posta
14 d'Amor, a li sospir ponendo sosta.
Noi proviamo che in questo cieco mondo
ciascun si vive in angosciosa noia,
eh' in ogne avversità ventura '1 tira:
beata l'alma che lassa tal pondo
e va nel ciel dov'è compita gioia!
gioioso il cor for di corrotto e d' ira !
Or dunque di che il-vostro cor sospira,
che rallegrar si dee del suo migliore?
che dio nostro signore
volse di lei, come avea l'angel detto,
fare il cielo perfetto:
156 LA VITA NUOVA
20 tale trattato ad altro chiosatore. Tuttavia, perché molte
per nova cosa ogni santo la mira,
et ella ista davante a la salute,
28 e in ver lei parla d'ogni sua virtute.
I Di che vi stringe il cor pianto ed angoscia
| che dovreste d'amor sovragioire,
che avete in ciel la mente e l'intelletto?
Li spirti vostri trapassar da poscia
per sua virtù nel ciel: tal è il desire,
che Amor lassù li piuge per diletto.
O uomo saggio, dio perché distretto
vi tien cosi l'affannoso pensiero?
per suo onor vi chiero,
che allegramente prendiate conforto,
né abbiate più il cor morto
né figura di morte in vostro aspetto:
però che dio locata 1' ha fra' suoi ,
42 et ella ognora dimora con voi.
Conforto già, conforto l'Amor chiama,
e Pietà priega «. per dio, fate presto »;
or v' inchinate a si dolce preghiera,
spogliatevi di questa veste grama,
da che voi siete per ragion richiesto:
che l'uomo per dolor more e dispera.
i Come vedreste poi la bella ciera,
se vi cogliesse morte in disperanza?
Da si grave pesanza
traete il vostro core ornai, per dio,
che non sia cosi rio
ver l'alma vostra, che ancora ispera
vederla in cielo star ne le sue braccia;
56 adunque speme e confortar vi piaccia.
Mirate nel piacer dove dimora
la vostra donna, eh' é in ciel coronata;
onde la vostra speme è in paradiso
e tutta santa ormai vostra memora, '
contemplando nel ciel dov' è locata
il vostro core, per cui sta diviso,
che pinto tiene in si beato viso :
secondo eh' era quaggiù meraviglia,
cosi lassù somiglia,
e tanto più quanto è mei' conosciuta.
Come fu ricevuta
dà gli angioli con dolce canto e riso
li spirti vostri rapportato l'hanno,
70 che spesse volte quel viaggio l'anno.
Lassù parla di voi con quei beati,
e dice loro: « in mentre che io fui
nel mondo, ricevetti onor da lui,
laudando me ne' suoi detti laudati >;
e priega iddio lor signor verace,
70 che vi conforte si come a voi piace.
I
CAPITOLO XXVIII 157
volte lo numero del nove ha preso luogo tra le parole
dinanzi, onde pare che sia non sanza ragione, e ne la
sua partita cotale numero pare eh' avesse molto luogo,
conviensi di dire quindi alcuna cosa, acciò che pare al
proposito convenirsi. Onde prima dirò come ebbe luogo 25
ne la sua partita, e poi n'assegnerò alcuna ragione,
per che questo numero fue a lei cotanto amico.
XXIX
Io dico che, seconda l'usanza d'Arabia l'anima sua
Il Renier ed altri hanno voluto mettere in dubbio che questa bella can-
zone sia veramente di Cino, e composta per la morte di Beatrice. Ma, •
quanto all'autore, abbiamo in favore del pistoiese la testimonianza di
Dante stesso, De vidg. eloq., 11, 6, e di sei manoscritti provenienti
più o meno direttamente da raccolte di poeti dello stil nuovo; mentre
un solo manoscritto, di origine e composizione non toscana, l'assegna
al Guinizelli (Cfr. Rime dei poeti boi., p. 328, e lo scritto di P. Canal,
Sopra una canz. di Cino da Pisi, negli Atti del r. Istituto veneto,
serie 5 a , voi. III). Che poi la canzone stessa altro non sia che una conso-
latoria per la morte di Beatrice è evidente a chi la legga conside-
rando le parole: ... sarà in del gita beata cosa com' chiamava il
nome dei vv. 7-8, e raffrontandola con le rime della V. N. e special-
mente il v. 7 col cap. xxxi, 46; i vv. 14 e 21 coi capp. xxxi, 74»
xxxm, 35-38 e con tutto il son. del cap. xxxn ; i vv. 15-16 col cap.
xxxi, 58-59; i vv. 23-25 coi capp. xix, 31-44 e xxxi, 52-57; i vv. 26-
28 col cap. xxxi, 46-48; il v. 64 col cap. xxi, 21; in generale poi
la canz. di Cino risponde ai pensieri e sentimenti di Dante nel pe-
riodo del dolore per la morte di Beatrice.
21. lo numero del nove; cfr. la Not. sulla V. N. , § 5.
22. e ne la sua partita ecc., e nella data della sua morte ricorre
molte volte il numero nove.
XXIX. — 1. secondo l'usanza d'Arabia: questa è lezione dei
manoscritti più autorevoli; ma altri testi e tutte le stampe leggono
secondo l'usanza d'Italia, lezione dimostrata falsa dalle parole che
vengono appresso: E secondo l'usanza nostra; perché Dante, che
computava al modo degli italiani, non avrebbe potuto distinguere
la cronografia nostra da quella d'Italia, se si fosse trattato di una
sola. E forse qui non è senza ragione l'aver applicato alla ricerca
_ / - / cl^c*.*<.As /ì m a/ /ì ^jLo ^7^ "^/^Lc
#
158 LA VITA NUOVA /t*-^ -, /<fyf / /Z^i
■ nobilissima si partio ne la prima ora del nono giorno^
del mese; e secondo l'usanza di Siria, ella si partio
nel nono mese de l'anno, però che '1 primo mese è ivi
Tisirin primo, lo quale è a noi Ottobre. E secondo
l'usanza nostra, ella si partio in quello anno de la no-
stra indizione, ciò è de li anni Domini, in cui lo perfetto
numero era compiuto nove volte in quello centinaio,
nel quale in questo mondo ella fue posta: ed ella fue
io de li cristiani del terzodecimo centinaio. Perché questo
dei nove nella data della morte di Beatrice le tre cronografie distinte
d'Arabia, di Siria, d'Italia; acciocché si vedesse come anche questa
ricerca poggiava sull'intervento di un numero perfetto, il tre radice
del nove.
2. ne la prima ora del nono giorno ecc. L'anno arabico secondo
i computi dei cronografi (vedasi G. B. Riccioli, Chronologìae refor-
matae, Bologna, 1669, t. I, pp. 53 e segg., che cita le fonti antiche e
moderne) è di dodici mesi, alternativamente di 30 e 29 giorni, e co-
mincia al 9 settembre; cosi che il nono giorno di un qualunque mese
arabo equivale al decimosettimo di un mese nostro: Beatrice adunque
mori il giorno 17. Se fosse morta il giorno 9 di un qualsiasi mese,
come ammettono tutti, questa ricerca di Dante sarebbe stata oziosa
e vana; ma questa data fu ricavata sempre dalla falsa lezione: se-
condo l'usanza d'Italia.
3. secondo l'usanza di Siria; l'anno siriaco incomincia ali ot-
tobre (cfr. Riccioli, ib. I, 51) cosi che il nono mese di quel computo
corrisponde al nostro Giugno.
5. Tisirin primo, ottobre: veramente Tisrin (siriaco Tesrtn e
Tesri) è il nome di due mesi dell'anno siriaco, che si distinguono
coli' aggiunta -di primo o secondo e rispondono l'uno all'ottobre e
l'altro al novembre.
6. de la nostra indizione, della nostra èra cristiana.
7. in cui lo perfetto numero ecc. Il numero dieci è perfetto,
secondo Dante, Conv., n, 15 « con ciò sia cpsa che dal dieci in su
non si vada se non esso dieci alternando con gli altri nove e con sé
stesso »: e qui dicendo che quel numero nell'anno della morte di
Beatrice ritornava, rispetto al xm secolo, per la nona volta viene ad
indicare chiaramente la data del 1290. Cosi il momento del grande
avvenimento resta determinato alla prima ora del 17 Giugno 1290,
CAPITOLO XXIX 159
numero fosse in tanto amico di lèi, questo potrebbe
essere una ragione, con ciò sia cosa che, secondo To-
lomeo e secondo la cristiana veritade, nove siano li
cieli che si muovono, e secondo comune opinione astro-
loga li detti cieli adoperino qua giuso secondo la loro 15
abitudine insieme ; questo numero fue amico di lei per
dare a intendere, che ne la sua generazione tutti e
nove- li mobili cieli perfettissimamente s'aviano insieme.
Questa è una ragione di ciò ; ma più sottilmente pen-
sando, e secondo la infallibile verità, questo numero 20
cioè del giorno nono arabicamente del nono mese siriaco di un anno
in cui ricorre nove volte il numero perfetto.
11. in tanto, in tal misura, cosi come ho dimostrato; cfr. cap. v, 8.
13. la cristiana veritade; secondo il Dionisi (An. V, 140) e il
Card, sarebbe una verità riconosciuta da tutti, un' opinione generale;
secondo il Witte e il D'Anc. una verità non disforme dai prinripii
della teologia cristiana. - nove siano eco. Conv., n, 3: secondo lui
| Tolomeo] e secondo che si tiene in astrologia e in filosofia, poiché
quelli movimenti furono veduti, sono nove li cieli mobili.
15. secondo la loro abitudine. « Il significato di abitudine in
questo luogo, cosi il Card., è dichiarato da un passo del Varchi (Le-
sioni): Si apprenda la cognizione delle abitudini e proporzioni
che ha una cosa con l'altra; e di Galileo (Sist): Trasportate pure
la terra dove vi piace, che voi giammai non cangerete abitudine
né ai poli né ai cerchi né ad altra cosa terrena. Quanto alla dot-
trina astrologica, anche nel Purg., xxx, 109, fa da Beatrice ricordare,
quanto alle buone disposizioni di sé stesso, Yovra delle ruote magne,
Che drizzati ciascun seme ad alcun fine, Secondo che le stelle son
compagne: e, se il soggetto della Ball. Io mi son pargoletta (p. 156) '
fosse Beatrice, ella direbbe di sé: Ciascuna stella negli occhi mi
piove Della sua luce e della sua virtule ».
18. s' aviano insieme. Erano, spiega il Witte, nella posizione
più favorevole, di modo che ognuno di questi cieli poteva far agire
i benefici suoi influssi in perfetta armonia cogli altri-. Cfr. Par., xm, 79:
.... se il caldo amor la chiara vista
della prima virtù dispone e segna
tutta la pert'ezion quivi s' acquista. . '
20. la infallibile verità è la verità teologica, secondo la quale
la perfezione è rappresentata dalla trinità.
160 LA VITA NUOVA
fue ella medesima; per similitudine dico, e ciò intendo
cosi. Lo numero del tre è la radice del nove, però che
senza numero altro alcuno, per sé medesimo fa nove,
si come vedemo manifestamente che tre via tre fa nove.
25 Dunque se '1 tre è fattore per sé medesimo del nove,
e così il fattore de' miracoli è tre, ciò è Padre e Fi-
gliuolo e Spirito santo, li quali sono tre ed uno, que-
sta donna fue accompagnata da questo numero del nove
a dare ad intendere, ch'ella era un nove, ciò è uno
30 miracolo, la cui radice, ciò è del miracolo, è solamente
tq&xk «A K ^ a mirabile Trinitade. Forse ancora per più sottile per-
t»"yif ic -\ sona si vedrebbe in ciò più sottile ragione; ma questa
*** fri- ttyU nfe II
r *i£* | è quella ch'io ne veggio, e che più mi piace.
XXX
Poi che fue partita da questo secolo, rimase tutta
la sopradetta cittade quasi vedova e dispogliata da
ogni dignitade; onde io, ancora lagrimando in questa
27. li quali sono tre ed uno; cfr. Par., xm, 55:
.... quella viva luce, che si mea
dal suo lucente, che non si disuna
da lui, né dall'amor che in lor s' intrea,
Per sua bontate il suo raggiare aduna,
quasi specchiato, in nove sussistenze,
eternalmente rimanendosi una ;
e xxv, 139:
E credo in tre Persone eterne; e queste
> credo una essenzia si una e si trina,
che sofferà congiunto sono ed este.
30. miracolo; cfr. la nota al cap. xxi, 21.
XXX. — 1. secolo, la vita transitoria in corrispondenza all'eterna:
cfr. cap. li, 9.
2. la sopradetta cittade, Firenze, che Dante non ha propriamente
nominata;rnainlesedi accennarlacollacitazione biblica del cap. xxviu,!.
3. da ogni dignitade, d'ogni prerogativa onorevole avendo per-
duto Beatrice, vivente miracolo; cfr. Par., vii, 85:
Vostra natura, quando peccò tota
nel seme suo, da queste dignìtadi,
come di Paradiso, fu remota.
CAPITOLO XXX 161
desolata cittade, scrissi a li principi de la terra al-
4. scrissi a li principi de la terra. Osserva il Card.: «Ai prin-
cipali personaggi della città, interpretrano il Fraticelli e i commen-
tatori tutti. E bene : terra per città è comune nella lingua di Dante
e del trecento: Inf., v, 97: Siede la terra dove nata fui Su la ma-
rina ... (Ravenna); e xvi, 58, Dante dice a Guidoguerra, al Rusti-
cucci e all'Aldobrandi : Di vostra terra fui; e xxm, 105:' Frati
godenti fummo e bolognesi, Io Catalano e costui Loteringo Nomati
e da tua terra (Firenze) insieme presi ecc. I cronisti poi 1' han di
continuo. Fino il Tasso, xxiv, 50: Goffredo alloggia nella terra
(Gerusalemme) e vuole Rinnovar poi l'assalto al nuovo sole. Nota
e citazioni che sarebbero inutili, se Cesare Cantù anche ultimamente
ricompilando nella St. della leu. ital. quel che in più luoghi delle
opere sue ha scritto di Dante , non seguitasse a credere che la epi-
stola menzionata in questo paragrafo della V. N. fosse indiretta ai
principi del mondo; se cosi non tenesse anche Niccolò Tommaseo
nei discorsi che precedono al Commento della D. C; e se in fine
G. Rossetti, citato dal Witte, intendendo alla stessa guisa terra per
mondo non ne deducesse, sempre in ordine a quel sistema di allegorie
politiche ch'egli scorge in tutti gli scritti di Dante, trattarsi qui della
Epistola latina che Dante indirizzò nel 1314 ai cardinali ragunati in
conclave a Carpentras, che a punto incomincia con la esclamazione
di Geremia: Quomodo sedet sola civitas. » Se non che osserva giu-
stamente il Gaspary che, pur essendo frequente l'uso dantesco di terra
per città (e agli esempi recati dal Card, si possono aggiungere questi
altri: genericamente, Inf, xxxi, 21; della città di Dite, Inf, vm, 77,
130; ix, 104; x, 2; di Firenze, Inf, xvi, 9; di Mantova, Inf., xx, 98,
e Purg., vi, 75, 80; di Lucca, Inf. xxi, 40; di Forlì, Inf, xxvn, 43;
di Rimini, Inf, xxviii, 86; di Marsiglia, Par., ix, 92), sembra strano
come Dante dopo le parole ancora lagrimando in questa desolata
cittade, non avesse detto più semplicemente: scrissi a li principi di
essa, ove avesse voluto riferirsi proprio ai principali della città; ed
osserva ancora che l'idea di un compianto in forma di epistola indi-
rizzata ai principi del mondo, ma non mandata, non esce dalle tra-
dizioni e dalle abitudini delle scuole medioevali di grammatica: e
Dante stesso ce ne dà altri esempì rivolgendosi colle sue rime ai
fedeli d'Amore, alle donne, ai pellegrini. Accetto interamente la spie-
gazione del Gaspary, e mi pare che una forte riprova di essa sia nel
fatto che questa epistola deploratoria era tutta in latino; che volgen-
dosi ai suoi concittadini Dante non avrebbe avuto alcuna ragione di
lasciare il comune volgare.
Dante — La Vita Duova. 11
162 LA VITA NUOVA
5 quanto de la sua condizione, pigliando quello comin-
ciamento di Geremia profeta che dice : Quomodo sedet
sola. E questo dico , acciò che altri non si maravigli,
perché io l'abbia allegato di sopra, quasi come entrata
de la nova materia che appresso viene. E se alcuno
io volesse me riprendere di ciò ch'io non iscrivo qui le
parole che seguitano a quelle allegate, scusomene, però
che lo 'ntendimento- mio non fue dal principio di scri-
vere altro che per volgare : onde , con ciò sia cosa che
le parole, che seguitano a quelle che sono allegate, siano
15 tutte latine, sarebbe fuori del mio intendimento se le
U scrivessi; e simile intenzione so ch'ebbe questo mio p'ri-
; mo amico, a cui io ciò scrivo, ciò è ch'io li scrivessi
Il 'solamente in volgare.
5. de la sua condizione: intenderei della condizione della terra,
poiché è stata privata di Beatrice; cfr. i versi della canz. Morte per-
di' io non truovo ( p. 124 ) :
E s' egli avvien che per te sia rimosso
lo suo mortai voler, fa che ne porte
novelle a nostra donna, e la conforte ;
si eh' ancor faccia al mondo di sé dono
quest'anima gentile di cui io sono,
6. Quomodo sedet ecc. È il principio del libro delle lamentazioni
di Geremia, cap. i, 1.
9. nova materia, dopo la loda di Beatrice, è il dolore per la sua
morte, e occupa i capp. xxvm-xxxiv.
14. le parole, che seguitano ecc.; tutta l'epistola ai principi, e
non solamente la citazione dell'esordio, era adunque in latino.
16. questo mio primo amico ecc., G. Cavalcanti, al quale io mando
il presente librétto. Che la V. N. fosse dall'Alighieri inviata o dedi-
cata al suo amico vivente, non può esser dubbio per chi consideri
queste parole; ma non mi pare egualmente certo che il son. del Ca-
valcanti (p. 59) Tvegno il giorno a te 'nfinite volte sia, come so-
stiene il D'Ovidio, la ricevuta o il ringraziamento per quella dedica.
L'equivoco è derivato dall' aver male inteso questi versi del sonetto
stesso:
di me parlavi si coralemente
che tutte le tue rime avea ricolte,
CAPITOLO XXXI 163
XXXI
Poi che li miei occhi ebbero per alquanto lagrimato
un tempo, e' tanto affaticati erano che non poteano disfo-
gare la mia trestizia, onde pensai di volere sfogarla con
alquante parole dolorose; e però propuosi di fare una
canzone, ne la quale piangendo ragionassi di lei, per 5
cui tanto dolore era fatto distruggitore de la mia anima;
e cominciai allora una canzone, la qual comincia : Li
occhi dolenti per pietà del core. Ed acciò che questa
canzone paia rimanere più vedova dopo lo suo fine, la
«he significano; « tu parlavi di me cosi affettuosamente, che io ti ri-
cambiava leggendo, considerando, ricogliendo ogni manifestazione
del tuo animo, tutte le tue poesie »; né diversamente si può intendere
tenendo la variante di un codice: che tutte le tue rime avei [=ave' i']
ricolte. Se poi Yavei di questo codice fosse, come vogliono alcuni,
una forma fiorentina invece di avevi, se insomma le due azioni del
•parlare e del ricogliere fossero riferite a Dante, che modo non pur
di esprimersi ma di pensare sarebbe mai quello del Cavalcanti? Il
dire ad un amico: « tu parlavi di me cosi affettuosamente, che avevi
raccolte tutte le tue rime » mi pare discorso cosi slegato e sconclu-
sionato da non poter seriamente attribuirsi a quel buon loico ed ot-
timo filosofo che fu il primo amico di Dante. E finalmente si po-
trebbe aggiungere che nella V. N. non sono tutte le rime del giovine
Alighieri, ma solo una parte, anzi una parte assai esigua, di quelle
scritte per Beatrice.
XXXI. — 1-4. Le parole colle quali il poeta descrive lo stato
di animo in cui compose la canzone non sono altro che una dichia-
razione abbreviata dei primi sei versi di essa.
9. più vedova, privata di ciò che le appartiene. « Notisi, scrive
il D'Anc, questo accorgimento puramente esteriore e formale, il
quale ci porge nuova prova che l'intelletto di Dante era capace cosi
delle massime come delle minime cose, a tutte attribuendo valore e
tutte facendole cospirare in armonia al conseguimento de' suoi fini. E
«io è nuova prova anche della' stretta unità che formano insieme in
questo libro dantesco, la narrazione in prosa, le rime e le divisioni ».
- lo suo fine: nei più antichi scrittori troviamo già fatta la distin-
zione, quanto al significato di questa voce, secondo che è maschile o
164 LA VITA NUOVA
io dividerò prima che io la scriva: e cotale modo terrò
da qui innanzi. Io dico che questa cattivella canzone
ha tre parti: la prima è proemio; ne la seconda ra-
giono di lei; ne la terza parlo a la canzone pietosa-
mente. La seconda parte comincia quivi : Ila n' è Bea-
15 trice [v. 15] ; la terza quivi : Pietosa mia canzone
[v. 71]. La prima parte si divide in tre : ne la prima
dico perché io mi muovo a dire; ne la seconda dico,
*a cu' io voglio dire; ne la terza dico, di cui io voglio
dire. La seconda comincia quivi : E perché mi ricorda
20 [v. 7] ; la terza quivi: E dicerò [v. 12]. Poscia quando
dico : Ita n'è Beatrice, ragiono di lei, e intorno a ciò foe
due parti. Prima dico la cagione per che tolta ne fue; ap-
presso dico come altri si piange de la sua partita, e co-
mincia questa parte quivi: Parti si de la sua [v. 29].
25 Questa parte si divide in tre : ne la prima dico chi non
la piange ; ne la seconda dico chi la piange ; ne la terza
dico de la mia condizione. La seconda comincia quivi :
Ma ven tr estizia e voglia [v. 38] ; la terza quivi: Dan-
nomi angoscia li sospiri miei [v. 43]. Poscia quando
femminile; e a quest'ultima si dà specialmente il senso di termine
(p. es. B. Latini, Tesoret., xi, 197). Ma Dante, che pur in questo senso
usò nel cap. xxm, 90 la forma femminile, nel poema usa sempre,
come qui, la maschile (cfr. Inf., xiv, 4; xvn, 6; xxv, 1; Purg., iv,
94; xxix, 2; Par., xxv, 97 ecco-
lo, terrò da qui innanzi. Infatti nel séguito del libro la divi-
sione, quando c'è (capp. xxxn, xxxm, xxxiv, xxxvn, xxxvm, xli),
precede sempre la relativa poesia; e quando Dante ritiene inutile la
divisione lo dice prima di recare i versi (capp. xxxv, xxxvr, xxxix, xl).
11. cattivella, dolorosa, o, come la chiama nel congedo, pietosa:
nel Cavalcanti (p. 48) la morte è detta rimedio de' cattivi, cioè degli
addolorati.
13. pietosamente, in modo da muover pietà; cfr. Purg., xx, 18:
Pietosamente piangere e lagnarsi.
CAPITOLO XXXI 165
dico: Pietosa mia canzone, parlo a questa canzone 30
designandole a quali donne se ne vada, e steasi con loro.
[Canzone III] A^AUfÓE^ff.
Li occhi dolenti per pietà del core
hanno di lagrimar sofferta pena,
si che per vinti son remasi ornai.
Ora, s'i' voglio sfogar lo dolore, 35
> 5~ che a poco a poco a la morte mi mena,
y^^^^^ 7 ^-^^" _con^iemmi parlar traendo guai.
E perché mi ricorda che io parlai
de la mia donna, mentre che vi via,
donne gentili, volontier con vui, 4C>
/o non voi' parlare altrui,
se no a core gentil che in donna sia;
e dicerò di lei piangendo, pui
che si n' è gita in ciel subitamente,
14 e ha lasciato Amor meco dolente. 45
32. IA occhi ecc. I miei occhi, partecipando al dolore dell'animo,
hanno sofferto pena a cagione del lagrimare, si che sono rimasti come
vinti, affaticati dal piangere.
37. convienimi ecc., non potendo più piangere, manifesterò lo
stato dell'animo mio prorompendo in angosciosi lamenti. - traendo
guai; riguardo a questa locuzione cfr. la nota al cap. xxm, 143.
38. E perché ecc. Alle donne gentili si era rivolto Dante par-
lando di Beatrice vivente, perché non era cosa da parlarne altrui,
nella canzone I, nei son. xi e xn della V. N.; nella canz. W m 'in-
cresce (p. 102), e nei sonetti, Voi donne che pietoso (p. 108) e Onde
venite (p. 109): cfr. la nota al cap. xix, 30, e la Not. sulla V.N., § 6.
43. dicerò. Dante usa frequentemente questa forma del futuro da
dicere: abbiamo già trovato nel cap. xxm, 124: dicerollo; e spessis-
simo poi nel poema, per es., Purg., xxvm, 88; Par., xxvm, 62 ecc.
44. subitamente, improvvisamente; come ai capp. ni, 45; ix, 29;
agli esempì arrecati nel primo di questi due luoghi si aggiungano i
seguenti: Inf., x, 28: Subitamente questo suono uscio; Purg., i, 135:
si rinacque subitamente; xxvm, 37: si coni egli appare Subitamente
cosa, che disvia; Arriguccio (Riv. di fil. rom., I, 87): Apparvemi
Amor subitamente.
166 LA VITA NUOVA
t /f Ita n'è Beatrice 'n l'alto cielo,
~* nel reame ove li angeli hanno pace,
e sta con loro; e voi, donne, ha lassate:
no la ci tolse qualità di gelo
50 né di calore, come l'altre face,
£<, ma solo fue sua gran benignitate ;
che luce de la sua umilitate
passò li cieli con tanta, vertute,
che fé' maravigliar l' eterno Sire,
46. Ita n' é, ecc. Beatrice non è morta, ma salita alla sua sede T
al cielo. Cosi nel Conv., n, 2, Dante dice: quella Beatrice beata che
vive in cielo cogli angioli e in terra colla mia anima. Il verso di
Dante ricorda questo di Giacomino pugliese (Val. I, 230): Or n'è gita
madonna in paradiso; e se ne ricordò forse il Petrarca (canz. Amor
se vuo', 107): Quella, che fu mia donna, al cielo è gita.
47. nel reame ecc.; il Paradiso, nel concetto cristiano, è il regno
di una pace serena e infinita; cosi che Beatrice a proposito del Pa-
radiso terrestre dirà a Dante, Purg., xxviu, 91:
Lo sommo Bene, che solo a sé piace,
fece Tuoni buono; e '1 ben di questo loco
diede per arra a lui d'eterna pace;
e gli eletti chiamano spesso pace la loro felicità: cosi Piccarda Do-
nati (Par., ih, 85): In la sua volontade |di Dio] è nostra pace;
S. Tommaso (Par., x, 128) di Boezio: da martiro E da esigilo venne
a questa pace; Cacciaguida (Par., xvi, 148): Evenni dal martirio
a questa pace; e Dante stesso, ammirando l'empireo (Par., xxx T
100):
Lume è lassù, che visibile face
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.
49. no la ci tolse ecc. Vuol dire che la cagione della morte di
Beatrice non fu un fatto fisico, il venir meno cioè del calore naturale,,
che porta con sé il gelo della morte. - qualità; della pioggia infer-
nale dice Dante, Inf., vi, 9: regola o qualità mai non l'è nova.
51. benignitate, propriamente la bontà larga di sé, quasi libe-
ralità; come nel Par., xxxm, 16, nella preghiera alla Vergine:
La tua benignità non pur soccorre
a chi dimanda, ma molte fiate
liberamente al dimandar precorre.
52. che luce de la sua ecc. Tutto il passo è spiegato dal luogo
parallelo della canz. del cap. xxxm, 41-47.
54. l'eterno Sire, Dio; cfr. cap. xix, 32.
CAPITOLO XXXI 167
si che dolce disire • 55
zf lo giunse di chiamar tanta salute;
~* e fèlla di qua giù a sé venire,
perché vedea ch'està vita noiosa
28 non era degna di si gentil cosa.
Parti si de la sua bella persona eo
j,© piena di grazia l'anima gentile,
ed è si gloriosa in loco degno.
Chi no la piange, quando ne ragiona,
core ha di pietra si malvagio e vile,
ch'entrar no li può spirito benegno. 65
>/" No è di cor villan si alto ingegno,
che possa imaginar di lei alquanto,
e però no gli ven di pianger doglia:
56. lo giunse, lo prese; cosi neWlnf. , xxx, 39: foggiami errore
e giugneami paura.
58. està vita noiosa; il mondo degli uomini non era degna sede
di una creatura cosi gentile. Cosi anche il Petrarca (Canz., Che debbo
io far, 20):
Ahi orbo mondo ingrato !
né degno eri , mentr' ella
visse quaggiù, d' aver sua conoscenza,
né d'esser tócco da' suoi santi piedi.
60. de la sua bella persona, dal suo bel corpo; cosi dice anche
Francesca da Rimini, Inf., v, 101, del proprio: la bella persona Che
mi fu tolta, e spesso Dante del suo, Inf., xxi, 97; Purg., ii, 110;
xii, 8; xiv, 19.
61. piena di grazia; può riferirsi tanto a persona, quanto al-
Vanima; meglio forse a questa.
65. ch'entrar ecc. A questo verso il D'Anc. richiama quel del-
l' Inf, xiii, 36: Non hai tu spirto di pietade alcuno?
66. No è di cor villan ecc. Il Giul. spiega: « un cuore villano
(incapace d'amore) non potrebbe avere tanto ingegno da imaginare
(vederlo nel pensiero) quale si fu quella mirabile donna, né potrebbe
quindi pregiarla debitamente e piangerla. Solo ai cuori gentili, fatti
all'amore, è dato di giungere col pensiero a tanta bellezza e sospi-
rarla ».
68. e però no ecc. Le stampe e alcuni codici leggono voglia in
questo verso, e doglia nel seguente; e il Rajna osserva che « chi
faccia bene attenzione a quella specie di crescendo nei sentimenti
che qui viene espresso, e noti come più sotto si rappresenti persona
168 LA VITA NUOVA
ma ven trestizia e voglia
di sospirare e di morir di pianto,
z^ e d'ogne consolar l'anima spoglia
chi vede nel penserò alcuna volta
42 quale ella fue, e com' ella n' è tolta.
Dànhomi angoscia li sospiri forte,
75 quando '1 penserò ne la mente grave
mi reca quella che m' ha '1 cor diviso :
e spesse fiate pensando a la morte,
?
che piange realmente, e non soltanto inclinata al pianto, si manterrà,
crediamo, con noi fedele alla lezione volgata ». Ho mantenuto invece
la lezione dei due manoscritti più antichi, anche per la considerazione
che qui non abbiamo un progressivo sviluppo d'affetti, o un crescendo
come dice il Rajna, ma un' opposizione tra due pensieri affatto dif-
ferenti: i cuori villani, non avendo ingegno bastevole a intender la
divinità di Beatrice, non provano il dolore del piangerla {di pianger
doglia); i cuori gentili, intendendo quella divinità, provano dolore
(trestizia) e desiderio di effonderlo coi sospiri e col pianto (voglia
di sospirar ecc.).
71. e d'ogne ecc., e d'ogni conforto priva il suo animo ecc. -
spoglia, priva; con imagine che piacque a Dante d'usare anche nel
Par., xxxi, 26: del passare innanzi Dovessiti cosi spogliar la spene.
72. chi vede ecc. È una costruzione un po' strana, sebbene non
senza esempì antichi: rispetto al verbo spoglia il chi è in funzione
di soggetto, ma insieme è anche un complemento indiretto in forma
ellittica, dipendente dal verbo ven. Del resto la difficoltà di questa
costruzione si può togliere ammettendo la variante data da più testi
al v. 69 : ma n ha.
74. Dannomi angoscia ecc. Il Witte osserva: « Il poeta distingue
la pura rimembranza di Beatrice che lo fa divenir pallido come per-
sona morta, e lo immergersi del suo pensiero nella imagine di lei
appresso il quale egli trema nel suo dolore ed evita l'incontro degli
uomini. Allora gli ritorna in mente come quella orribil cosa potrebbe
essere non avvenuta, e grida chiamando: Sei tu veramente morta?
e, com'egli dice, crede udir la risposta come d'uno spirito presente:
e gli ritorna, addolcitrice, la beatitudine del dolore ». - forte, forte-
mente, con violenza; ed è riferito all'azione dei sospiri.
75. quando ecc., il pensiero reca nella mia memoria il fatto che
mi ha spezzato il cuore, la morte di Beatrice; essendo il pron. quella
riferito non a Beatrice, ma alla morte indicata per via di perifrasi
CAPITOLO XXXI 169
vienimene un disio tanto soave,
che mi tramuta lo core nel viso.
Quando lo imaginar mi tien ben fiso, 80
r giungerai tanta pena d'ogni parte,
ch'io mi riscuoto per dolor ch'i' "sento;
e si fatto divento,
che da le genti vergogna mi parte.
Poscia piangendo, sol nel mio lamento 83
fj chiamo Beatrice ; e dico : « Or se' tu morta ? »
56 e mentre che la chiamo, me conforta.
come colei che gli ha diviso il core. Una simile imagine della morte
è anche nel Cavalcanti (p. 51) :
...... chi gran pena sente
guardi costui e vedrà lo su' core
che morte '1 porta 'n man tagliato in croce.
78. vienimene un disio ecc. Abbiamo già visto come questo se-
reno e tranquillo desiderio della morte, che non ha nulla della pas-
sione disperata dei poeti moderni, sia frequentemente espresso da
Dante (cfr. la nota al cap. xxm, 52, e anche i capp. xxm, 167-175 e
xxxiii, 31-34). Ora è da notare che questo sentimento è proprio di
tutti i poeti dello stil nuovo; del Cavalcanti abbiamo ricordato spesso
il son. Morte gentil, rimedio de' cattivi, che è tutto pieno del desi-
derio d' un'altra vita; Cino da Pistoia, pur l'espresse in un son., nel
quale sono questi versi (p. 118):
parto di morir contento,
chiamando per soverchio di dolore
Morte, si come mi fosse lontana,
et ella mi risponde nello core.
Allotta eh' odo eh' è si prossimana,
lo spirito accomando al mio signore,
poi dico a lei : « tu mi par dolce e piana ».
E Dino Frescohaldi .(Val. II, 507):
Se ascolterete nel vostro diletto
voi udirete ; che sentir mi pare
una voce chiamare,
che parla con pietà, vinta e tremando.
E viene a voi per pace di colui,
che la morte aspettando
vede la fine dei martiri sui.
79. che mi tramuta ecc., che il desiderio della morte mi si di-
segna nel pallore del volto.
87. e mentre ecc., e l'invocarla mi consola.
170 LA VITA NUOVA
Pianger di doglia e sospirar d'angoscia
mi strugge '1 core ovunque sol mi trovo,
90 si che ne -'ricrescerebbe a chi '1 vedesse :
(o e quale è stata la mia vita, poscia
che la ■ mia donna andò nel secol novo,
lingua no è che dicer lo sapesse :
e però, donne mie, pur ch'io volesse,
95 non vi sapre' io dir ben quel ch'io sono;
ój si mi fa travagliar l'acerba vita;
la quale è si 'nvilita,
C-fr, " ' * . che ogn'om par che mi dica: « Io t'abbandono »,
f/^J' / ^ veggiendo la mia labbia tramortita.
100 Ma qual ch'io sia, la mia donna il si vede,
6 A %ryr~*^*-/ 70 ed io ne spero ancor da lei merzede.
Km ' e- /T^/^' Pietosa mia canzone, or va piangendo;
/ ' yy, e ritruova le donne e le donzelle,
C ■ /?*■ a cui le tue sorelle
90. a chi 'l vedesse; a chi vedesse il mio cuore cosi distrutto.
Il nostro e altri codici leggono: a chi m' audisse, che se non fosse
la difficoltà della rima imperfetta (e audesse da audire non si può
ammettere) sarebbe certo lezione migliore.
92. nel secol novo; nella vita eterna: cfr. la nota al cap. n, 9.
93. lingua non è ecc. Giacomo da Lentini (Val. I, 250): Core noi
genseria né diria lingua.
94. pur ch'io; esprime il rapporto semplice di condizione; cosi
neh' In f., xxx, 50: pur ch'egli avesse avuto.
99. labbia;^dr. la nota al cap. xxvi, 39.
103. le donne e le donzelle ecc., alle quali le altre canzoni, co-
me quella Donne ch'avete (cap. xix), solevano essere apportatrici di
gioia.
104. le tue sorelle, le altre canzoni intorno a Beatrice. Nel son.
Parole mie (p. 154):
.... gite attorno in abito dolente
a guisa delle vostre antiche suore ;
e nel Conv. in, 9, rendendo ragione d'aver chiamato sorella una bal-
lata, scrive: « Per similitudine dico sorella; che siccome sorella è
detta quella femmina, che da uno medesimo generante è generata;
cosi puote l'uomo dire sorella quell'opera, che da uno medesimo ope-
rante è operata, che la nostra operazione in alcun modo è genera-
CAPITOLO XXXII 171
erano usate di portar letizia; 105
e tu, che se' figliuola di trestizia,
-jfr vatten disconsolata a star con elle.
XXXII
Poi che detta fue questa canzone, si venne a me
uno, lo quale, secondo li gradi de l'amistade, è amico
zione ». Anche il Petrarca, nella 2 a canz. degli occhi {Gentil mia
donna, 76):
Canzon, l'una sorella é poco innanzi
e l'altra sento in quel medesmo albergo
apparecchiarsi ecc.
E F. degli Uberti {Rime, p. 46):
Canzon, quando sarai nel dolce loco
dove tu vai, farai che si t'avanzi,
ch'entri dinanzi a ogni tua sorella;
e ancora {ib., p. 68), pur volgendosi alla canzone:
Poi t'ammonisco che non ti diletti,
com' hanno fatto le sorelle tue
nelle bellezze sue ecc.
107. vatten ecc. In alcuni testi della V. N. (p. es. nella edizione
del Sermartelli, del 1576) e del canzonière dantesco (p. es. nel cod.
magliabechiano, descritto dal Bartoli, Imss. italiani della bib. naz. v
I, 348) si trovano aggiunti in fine al congedo i seguenti versi :
Di': « Beatrice più che l'altre belle {'/ .- v ''"
n' é ita a pie d' iddio immantenente , - ■/;-
e ha lasciato Amor meco dolente ». />aA/
Il Torri osservando che il 2° è molto simile al v. 13 della canz., e
il 3° è identico al v. 14, considerò questi tre versi come un'arbitraria
aggiunta di qualche copista.
XXXII. — 2. uno, lo quale ecc. Il Frat., il Giul. e altri inter-
preti, richiamandosi alle parole del seguente cap. xxxiu, 18: « E cosi
appare cha in questa canzone si lamentano due persone, l'una de le /■£■
quali si lamenta come fratello », intendono che a pregar Dante di
scrivere una poesia per la morte di una donna, andasse un fratello
di Beatrice. E il d'Anc. raccoglie brevemente le notizie dei Portinari
cosi: « Dal testamento di messer Folco, scritto nell'anno 1287, 15
ab intrante mensi Januario (nel Richa, Chiese fiorent., Vili, 32)
si rileva che in cotesto anno erano già maggiori Manetto e Ricovero,
e perciò essi venivano istituiti tutori dei tre minori fratelli Pigello,
172 LA VITA NUOVA
a me immediatamente dopo lo primo : e questi fu tanto
distretto di sanguinitade con questa gloriosa, che nullo
più presso l'era. E poi che fue meco a ragionare, mi
pregò eh' io li dovessi dire alcuna cosa per una donna
che s'era morta; e simulava sue parole, acciò che pa-
Gherardo e Iacopo. Ma nel 1290 o al principio del '91, poteva già
esser maggiore anche il primo di questi ultimi; del quale sappiamo
(ved. Villani, vili, 41, e Pucci, Centil., xxxvi) che fu poi morto di
veleno nel 1300 da ser Neri degli Abati, soprastante delle carceri,
ove egli si trovava con altri come appartenente alla fazioue nera. Ma
più probabilmente l'amico di Dante fu o Manetto o Ricovero, che
dovevano essere nel 1290 o '91 di età pari a quella del poeta. Mico-
verus filius qitond. Folcili Portìnari si trova sottoscritto come Ca-
merarius Camere Communis Florentie in un atto del 16 dee. 1299,
pubblicato dal Padre Ildefonso nelle Delizie degli eruditi, X, 129 ».
Il Renier trova sconveniente che un fratello di Beatrice andasse a
chieder versi a Dante, ridicolo che li domandasse intendendo di averli
per la sorella e allegasse invece il nome di altra donna morta, inve-
rosimile che l'Alighieri si degnasse di chiamare quel fratello della sua
donna « amico ... immediatamente dopo lo primo »: ma nel primo
fatto non è sconvenienza alcuna, data l'intimità tra il poeta e colui
che domandava i versi; nel secondo è da riconoscere un riguardo
delicatissimo, quale specialmente un fratello di Beatrice doveva usare
verso l'innamorato poeta cantore di lei; e finalmente non s'intende
perché debba essere inverosimile un'amicizia strettissima fra' due gio-
vani concittadini, tanto più se si trattasse di Manetto Portinari, col
quale, secondo alcuni (cfr. Ercole, op., cit., p. 145), anche il Cavalcanti,
« primo amico » di Dante , avrebbe avuto commercio di rime. Pare
quindi più naturale che si tratti qui di una persona vera e propria,
di un reale fratello di Beatrice; fosse poi Manetto o Ricovero o un
altro, non abbiamo elementi per determinarlo: cfr. anche la nota
al cap. xxxm, 18.
3. lo primo, G. Cavalcanti.
4. distretto di sanguinitade, congiunto, unito di parentela natu-
rale, non contratta, cosi che nullo più presso l'era; nessuno, essendo
già morto il padre di Beatrice, era cosi stretto parente a lei come
un fratello.
6. dire alcuna cosa, comporre qualche poesia; cfr. cap. vm, 12:
le parole che io ne dissi ecc.
CAPITOLO XXXII 173
resse che dicesse d'un' altra, la quale morta era certa-
mente: onde io accorgendomi che questi dicea sola-
mente per questa benedetta, sì li dissi di fare ciò che i*
mi domandava lo suo prego. Onde poi pensando a ciò,
propuosi di fare uno sonetto , nel quale mi lamentassi
alquanto, e di darlo a questo mio amico, acciò che pa-
resse, che per lui l'avessi fatto ; e dissi allora questo
sonetto: Yenite a 'ntender li sospiri miei, lo quale ^
ha due parti: ne la prima chiamo li fedeli d'Amore
che m'intendano; ne la seconda narro de la mia mi-
sera condizione. La seconda comincia quivi: Li quai
disconsolati [v. 3].
[Sonetto XVII]
Venite a 'ntender li sospiri miei, 20
8. certamente, realmente, davvero (come nel Purg., xxxm, 40);
ed esprime solo la verità dell'avvenimento, volendo Dante significare
che la morte della donna per la quale l'amico chiedeva versi era un
fatto reale, mentre era simulato il fine della domanda. L'idea di un'an-
titesi, che altri trova espressa da questo avverbio, quasi Dante avesse
voluto dire che la donna era morta davvero e Beatrice era morta
solo nella sua mente, è un paradosso. Del resto, molti altri testi leg-
gono cortamente, che vorrebbe dire di corto, di recente : ma è parola
della quale sono rari gli esempì nella prosa antica.
10. per questa benedetta, Beatrice, già gloriosa nel cielo.
12. mi lamentassi alquanto, sponessi qualche lamento. Troppo
sottile parmi l'osservazione del Witte: « In questo son. l'autore non
si lamenta che alquanto , acciocché paresse che non per sé stesso»
ma per Manetto l'avesse fatto ».
14. questo sonetto. È pieno di sentimento, perché nell'intimità
del suo animo intendeva Dante di scrivere questi versi per Beatrice;
sebbene alcune durezze e incertezze dell'espressione lascino intrave-
dere che procedettero da un motivo esteriore, non da proprio e spon-
taneo commovimento di animo del poeta.
16. li fedeli d'Amore, gli animi gentili, che sono, secondo la
teoria dantesca, i soli capaci d'Amore; cfr. cap. in, 36.
20. Venite a 'ntender ecc. animi gentili, venite, poiché lo con-
/
174 LA VITA NUOVA
/ -v /oi cor gentili, che pietà '1 disia,
li quai disconsolati vanno via,
4 e s' e' non fosser, di dolor morrei;
però che gli occhi mi sarebber rei
25 molte fiate più eh' io non vorria ,
lasso di pianger si la donna mia,
8 che sfogasser lo cor, piangendo lei.
Voi udirete lor chiamar sovente
la mia donna gentil , che si n' è gita
30 11 al secol degno de la sua vertute;
e dispregiar talora questa vita,
in persona de l'anima dolente,
ed/ s / /u ^" ^ abbandonata de la sua salute.
Tir": 4 ? 1 xxxm
Poi che detto ebbi questo sonetto, pensandomi che
questi era, a cui lo intendea dare quasi come per lui
siglia un sentimento pietoso, ad intendere i miei sospiri, che se n'escono
sconsolati dal cuore, e sono tali che bastano a tenermi in vita; per-
ché, se a sfogo della mia tristizia, avessi solamente il pianto, l'eccesso
di esso mi farebbe morire. Tale è il senso delle quartine di questo
sonetto, nelle quali sotto altra forma Dante esprime lo stesso pen-
siero che nella canz. del cap. xxxi , 32-37; ma la lezione vera della
seconda quartina è difficile a ristabilire, e tante sono nei manoscritti
le varianti che forse, come osserva giustamente il Rajna, « si deb-
bono allo studio di chiarire il senso, non piano per certo ». Seguendo
alla lettera il testo chigiano interpreterei cosi: « perocché gli occhi mi
farebbero maggior male [che non i sospiri], molte volte che io, stanco
di piangere cosi la mia donna, non vorrei che sfogassero l'animo
mio col piangerla ». Le altre lezioni, e anche le loro spiegazioni, sono
quale per una, quale per un' altra ragione assai più difficili ad am-
mettere di questa, che mi pare la più semplice.
28. lor, ai sospiri.
30. al secol, al cielo, che è degna sede alla sua anima virtuosis-
sima; cfr. la nota al cap. n, 9.
32. in persona ecc. quasi in nome del mio animo vinto dal do-
lore, perché ha perduto la sua salute, Beatrice.
XXXIII. — 1. pensandomi che ecc., considerando quale persona
fosse quella cui voleva darlo, come cioè fosse strettamente congiunta
a Beatrice.
CAPITOLO XXXIII 175
fatto, vidi che povero mi parea lo servigio e nudo a
cosi distretta persona di questa gloriosa. E però anzi
che li dessi questo soprascritto sonetto, si dissi due 5
stanzie d'una canzone; l'una per costui veracemente,
e l'altra per me, avvegnà che paia l'una e l'altra per
una persona detta, a chi non guarda sottilmente. Ma
chi sottilmente le mira vede bene che diverse persone
parlano ; acciò che l' una non chiama sua donna costei, io
e l'altra si, come appare manifestamente. Questa can-
zone e questo soprascritto sonetto lo diedi, dicendo io
lui che per lui solo fatto l' avea.
3. a, a rispetto di, in compazione di; cosi spiega il Card, citando
a riscontro questi esempì di G. Villani, xn, 50: la moglie ne fece
piccolo lamento a ciò ch'ella dovea fare, e del Petrarca (canz. Gen-
til mia donna, 46): Quanta dolcezza unquanco Fu in cor d' av-
venturosi amanti, accolta Tutta in un loco, a quel ch'i' sento, è
nulla.
4. cosi distretta persona; ha già detto nel cap. xxxn, 3 « que-
sti fu tanto distretto di sanguinitade con questa gloriosa che nullo
più presso l'era ».
5. due stanzie d'una canzone. Il numero delle stanze necessarie
a costituire la canzone non fu mai determinata con legge assoluta;
in Dante è per altro quasi sempre di cinque, qualche volta di sei o
sette : e qui si noti che egli non intendeva di aver con due stanze
fatto una compiuta canzone, e lo accenna con l'abituale precisione
della frase.
6. l'una per costui ecc., la prima esprimendo i sentimenti e i
pensieri tribuiti al fratello, di Beatrice , la seconda i proprii : il che
appare manifestamente a chi consideri che nell' una designa la cara
estinta come la donna onde va dolente (che si conviene a un fratello)
e nell'altra la chiama sua donna (che si conviene solo all'amante).
10. acciò che; causale: cfr. cap. xiv, 87.
12. lo diedi; è accordato il complemento, quanto al genere, solo
col termine più vicino.
13. lui, a lui: è frequentissimo questo uso del pronome personale
nel caso obliquo, senza la preposizione, specialmente nella prosa; e
Dante l'ha molte volte anche in poesia.
176 LA VITA NUOVA
La canzone comincia: Quantunque volte, e ha
15 due parti: ne l'una, ciò è ne la prima stanzia, si la-
menta questo mio caro amico e distretto a lei; ne la
seconda mi lamento io, ciò è ne l'altra stanzia che co-
mincia: E' si raccoglie ne li miei [v. 14]. E cosi
appare che in questa canzone si lamentano due per-
^ 20 sone, l'una de le quali si lamenta come fratello, l'altra
come servitore, e f^<--cS'6k e'^ c*-*i-fa*t*- ^X-e cct^i-ta ti**-' •
[Canzone IVI //5^"»
A^«*/W£2-*. volte, W W rimerà ^ J
ch'io non debbo già mai ' fl ^
veder la donna, ond'io vo si dolente,
25 tanto dolore intorno '1 cor m'assembra
J~ la dolorosa mente,
ch'io dico: « Anima mia, che non ten vai?
che li tormenti, che tu porterai
nel secol che t'è già tanto noioso,
30 mi fan pensoso di paura forte ;
14. La canzone ecc. Parrà strano che Dante insista tanto su
questo concetto della diversità delle persone, che parlano nelle due
stanze; perché in questa divisione non fa altro, in sostanza, che ri-
petere ciò che ha detto nella parte narrativa: ma si noti che per
quanto le divisioni siano strettamente connesse all'altra prosa, restano
pur sempre tali da poter esser soppresse senza danno della continuità
della narrazione.
18. E cosi appare ecc. ; le due persone che si lamentano nella
canz. sono, come si è già avvertitoci fratello di Beatrice e Dante; e
innanzi a una dichiarazione cosi esplicita è difficile sostenere arzi-
gogoli, più o meno acuti, ma destituiti d'ogni fondamento positivo. ■
22. Quantunque volte, propriamente: quante volte mai.
25. m'assembra. Il Card, spiega: « accoglie, aduna: qui di fatto
psicologico, come in F. degli Uberti, Dittam., lib. II, xn, 2: Vera-
cemente dir non ti saprei Quanto dolor sopra dolore assembro ».
26. la dolorosa mente; la mente piena di ricordi dolorosi.
29. nel secol, nella vita terrena; cfr. la nota al cap. u, 9.
30. mi fan ecc., i tormenti mi fanno essere fortemente pensoso,
preoccupato per la paura.
CAPITOLO XXXIII • 177
, ond'io chiamo la morte,
come soave e dolce mio riposo ;
e dico: - Vieni a me - con tanto amore,
13 che sono astioso di chiunque more^ /y\
E' si raccoglie ne li miei sospiri 35
,r un sono di pietate,
che va chiamando morte tuttavia.
A lei si volser tutti i miei disiri,
quando la donna mia
fu giunta da la sua crudelitate ; 40
2» per che '1 piacere de la sua bieltate
partendo sé da la nostra veduta,
divenne spiritai bellezza grande,
che per lo cielo spande » •
luce d'amor, che gli angeli saluta, 45
ij e lo 'ntelletto loro alto, sottile
26 face maravigliar, si v' è gentile.
31. ond'io ecc., cfr. cap. xxxt, 78.
34. astioso, invidioso.
36. un sono di pietate, una voce pietosa, che suscita pietà.
37. tuttavia: cfr. la nota al cap. xxxvi, 5.
38. A lei, alla morte; cfr. la nota al cap. xxvm, 9, dove è rias-
sunta la canzone Morte, perch'io non truovo , che rappresenta il
primo momento di questo stato dell'animo di Dante e del suo desi-
derio della morte.
41-47: si cfr. questo passo con quello parallelo della canz. del
cap. xxxi, 52-54, di cui è esplicazione.
41. per che 'l piacer ecc. Si osservi con quanta precisione e si-
curezza dell'espressione rappresenti Dante il trapassare dell'anima
di Beatrice dalla terra al cielo: la bellezza tutta esteriore di Beatrice
vivente, che diffondeva sugli uomini benefìci effetti e piacere purissimo,
si trasforma in una infinita bellezza interiore, che in luce d'amore
porta il suo saluto alle creature celesti.
42. partendo sé, allontanando sé stessa dalla nostra vista, dal
mondo degli uomini.
45. gli angeli saluta. Anche qui si ha la voluta confusione del
saluto e della salute; quasi per significare, come spiega benissimo
il D'Anc, che « il saluto di colei che beatificava gli uomini, ora rende
beati gli angeli, che ad alta voce la chiedevano a Dio, perché fosse
piena la loro gloria ».
Dante — La Viti nuova. 12
178 LA VITA NUOVA
7
a/-
*i In quello giorno, nel quale si compiea l'anno, che
questa donna era fatta de li cittadini di vita eterna,
io mi seclea in parte, ne la quale ricordandomi di lei
disegnava uno angelo sopra certe tavolette: e mentre
5 io lo disegnava, volsi li occhi, e vidi lungo me uomini
' / à li quali si convenia di fare onore. E' riguardavano
quello che io facea ; e secondo che mi fu detto poi, elli
erano stati già alquanto anzi che io me ne accorgesse.
Quando li vidi, mi levai, e salutando loro dissi: «Altri
io era testé meco, però pensava». Onde partiti costoro,
ritornai a la mia opera del disegnare de li angeli : e fa-
cendo ciò, mi venne un pensiero di dire parole, -quasi
XXXIV. — 1. In quello giorno ecc.; il Itf, giugno del 1291, primo
anniversario della morte di Beatrice; cfr. cap. xix, 7.
2. era fatta ecc., era salita fra l'anime che lassù son cittadine,
come dice il Petrarca; il quale anche nel son. Gli angeli eletti, 2
chiamò cittadine del cielo le anime beate.
4. disegnava uno angelo. E questo il solo accenno esplicito che
Dante abbia fatto nelle sue opere intorno al suo esercitarsi nelle arti
del disegno; ma nella Commedia sono frequenti gli indizi del suo
amore alle arti figurative, sia per le similitudini che egli trae da
esse (p. es., Purg., xxx, 67; Par., xxvn, 91 ecc.), sia per le lodi
delle quali prosegue i loro cultori.
6. a li quali si convenia: si cfr. ueWInf., xvi, 13:
•. il mio dottor s'attese,
volse il viso vèr me, e: Ora aspetta,
disse, a rostor si vuole esser cortese.
9. Altri era testé ecc. Sono parole che esprimono un doppio
senso: per Dante, significano che egli era tutto occupato dalla me-
moria di Beatrice; per i suoi visitatori, che egli pensava ancora ad
altre persone che erano state con lui poco prima.
12. quasi per annoale, per commemorare T anniversario della
morte della sua donna.
CAPITOLO XXXIV 179
per annoale, e di scrivere a costoro, li quali erano ve-
nuti a me; e dissi allora questo sonetto, lo quale co-
mincia: Era venuta; lo quale ha due cominciamenti, e rè
però lo dividerò secondo l'uno e secondo l'altro..
Dico che secondo lo primo, questo sonetto ha tre
parti: ne la prima dico che questa donna era già ne
la mia memoria; ne la seconda dico quello che Amore
però mi facea ; ne la terza dico de gli effetti d'Amore. 20
La seconda comincia quivi: Amor che [v. 5]; la terza
quivi: Piangendo uscivan for [v. 9]. Questa parte
si divide in due: ne l'una dico che tutti, li miei so-
spiri uscivano parlando; ne la seconda dico che al-
quanti diceano certe parole diverse da gli altri. La se- 25
conda comincia quivi: Ma quelli [v. 12]. Per questo
medesimo modo si divide secondo l'altro cominciamento,
salvo che ne la prima parte dico quando questa donna
era cosi venuta ne la mia memoria, e ciò non dico
ne l'altro. 30
[Sonetto XYIII]
Primo co- jg ra venuta ne la niente mia
minri.am.ento
la gentil donna, che per suo valore
13. scrivere a costoro; infatti il son. xvm, come si rileva dal
v. 4 del II cominciamento: vi trasse a riguardar quel eh' i' facia, è
indirizzato ai visitatori.
17. Dico che secondo lo primo ecc. I due cominciamenti veDgono
a costituire come due distinti sonetti, che hanno di comune i versi
5-14; e la differenza fra i due sonetti è solamente questa: nel primo
è detto che Beatrice era venuta nella mente del poeta, senz' altra cir-
costanza di tempo; nel secondo invece è detto che vi era venuta quando
i visitatori di lui furono tratti ad osservare la sua opera del disegnare
angeli.
32. per suo valore. Osserva il Giul. : « In questo primo comin-
ciamento del sonetto valore, quello per lo quale è l'uorn gentile, si
180 LA VITA NUOVA
fu posta da l'altissimo signore
4 nel ciel de l'umiltate, ov' è Maria.
35 Sfamilo co- E ra venuta ne la niente mia
mincìamento
quella donna gentil, cui piange Amore,
entro 'n quel punto, che lo su' valore
4 vi trasse a riguardar quel ch'i' facia.
Amor, che ne la mente la sentia,
40 s 1 era svegliato nel destrutto core ,
e diceva a' sospiri : « Andate fore » ;
8 per che ciascun dolente sen parila.
Piangendo uscivan for de lo mi' petto
con una voce, che sovente mena
45 11 le lagrime dogliose a li occhi tristi.
Ma quelli, che n'uscian con maggior pena,
veniali dicendo: «0 nobile intelletto,
14 oggi fa 1' anno che nel ciel salisti ».
prende quasi potenzia di natura, ovvero bontà da quella, data,
(Conv., iv, 2). Ed invece nel secondo cominciamento, valore significa
manifestamente quella occulta virtù o virtuosa influenza per cui Bea-
trice eccitò quelle degne persone a visitar Dante nell'ora che ella gli
era venuta in pensiero, ed ei stava disegnandola in figura di un an-
gelo ».
34. nel ciel de l'umiltate; nel cielo della pace, nell'empireo. Cfr.
per il significato dalla voce umìltate la nota al cap. xxvi, 33.
37. entro 'n quel punto, proprio in quel momento: la stessa
espressione si trova nel cap. xxm, 75.
39. Amor ecc. Ricorda il principio della canz. a del Conv.: Amor,
che nella mente mi ragiona.
40. destrutto core, l'animo vinto e consumato dal dolore.
44. con una voce ecc., parlando in quel modo doloroso che spesso
conduce lagrime d'afflizione agli occhi dolenti.
46. Ma quelli ecc., mi recavano il maggior dolore quei sospiri
che uscivano mossi dal ricordo, che quello era il giorno anniversario
della morte di Beatrice.
48. oggi fa l'anno ecc.; Dante ha già detto nella prosa che que-
sto sonetto fu seri ito quasi per annoale, cioè per commemorare seco
stesso l'anniversario della morte di Beatrice; è perciò da riferirne la
composizione al giugno del 1291: cfr. cap. xxix, 7.
CAPITOLO XXXV 181
XXXV
Poi per alquanto tempo, con ciò fosse cosa ched
io fosse in parte, ne la quale mi ricordava del passato
XXXV. — 1. Poi per alquanto tempo ecc. Qui, dove comincia
un nuovo periodo, quello dell'amore e delle rime di Dante per la
donna gentile, trasmutata poi dal poeta a simbolo della filosofìa, ab-
biamo un passo di capitale importanza per determinare la cronologia
della V. N. Veramente Dante indica il momento dell'apparizione della
donna gentile genericamente, dicendo che fu alquanto tempo dopo
l'anniversario della morte di Beatrice, cioè dopo il giugno 1291; ma
più determinata è la designazione che ne fa nel Conv., u, 2, scrivendo:
« dico che la stella 'di Venere due fiate era rivolta in quello suo
cerchio, che la fa parere serotina e mattutina, secondo i due diversi
tempi, appresso lo trapassamento di quella Beatrice beata, che vive
in cielo cogli angioli e in terra colla mia anima, quando quella gentil
donna, di cui feci menzione nella fine della Vita Nuova, apparve pri-
mamente accompagnata d'Amore agli occhi miei, e prese alcuno luogo
nella mia mente ». Senza entrare in lunghe ed inutili disquisizioni,
credo che si possa accogliere l'interpretazione che di questi luoghi dà
il Lubin (Int. alVepoca della V. N., p. 22); il quale, considerando che
gli antichi astronomi ammettevano che la rivoluzione di Venere si
compiesse come quella del sole in un anno di 365 giorni, ne deduce
che l'apparizione della donna gentile è da riferire al giugno del 1292.
Il Tod. invece la pone al settembre 1291; e cosi V alquanto tempo
accennato qui sarebbe di tre mesi, dal giugno al settembre del detto
anno.
2. in parte, ne la quale mi ricordava ecc.; come il tempo, cosi
anche il luogo dell'apparizione della donna gentile è accennato dal-
l'Alighieri in modo indeterminato; e credo che sia inutile qualunque
tentativo di stabilire di qual luogo si tratti. Il luogo ove Dante si ri-
cordava del passato tempo, cioè della Beatrice vivente, poteva essere
o nelle vicinanze della dimora di lei o anche dove il poeta aveva più
fortemente sentito ed espresso il suo amore, cioè nel solingo luogo
della sua camera (cfr. capp. ir, 16; xn, 3): e la circostanza accennata
più sotto dell'essergli apparsa la donna gentile da una finestra non
può darci alcuna nozione utile sulla scena reale; la quale, data la di-
sposizione e conformazione delle case e vie fiorentine nel dugento,
poteva accadere tanto s'egli si trovava all'aperto, sur una piazza o una
strada, quanto s'egli era nell'interno della sua casa.
182 LA VITA NUOVA
tempo, molto stava pensoso , e con dolorosi pensamenti
tanto che mi faceano parere di fore una vista di ter-
5 ribile sbigottimento. Onde io, accorgendomi del mio tra-
vagliare, levai li occhi per vedere se altri mi vedesse ;
allora vidi una gentile donna giovane e bella molto, la
quale da una finestra mi riguardava si pietosamente,
quanto a la vista, che tutta la pietà parea in lei ac-
10 colta. Onde, con ciò sia cosa che quando li miseri veg-
giono di loro compassione altrui più tosto si muovono
a lagrimare, quasi come di loro medesimi avendo pie-
tade in loro, io sentii allora cominciare li miei occhi a
4. mi faceano parere ecc. -, facevano essere il mio aspetto este-
riore come un' apparenza di terribile sbigottimento.
7. una gentile donna giovane e bella molto; cfr. cap. v, 5, dove
quella che stava in mezzo tra Dante e Beatrice è detta gentile donna
di molto piacevole aspetto; e cap. vm, 3, dove la morta amica di Bea-
trice è iena donna giovane e di gentile aspetto molto. Gl'interpreti
non vanno d'accordo riguardo a questa donna gentile: lo Scartazzini
sostiene che « come allegoria è e non può esser naturalmente che una
sola » ma « nella realtà rappresenterebbe una pluralità di donne
amate dal poeta in diversi tempi ». Il Balbo, il Frat. e altri trovano
in essa Gemma Donati, che fu poi la moglie del poeta; e il Goeschel
(Vortrdge u. Sludien il. D Aligli. Berlin, 1863, pp. 87 e segg.) e
il Fornaciari-la identificano colla Matelda del Purgatorio. Sono tutte
ipotesi più o meno ragionevoli e ingegnose: ma alla determinazione
della personalità storica di questa donna non si potrà forse arrivar
mai, mancando nella V. N. e nelle altre opere di Dante gli elementi
bastevoli a ciò. .
9. quanto a la vista; abbiamo già notata questa espressione nel
cap. ix, 7, dove è usata rispetto a' molti che erano in compagnia di
Dante, e nel xu, 13, dove si parla di Amore che si presenta pensoso
nell'aspetto; ed ha lo stesso valore della frase in vista, dichiarata
al cap. xviii, 22.
10. quando li miseri ecc. vedono che gli altri hanno compas-
sione dei loro mah più facilmente si abbandonano al pianto. Osser-
vazione profonda e vera; che il dolore tanto più è sentito dagli uo-
mini quanto più si vede partecipato dagli altri.
CAPITOLO XXXV 183
volere piangere; e però, temendo di non mostrare la
mia vile vita, mi partio dinanzi da gli ocelli di questa 15
gentile ; e dicea poi fra me medesimo : « E' non -puote
essere, che con quella pietosa donna non sia nobilissimo
amore». E però propuosi di -dire un sonetto, nel quale
io parlasse a lei, e conchiudesse in esso tutto ciò che nar-
rato è in questa ragione. E però che per questa ragione 20
è assai manifesto, sinollo dividerò. Lo sonetto comincia:
[Sonetto XIX1
Videro li occhi miei quanta pietate
era apparita in la vostra figura,
15. vile vita è propriamente vita sfiduciata, scoraggiata e però
oppressa da quella che Dante stesso, Par., xi , 88, chiamò viltà di
cuore. Il D'Anc. cita una frase analoga dalle Vite dei Santi Padri
{III, 34): Per la sua iniquità e viltà della vita sua rea.
19. conchiudesse, raccogliesse comprendessi: cfr. cap. xxn , 41.
20. in questa ragione, in questo discorso, in questa narrazione.
Anche nel poema si ha spesso la parola ragione in tale significato
(p. es. Inf., xi, 68; Purg., xvm, 12; xxii, 130 ecc.).
21. Lo sonetto ecc. Anche questo sonetto è notevole, specialmente
perché mostra una facoltà poco avvertita dell'ingegno poetico di Dante,
quella cioè di saper fondere con franca e sicura maestria della espres-
sione le circostanze reali di un fatto con i suoi effetti psicologici so-
vra una data persona. Qui il lettore, mentre vede disegnarsi su dai
versi danteschi la figura viva e vera della donna consolatrice, non
può fermarsi tanto a contemplarla, perché è tratto naturalmente a
considerare il commovimento di spirito del poeta e la mutazione che
si andava maturando nell'animo di lui.
22. quanta pietate ecc., i primi quattro versi sono spiegati da
quello che ha detto nella prosa, 8: mi guardava si pietosamente,
quanto a la vista, che tutta la pietà parea in lei accolta.
23. figura, vale, secondo il Card., faccia, aria del viso, come
nella ballata di Sennuccio del Bene (Rime di Cino , p. 232): Vidila
... talvolta scolorar la sua figura. Ma può anche intendersi in senso
più generale per l'aspetto, per la persona; come è spesso nella Comm.
e nei rimatori antichi.
184 LA VITA NUOVA
4/?- C/i^7*--i^> quando guardaste gli atti e la statura,
yti f*jg~]*éX2: 4 ch'io faccio per dolor molte fiate.
JLc *£' * Allor m'accorsi che voi pensavate
^ ctrt.r/**** 1 la qualità de la mia vita oscura,
ahst^- 4/-*'^ c ~'*~~ " si che mi giunse ne lo cor paura
//IS^r^' 8 di dimostrar con gli occhi mia viltate.
4™ sn E tolsimi dinanzi a voi, sentendo
/ 30
-^i— ^ — -* che si movean le lagrime dal core,
¥
3- ' 11 ch'era sommosso da la vostra vista.
Io dicea poscia ne l'anima trista:
« ben è con quella donna quello Amore,
35 f 14 lo qual mi face andar cosi piangendo ».
.statura; male i più dei commentatori intendono stato, con-
dizione; il Giul. invece spiega che vale « lo starsi, pensoso che Dante
faceva, la positura eh' ei soleva prendere, riducendosi quasi immobije
per dolorosi pensamenti, che poi gli davano vista d'uomo compreso
da terribile sbigottimento ». Anche più semplicemente può intendersi
statura per l'aspetto, la presenza della persona; come nella Legg. di
S. Febronia {in Zambrini, Colle z. di legg,, II, 9): Proda era d' età
d'anni venticinque e la sua statura era pietà e 'l volto suo ecc.
27. la qualità ecc., cfr. nel cap. xvi, 20: l'oscure qualità ch'Amor
mi dona. « La qualità d' oscura vita, osserva il Giul., ovvero la
oscura qualità della vita importa quanto la triste condizione della
vita, la quale allora che è lieta, prende come abito di chiarezza ».
28. mi giunse ecc., ebbi timore che il pianto degli occhi venisse
a dimostrare la mia vile vita.
32. ch'era sommosso ecc., che era tutto commosso e agitato per
la vista di voi.
33. Io dicea ecc.; nell'animo doloroso di Dante, alla vista della
donna gentile, si determinò subito uno spontaneo movimento di sim-
patia verso di lei e si andò pianamente generando il sentimento di
un nuovo amore. E questo sovrapporsi o imporsi del nuovo affetto
sul vecchio è spiegato bene dal D'Anc. « Per uno di quegli accorgi-
menti, dice egli, di quelle transazioni, che facciamo con noi stessi,
quando vogliamo persuaderci della bontà di una cosa che il senti-
mento o la ragione ci fanno apparire d'altra natura, Dante mormora
entro di sé che le ragioni dell'antico e del nuovo affetto sono iden-
tiche, che è lo stesso amore quello che lo fa tristo e quello che ap-
pare adesso nel volto della donna pietosa. Cosi l'antico affetto scusa
e spiega il nuovo ».
CAPITOLO XXXVI 185
XXXVI
Avvenne poi che là 'vunque questa donna mi Vedea,
si si facea d' una vista pietosa e d' una vista e d'un co-
lore pallido, quasi come d'amore: onde molte fiate mi
ricordava de la mia nobilissima donna, che di simile co-
lore si mostrava tuttavia. E certo molte volte non pò- 5
tendo lagrimare né sfogare la mia trestizia, io andava
per vedere questa pietosa donna, la quale parea che ti-
rasse le lagrime fori de li miei occhi per la sua vista.
E però mi venne volontà di dire anche parole, parlando
a lei ; e dissi questo sonetto, lo quale comincia : Color io
d'amore, ed è piano sanza dividerlo, per la sua pre-
cedente ragione. E questo è. desso:
XXXVI. — 2. d'una vista e d'un colore ecc. Il colore pallido è
proprio dell'amore, secondo le dottrine erotiche degli antichi. Già
Ovidio, Ars ani., i, 729 aveva prescritto: Palleat omnis amans,
hic est color aptus amanti; e Orazio, Carni., in, x, 14: ricordò il
tincius viola pallor amantium. Questa medesima opinione tennero
i rimatori medievali, e basterà citare, dei tanti esempì, questi versi
di L. Gianni (Val. II, 119):
Se 1' é piacer d'avermi in potestate
non fia suo viso colorato in grana;
ma fia negli occhi suoi umile e piana,
e palliima donna mia, che di vedere co-
stei, avvegna che alcuno appetito n'avessi già, ma
leggero parea: onde appare che l'un detto non è con-
trario a l'altro. Questo sonetto ha tre parti; ne la
prima comincio a dire a questa donna come lo mio 40
desiderio si volge tutto verso lei ; ne la seconda dico
come l'anima, ciò è la ragione, dice al cuore, ciò è
a lo appetito ; ne la terza dico come le risponde. La se-
conda parte comincia quivi : L'anima dice [v. 5] ; la
terza quivi: E' le risponde [v. 9]. E questo è '1 so- 45
netto, che comincia qui:
[Sonetto XXII]
Gentil penserò, che parla di vui,
sen vene a dimorar meco sovente,
e ragiona d'amor si dolcemente,
4 che face consentir lo core in lui. 50
L'anima dice al cor : « Chi è costui,
che vene a consolar la nostra mente ;
ed è la sua vertù tanto possente,
8 ch'altro penser no lascia star con nui? »
45. E questo è 'l sonetto ecc. Se si consideri quali sottili distin-
zioni tra la natura e i motivi dei due affetti Dante avesse ad espri-
mere, parrà meravigliosa l'arte colla quale il poeta ha saputo evitare
ogni intonazione scolastica e dar alle sue sottigliezze atteggiamento
di fantasmi poetici. Se non che la personificazione delle facoltà dello
spirito toglie a questo e ad altri sonetti troppo di lucidità e di chia-
rezza, perché possano essere ammirati lungamente.
47. ùentil ecc. La prima quartina è dichiarata dalle parole della
prosa, 1-8.
51. L'anima ecc.; la ragione parla al desiderio amoroso; e le
sue parole corrispondono al secondo dei pensieri, espresso sopra nella
prosa, 10-12.
Dante — La Viti nuova. 13
194 LA VITA NUOVA
55 E^ le risponde: « Oi anima pensosa,
questi è uno spiritel novo d'amore,
11 che reca innanzi me li suoi desiri:
e la sua vita, e tutto '1 suo valore,
mosse de li occhi di quella pietosa,
60 14 che si turbava de' nostri martiri ».
XXXIX
Contra questo avversario de la ragione si levòe un
die, quasi ne l' ora de la nona, una forte imaginazione
in me; che mi parve vedere questa gloriosa Beatrice
con quelle vestimenta sanguigne, co le quali apparve
55. E' le risponde ecc.; e l'appetito risponde alla ragione, di-
cendo che motivo di questo nuovo affetto è un'ispirazione d'Amore,
procedente dalla vista della donna consolatrice.
XXXIX. — 1. questo avversario de la ragione è il cuore che
traeva Dante verso la gentile consolatrice, mentre la ragione lo ri-
chiamava a Beatrice.
2. ne l'ora de la nona. « L'ora di nona, osserva il Giul., in che
gli surse cotal visione, porge sicuro indizio che fu mossa dal pen-
siero di Beatrice, cui il numero nove fu tanto amico ».
3. mi parve vedere ecc. « Osservate, scrive il Tommaseo, come
a ravvedersi del novello amore gli fosse cagione una fantasia nella
quale Beatrice gli apparisce viva, e nell'età giovanetta ch'egli in
prima la vide, e de' medesimi panni vestita. Cotesta apparizione ba-
sterebbe sola a mostrare non simbolico ma reale essere stato l'amore
di cui ragioniamo; ed è, come ora lo chiamano, fenomeno psicologico
da meditare. Perché le impressioni dell'amore infantile sogliono agli
uomini tutti (anche l'amore cessato, e spentane fia la memoria) ritor-
nare, non foss' altro, ne'sogni; e la donna che prima piacque, sotto
varie spoglie e in diversi moti atteggiata si presenta all'animo stanco
e dei piaceri e dei dolori, e al piacere e al dolore lo rinnovella. Or
questo pensare che fa l'amante la donna sua non già nella grande
bellezza ma fanciulletta, e questo sentirsene tanto profondamente com-
mosso , è fatto che importa non meno alla scienza del pensiero che
alla scienza del cuore ».
4. con quelle vestimenta sanguigne ecc. Cfr. nel cap. i, 12: Ap-
parve vestita di ìiobilissimo colore umile ed onesto sanguigno ecc.;
CAPITOLO XXXIX 195
prima a li occhi miei, e pareami giovane in simile 5
etade ne la quale io primieramente si la vidi. Allora
cominciai a pensare di lei; e ricordandomi di lei se-
condo l'ordine del tempo passato, lo mio cuore si comin-
ciò dolorosamente a pentère de lo desiderio, a cui sì vil-
mente s'avea lasciato possedere alquanti die contra la io
nel cap. in, 11, Beatrice è vista in sogno involta ... in un drappo
sanguigno leggeramente; e finalmente nel paradiso terrestre appare
al poeta Vestita di color di fiamma viva, Purg., xxx, 33.
5. prima ecc.; cioè la prima volta. - in simile etade ecc. quando
Beatrice era quasi dal principio del suo nono anno; cap. i, 10.
7. secondo l'ordine del tempo passato. Il Giul. par che intenda:
nell'ora nona, come soleva avvenirmi quando Beatrice era viva; me-
glio forse si può spiegare: a quel modo ch'io pensava di lei prima
di lasciarmi vincere dalla passione per la donna gentile.
8. lo mio cuore ecc. Si osservi come Dante, pur confessando d'aver
mancato di fede alla sua Beatrice, e insistendo sulla viltà dell' animo
che aveva ceduto alla nuova passione, si studii di attenuare coi par-
ticolari dell'espressione la sua colpa: anzi tutto egli si dichiara pen-
tito vivamente, dolorosamente, il nuovo amore lo ha sforzato, ed
egli non l'ha cercato, ma più tosto subito; e la sua durata poi è stata
brevissima, Don più $ alquanti die.
10. alquanti die: è frase da intendere con molta discrezione, poi-
ché questo amore della donna gentile non potè esser brevissimo.
Dante se ne senti colpito appena la vide (cap. xxxv, 6-18), e ne fece
un primo sonetto (ib. 18-20); poi dovunque la vedeva, la donna gli si
mostrava disposta all'amore, e ciò Dante ebbe agio di osservare molte
fiate (cap. xxxvi, 1-5); cosi che molte volte di poi andò cercando di
rivederla per averne qualche conforto (ib. 5-8), finché gli venne voglia
di farne un secondo sonetto ( ib. 9-12). A questo punto egli si senti
agitato da una interna lotta tra il vecchio e il nuovo affetto, lotta durata
abbastanza lungamente (cap. xxxvn, 3 : molte volte me ne crucciava;
ib. , 4 : più volte bestemmiava la vanitade ecc.), e rappresentata in
un 4erzo sonetto scritto evidentemente poi che il cuore ebbe vinto la
ragione (ib. 15-18). Dominato oramai dal nuovo affetto, Dante ne fu
molte volte impensierito e cercò di giustificarlo a sé medesimo, ri-
petendosi cosi più volte la lotta dinanzi (cap. xxxvm, 1-18), che diede
origine ad un quarto sonetto (ib. 18-24 j, e prenunzio quasi il rav-
vedimento e il ritorno a Beatrice. Una simile e cosi profonda muta-
196 LA VITA NUOVA
costanzia de la ragione : e discacciato questo cotale mal-
vagio desiderio, si si rivolsero tutti li miei pensamenti
a la loro gentilissima Beatrice. E dico che d'allora in-
nanzi cominciai a pensare di lei si con tutto lo vergo-
zione psicologica in uomo tanto passionato come fu Dante non può
recare meraviglia che si sia compiuta attraverso una serie di rapidi
commovimenti; ma è impossibile che non durasse più d'alquanti die.
Tanto è vero che nel Conv. n, 13, ove tenta di identificare la donna
gentile della V. N. con la filosofia, Dante scrive: « E immaginava
lei [la filosofia] fatta come una donna gentile: e non la potea imma-
ginare in atto alcuno se non misericordioso; per che si volentieri lo
senso di vero l'ammirava, che appena lo potea volgere da quella. E
da questo immaginare cominciai ad andare là ov'ella si dimostrava
veracemente, cioè nelle scuole dei religiosi, e alle disputazioni de' filo-
sofanti: sicché in piccol tempo, forse di trenta mesi, cominciai tanto
a sentire della sua dolcezza, che '1 suo amore cacciava e distruggeva
ogn' altro pensiero ».
13. E dico che d' allora innanzi ecc. Alla visione che ritrasse
Dante dal nuovo affetto richiamandolo all'antico accenna Beatrice
stessa, dicendo, Pxirg., xxx, 130:
... E volse i passi suoi per via non vera,
imagini di ben seguendo false,
che nulla promission rendono intera.
Né l' impetrare spirazion mi valse,
con le quali ed in sogno ed altrimenti
lo rivocai ; si poco a lui ne calse.
Lo Scartazzini, a questi versi, osserva: «Beatrice dice qui che nulla
le giovò l'impetrare spirazioni colle quali e in sogno e in visioni lo
andava richiamando al diritto sentiero, poiché poco a lui ne calse.
Ma secondo ciò che Dante racconta nella V. N. già la prima visione
di Beatrice produsse in lui l'effetto desiderato, giacché e' si penti do-
lorosamente della sua infedeltà. Come si fa dunque a concordare
quanto Dante dice qui, con quello che e' dice nella V. N. ? Ci pare
che le confessioni di Dante in questi ultimi canti del Purg. siano
un supplemento, o meglio compimento di quanto e' racconta nella
V. N. ». E seguita cercando di mostrare che il pentimento descritto
in questo cap. non fu di lunga durata, perché Dante ricadde più tardi
ne'medesimi traviamenti; si che Beatrice poteva poi nell' apparirgli
nel paradiso terrestre rimproverarlo di non aver badato a' suoi ri-
chiami, senza che ciò costituisse una contraddizione con ciò che è
narrato in questo cap. della V. N.
CAPITOLO XXXIX 197
gnoso cuore, che li sospiri manifestavano ciò molte 15
volte ; però che tutti quasi diceano nel loro uscire quello
che nel cuore si ragionava, ciò è lo nome di quella
gentilissima, e come si partio da noi. E molte volte
avvenìa che tanto dolore avea in sé alcuno penserò,
ch'io dimenticava lui, e là dov' io era. Per questo 20
raccendimento de' sospiri si raccese lo-sollenato lagri-
mare in guisa , che li miei occhi pareano due cose, che
disiderassero pur di piangere; e spesso avvenìa che
per lo lungo continuare del pianto , dintorno a loro si
facea un colore porpureo, lo quale suole apparire per 25
alcuno martirio che altri riceva : onde appare che de la
loro vanitade fuoro degnamente guiderdonati, si che
d'allora innanzi non poterò mirare persona, che li guar-
20. io dimenticava lui; il Giul. intende: « il pensiero, da cui io
rimaneva occupato »; forse sarà meglio riferir lui a dolore, e spie-
gare: « il pensiero di Beatrice e della sua morte era cagione di dolore
cosi intenso, che io perdeva ogni senso della realtà e insieme la co-
scienza del mio tormento ».
21. lo sollenato lacrimare; il pianto calmato, lenito: cfr. la nota
al cap. xii, 5 e aggiungi questi altri esempi: B. Latini, Tesoretto,
xix, 127: Ma fino amor solena Del gran disio la pena; C. Davan-
zali (son. Come la tigre): lo suo gran dolore Solena ne lo speglio
riguardando e, più sotto, Che ne solena sua greve doglienza. Da
questi esempi si vede come gli antichi usassero spesso il verbo sol-
lenare (e anche il sost. astratto sollenanza, p. es. in Ant. rim. volg., II,
7); si che non deve apparir strano che Dante se ne valesse più volte.
24. dintorno a loro ecc.; per il lungo pianto intorno agli occhi
di Dante si formavano delle macchie purpuree, delle lividure.
27. si che d'allora ecc. Da questo momento gli occhi, piangendo
sempre, non poterono più mirare alcuna persona tanto intentamente
da vedere nello sguardo di lei espresso un sentimento benevolo, che
potesse trarli di nuovo a quell'amoroso consenso che Dante avea già
dato agli sguardi della donna gentile. Il guiderdone o castigo inflitto
al poeta dalla visione di Beatrice essendo stato tutto morale, non mi
par necessario vedere in questo luogo un accenno a quella malattia
198 LA VITA NUOVA
classe, si che loro potesse retrarre a simile intendi-
30 mento. Onde io volendo che cotale desiderio malvagio
e vana intenzione paresse distrutto si che alcuno dubbio
non potessero inducere le rimate parole, ch'io avea
dette dinanzi, propuosi di fare un sonetto, nel quale
io comprendesse la sentenzia di questa ragione. E dissi
35 allora: Lasso! per forza di molti sospiri; e dissi
lasso in quanto mi vergognava di ciò che li miei occhi
aveano cosi vaneggiato. Questo sonetto non divido,
però che assai lo manifesta la sua ragione.
[Sonetto XXIII]
Lasso ! per forza di molti sospiri,
40 che nascon de' pensier che son nel core,
li occhi son vinti, e non hanno valore
4 di riguardar persona che li miri.
E fatti son, che paion due disiri
di lagrimare e di mostrar dolore,
45 e spesse volte piangoli si, ch'Amore
8 li 'ncierchia di corona di martiri.
degli occhi, da cui Dante racconta nel Conv., m, 9 d'essere stato
oppresso: qui il motivo è il pianto, là invece ^affaticare molto il viso
a studio di leggere.
32. le rimate 'parole ecc.; sono i quattro sonetti xix-xxii, scritti
per la gentile consolatrice.
37. avevano cosi vaneggiato, avevano errato per loro vanità.
39. Lasso ecc. I primi otto versi del son. corrispondono alle pa-
role della narrazione, in questo cap. 20-30. Tutto il sonetto poi rap-
presenta con felicità di parola tutta propria di Dante il trapassare
del suo animo dalla lotta dei due affetti allo stato doloroso determi-
nato specialmente dal ritorno al pensiero della morta Beatrice.
43. E fatti son ecc. Osserva giustamente il Giul. che questa è
una potente espressione e tutta avvivata di poetica luce, e che anche
nella prosa il concetto non perde la sua efficacia ed evidenza.
46. li' ncierchia ecc.; dice poeticamente che gli si circondano di
lividore, che è come il segno del tormento durato nel pianto. V'ha una
ballata di Nuccio Piacenti, già attribuita erroneamente a Dante (Trac-
CAPITOLO XL
199
Questi penseri, e li sospir che io gitto,
cliventan ne lo cor si angosciosi,
11 ch'Amor vi tramortiscie, si lien dole;
però eh' elli hanno in lor li dolorosi
quel dolce nome di madonna scritto,
14 e de la morte sua molte parole.
XL
Dopo questa tribulazione avvenne (in quel tempo
che molta gente va per vedere quella imagine bene-
50
chi, Poesie ital. ined., I, 300), nella quale il poeta, mandando i versi
alla sua donna riprende abbastanza felicemente alcune imagini del
sonetto dantesco :
Comincierai a dir che gli occhi miei
per riguardar sua' angelica figura
solean portar corona di desiri :
ora, perchè non posson veder lei,
li strugge morte con tanta paura
e' hanno fatto ghirlanda di martiri.
49. ch'Amor ecc. vi perde ogni efficacia, tanto dolore risente dei so-
spiri suscitati dal pensiero di Beatrice e della sua morte. - lien, gliene.
XL. — 1. in quel tempo ecc. I dantisti sono in grande disac-
cordo nel determinare qual sia il tempo di questo passaggio dei pel-
legrini, ma due opinioni principali tengono il campo: secondo la prima
propugnata dal Todesch. e dal Fornaciari (Studi su Dante, pp. 116,
156) questo tempo sarebbe di poco posteriore alla morte di Beatrice;
secondo l'altra sostenuta specialmente dal Lubin (op. cit., p. 27) e
dalla maggior parte dei dantisti il passaggio sarebbe quello dei pel-
legrini che andarono al giubileo dell'anno 1300 (cfr. la descrizione in
G. Villani, vm, 36). Accogliendo la seconda ipotesi bisognerebbe anche
accettare la variante di alcuni testi : in quel tempo che molta gente
andava, poiché con essa sarebbe meglio espressa la circostanza di un
passaggio straordinario. Serbando invece la lez. dei manoscritti più
autorevoli: in quel tempo che molta gente va, mi pare doversi rite-
nere che Dante non abbia voluto indicare nella sua parentesi l'anno
in cui accadde il passaggio, ma il tempo, la stagione in cui i pellegrini
solevano venire in maggior numero a Roma da' più lontani paesi della
cristianità per vedere l' imagine di Gesù Cristo. Cosicché la ricerca
dell'anno sarebbe oziosa, mancando nelle parole di Dante elementi
bastevoli a determinarlo.
2. quella imagine benedetta ecc. È la preziosa reliquia conser-
r x*r,
fluito
fei&fh»' -
/ li,
200 LA VITA NUOVA
detta, la quale Gesù Cristo lasciò a noi per esemplo
de la sua bellissima figura, la quale vede la mia donna
5 gloriosamente), che alquanti peregrini passavano per
una via, la quale è quasi mezzo de la cittade, ove
vata a Roma e conosciuta col nome di Veronica (vera imagine); un
velo, che, secondo la leggenda cristiana, una santa Veronica avrebbe
prestato a Gesù sulla via del Calvario e riavuto poi da lui stesso
coli' impronta del volto santo (cfr. i Bollandisti, Acta SS., Febraarii,
die quarta, voi. I, pp. 449-457; Douhet, Dìction. des légendes du
Christian,, col. 1202-6). Qualunque sia l' origine delle devozioni per
questa imagine è certo che esse durarono vivissime in Roma per tutto
il medioevo ; e che v'accorrevano numerosi i pellegrini da ogni parte
del mondo cristiano, specialmente alle feste del gennaio e della set-
timana santa. Questo abituale concorso dei pellegrini per la Vero-
nica è accennato da Dante anche nel Par., xxxi, 103:
Quale è colui che forse di Croazia
viene a vede' la Veronica nostra,
che per l'antica fama non si sazia,
Ma dice nel pensier, fin che si mostra:
signor mio Gesù Cristo, dio verace,
or fu si fatta la sembianza vostra?
e dal Petrarca, nel son. Movesi 'l vecchierel, 9, che
... viene a Roma, seguendo '1 desio,
per mirar la sembianza di colui
eh' ancor lassù nel ciel vedere spera.
6. una via ecc.; una strada che attraversa per mezzo la città di
Firenze è quella del Corso, ove sorgevano le case de'Portinari. Chi
fosse stato di propinquo paese, cioè delle vicinanze di Firenze, avrebbe
potuto ricordarsi, passando vicino a quelle case, della morta Beatrice
e dimostrarne turbamento; i pellegrini invece, essendo di lontana
parte, erano pensosi d' altre cose che di queste qui, ma se aves-
sero potuto conoscere quanto grande sventura era stata la morte di
Beatrice avrebbero pianto anch'essi. Posto questo, è chiaro che l'ac-
cenno alla via per la quale passavano i pellegrini non ha nel ragio-
namento di Dante che un valore negativo; poiché solo per chi non
fosse forestiero a Firenze quella via poteva offrire ricordi che susci-
tassero il rimpianto della perduta donna, mentre agli stranieri non
poteva esser occasione a dolore alcuno. - de la cittade, ove ecc. Aven-
do accennato al culto della Veronica, l'idea del quale era collegata
necessariamente con quella di Roma, Dante per evitare che altri frain-
tendendo il suo dire pensasse alla città eterna, determina qual fosse
CAPITOLO XL 201
nacque e vivette e mono la gentilissima donna ; li quali
peregrini andavano, secondo che mi parve, molto pen-
sosi. Ond' io pensando a loro, dissi fra me medesimo:
«Questi peregrini mi paiono, di lontana parte, e non io
credo che anche udissero parlare di questa donna, e
non ne sanno niente, anzi li loro pensieri sono d'altre
cose che di queste qui ; che forse pensano de li loro
amici lontani, li quali noi non conoscemo». Poi dicea
fra me medesimo: « Io so che s'elli fossero di prò- is
pinquo paese, in alcuna vista parrebbero turbati, pas-
sando per lo mezzo de la dolorosa cittade ». Poi dicea
fra me medesimo : « Se io li potessi tenere alquanto,
io li pur farei piangere anzi eh' elli uscissero di questa
cittade, però ched io direi parole, le quali farebbero 20
piangere chiunque le intendesse ». Onde, passati costoro
da la mia veduta, propuosi di fare un sonetto, nel quale
io manifestasse ciò che io avea detto fra me mede-
simo ; e acciò che più paresse pietoso, . propuosi di dire
quella ove passavano i pellegrini ; e designa però Firenze come la città
ove nacque vivette e moria Beatrice. Non si può riferire l' ove alla
via; perché le due proposizioni relative esprimono continuità del pen-
siero, e poi perché Dante voleva precisare qual fosse la città, non
la via già abbastanza determinata: quasi mezzo ecc.
13. forse pensano ecc. Opportuno è il raffronto che fanno qui il
Card, e altri commentatori coi divini versi del Purg., vili, 1:
Era già 1' ora che volge '1 disio
a' naviganti e intenerisce il cuore
lo di e' han detto a' dolci amici addio ;
E che lo nuovo peregrio d'amore
punge se ode squilla di lontano,
che paia '1 giorno pianger che si muore.
16. in alcuna vista, in qualche atto, nel loro aspetto.
18. tenere, trattenere.
20. parole, le quali ecc. Sono quelle che uomo può dire di Bea-
trice, e hanno virtù di suscitare il pianto in chi le ascolta.
24. E acciò che 'più paresse pietoso, ecc. E veramente uno dei
più affettuosi sonetti di Dante: il ricordo di Beatrice morta, risorgendo
202 LA VITA NUOVA
25 come se io avessi parlato a loro ; e dissi questo sonetto,
lo quale comincia: Deh peregrini che pensosi andate,
e dissi peregrini, secondo la larga significazione del
vocabulo: che peregrini si possono intendere in due
modi, in uno largo ed in uno stretto. In largo, in quanto
30 è peregrino chiunque è fuori de la sua patria ; in mo-
do stretto non s'intende peregrino, se non chiunque
va verso la casa di sa' Jacopo, o riede: e però è da
sapere, che in tre modi si chiamano propriamente le
genti, che vanno al servigio de l'Altissimo. Chiamansi
35 palmieri in quanto vanno oltremare, là onde molte volte
recano la palma; chiamansi peregrini in quanto vanno
a la casa di Galizia, però che la sepultura di sa' Jacopo
improvviso e potente dopo le lotte sostenute contro la passione per
la donna gentile, pervade di sé non pure l'animo del poeta, ma tutti
gli altri uomini, e la città stessa consente al dolore universale. « Que-
sta situazione cosi naturale, osserva il De Sanctis {Saggio sul Petr.,
p. 52) e insieme cosi nova, risponde a ciò che di più segreto si move
nel core umano, di modo che la semplice esposizione , nuda di ogni
artificio di forma, raggiunge il più alto affetto estetico ».
29. In largo ecc. ; in significato generico, peregrino è chiunque
sia « fuori de la sua patria »; e in questa accezione Dante usò questa
voce qui, e quasi sempre nel poema: in significato più stretto poi
dissero gli antichi peregrino chi andava in Galizia, a visitare il san-
tuario di S. Iacopo.
34. che vanno ecc.; che viaggiano per rendere un tributo a Dio,
per fine religioso.
35. palmieri; cosi erano detti i pellegrini che andavano in Ter-
rasanta perché ne ritornavano col bordone cinto di palma « a mostrare
(dice VAnon. fiorent. al Purg., xxxm, 76) che sono stati al sepolcro,
et hanno avuto vittoria di loro viaggio ». - oltremare, cosi dicevano
senza altro gli antichi la Terrasanta e anche in generale i paesi orien-
tali: onde Libro d'oltramare intitolò Niccolò da Poggibonzi la nar-
razione del suo viaggio in Terrasanta e in Oriente, intrapreso nel
1345 (pubbl. da A. Bacchi della Lega, Bologna, 1881).
37. la casa di Galizia ossia il santuario di S. Iacopo di Com-
postella (Santiago) in Galizia, frequentatissimo nel medioevo (cfr. Par.,
CAPITOLO XL 203
fue più lontana da la sua patria, che d'alcuno altro
apostolo; chiamansi romei in quanto vanno a Roma,
là ove questi cu' io chiamo peregrini andavano. Que- 40
sto sonetto non divido, però che assai lo manifesta la
sua ragione.
[Sonetto XXIV]
Deh peregrini, che pensosi andate s * J ._
forse di cosa che non v' è presente, / -
venite voi da si lontana gente, 45
4 com' a la vista voi. ne dimostrate ?
che non piangete, quando voi passate
per lo suo mezzo la città dolente,
come quelle persone, che neente
8 par che 'ntendesser la sua gravitate. 50
Se voi restate, per volerla udire,
certo lo cor de 1 sospiri mi dice,
11 che lagrimando n'uscireste pui.
EU' ha perduta la sua Beatrice ;
e le parole , eh' om di lei può dire, 55
14 hanno vertù di far piangere altrui.
xxv, 17) e privilegiato di molte indulgenze dai papi; i vecchi fioren-
tini solevano far prima il pellegrinaggio di Terrasanta e poi quello
di S. Iacopo (cfr. R. degli Albizzi, Commissioni, Firenze, 1867, 1, 116):
« a S. Iacopo sappiamo che andò il Cavalcanti, il primo amico di
Dante (Ercole, op. cit. p. 78 e segg.).
38. fue più lontana ecc. Il Witte annota: «La leggenda attri-
buisce la casa di S. Iacopo in Galizia all'apostolo S. Iacopo, figlio di
Zebedeo, ossia figlio del tuono, il quale in vita, benché con poco suc-
cesso, era andato in Ispagna a predicare il Vangelo. Tornato in
Giudea, fu decollato sotto Erode Agrippa, ma la barca alla quale i
discepoli affidarono il di lui corpo fu dai venti trasportata in Galizia ».
45. da si lontana gente, da paese si lontano.
49. come quelle persone ecc.; a guisa di persone che non abbiano
conosciuto mai qual danno la morte di Beatrice sia stato per la città,
che ne rimase quasi vedova e dispogliata da ogni dignitate (cap.
xxx, 2).
52. lo cor de' sospiri, il cuore sospiroso: naturale ed efficace
espressione, che vince di bellezza la comune ne' sospiri.
204 LA VITA NUOVA
XLI
Poi mandaro due donne gentili a me pregando che
io mandassi loro di queste mie parole rimate; onde-
io , pensando la loro nobilita, propuosi di mandare loro
e di fare una cosa nuova, la qual io mandassi a loro
5 con esse, acciò che più onorevolmente adempiessi li
loro prieghi. E dissi allora un sonetto, lo .quale narra
del mio stato, e mandalo a loro col precedente sonetto
accompagnato, e con un altro che comincia: Venite a in-
tender. Lo sonetto, lo quale io feci allora, comincia:
io Oltre la spera ; lo quale ha in sé cinque parti. Ne la
prima dico là ove va lo mio penserò, nominandolo per
lo nome d'alcuno suo effetto. Ne la seconda dico per
XLI. — 1. Poi mandavo ecc. Le rime di Dante, come in gene-
rale tutte quelle dei poeti d'amore, si diffondevano largamente appena
composte, tanto era viva nel dugento la partecipazione delle cittadi-
nanze, specialmente nei comuni liberi, all'arte: è inutile raccoglier qui
le testimonianze che provano questo fatto; ma non è inopportuno
richiamar l'attenzione del lettore su ciò che ci attesta Dante in que-
sto cap., che le donne gentili, e non solo i letterati, avessero questo
amore per l'arte della poesia, tanto da richieder di rime anche il
malinconico e sdegnoso amante di Beatrice.
2. di queste mie parole rimate; di queste mie poesie, dei miei
sonetti come questi inseriti nella V. N
3. propuosi di mandare loro, cioè di mandare rime già composte
per l'addi e tro e insieme rime nuove.
5. più onorevolmente; non già con più d'onore per me, ma con
maggior larghezza d'ossequio alle due donne gentili.
7. e mandalo ecc. Dante dunque mandò alle donne i tre sonetti
xvu, xxiv e xxv: si noti che in nessuno di essi il discorso è indiriz-
zato a Beatrice, ma nel primo agli animi gentili, nel secondo ai pelle-
grini, nel terzo alle due donne.
12. alcuno suo effetto: effetto del pensiero è il sospiro come ma-
nifestazione del vivo desiderio. - per che, per quale forza, quella cioè
di una intelligenza nuova.
CAPITOLO XLI 205
che va là suso, ciò è chi '1 fa cosi andare. Ne la terza
dico quello che vide, ciò è una donna onorata là suso: e
chiamolo allora spirito peregrino , acciò che spiritual- 15
mente va là suso e si come peregrino, lo quale è fuori de
la sua patria. Ne la quarta dico come elli la vede tale,
ciò è in tal qualitate che io noi posso intendere, ciò è a
dire che '1 mio pensiero sale ne la qualità di costei in
grado che '1 mio intelletto noi puote comprendere ; con 20
ciò sia cosa che '1 nostro intelletto s'abbia a quelle bene-
dette anime, si come l'occhio debole al sole: e ciò dice lo
13. chi 'Z fa cosi andare, cioè l'Amore che gli largisce la nuova
facoltà.
14. e chiamolo ecc. Intendi: nel sonetto dico il sospiro ch'esce
dal mio core essere uno spirito "peregrino; spirito perché spiritual-
mente va in cielo, e peregrino perché va lassù come in luogo non
proprio, come il pellegrino va in estranio paese.
16. peregrino: cfr. cap. xl, 29.
19. il mio pensiero ecc. Questo concetto è ripreso e svolto nel
Conv. m, 4,' cosi: « dico che nostro intelletto, per difetto della virtù,
della quale trae quello ch'el vede (che è virtù organica, cioè la fan-
tasia), non puote a certe cose salire , perocché la fantasia noi puote
aiutare, e che non ha lo di che, siccome sono le sustanze partite
da materia; delle quali (se alcuna considerazione di quelle avere
potemo) intendere non le potemo né comprendere perfettamente.
E di ciò non è l'uomo da biasimare, che non esso fu di questo di-
fetto fattore: anzi fece ciò la natura universale, cioè Iddio, che volle
in questa vita privare noi di questa luce; che, perché egli lo facesse,
presuntuoso sarebbe a ragionare. Sicché se la mia considerazione
mi trasportava in parte dove la fantasia venia meno allo 'ntel-
letto, se io non poteva intendere, non sono da biasimare ».
21. s'abbia, stia in rapporto: vuol dire che il nostro intelletto
può considerare i beati (sustanze partite da materia) solo come
l'occhio può fissare il sole, cioè incompiutamente.
22. si come l'occhio débole ecc. Cfr. Par., xxx, 25:
come sole il viso che più trema
cosi lo rimembrar del dolce riso
la mente mia da sé medesima scema.
206 LA VITA NUOVA
filosofo nel secondo de la Metafisica. Ne la quinta dico
che, avvegna che io non possa intendere là ove lo pen-
25 sero mi trae, ciò è a la sua mirabile qualitade, almeno
intendo questo, ciò è che tutto è lo cotal pensare de la
mia donna, però eh' io sento lo suo nome spesso nel
mio pensiero: e nel fine di questa quinta parte dico
donne mie care, a dare ad intendere che sono donne
30 coloro a cu' io parlo. La seconda parte comincia quivi:
Intelligenza nova [v. 3]; la terza quivi: Quando elli
è giunto [v. 5] ; la quarta quivi : Vedela tal [v. 9] ; la
23. lo filosofo ecc. Aristotele, Metafisica, n, 1.
24. avvegna che io non possa ecc. « Benché l'aut., osserva il Witte,
non intenda ancora le rivelazioni nascoste nell'aspetto di Beatrice ce-
leste, pur sente che sia l'amore per essa, che lo trasportò fino al
sommo cielo ».
26. che tutto è ecc., tutto questo pensiero è pensiero di Beatrice.-
Nelle terzine o mute, come dicevano gli antichi, di questo sonetto
trovava una contraddizione Cecco Angiolieri, il brioso rimatore senese
(vissuto tra '1 1258 e il 1312: cfr. D'Ancona, Studi di crit. e st. lett.,
pp. Ili, 141); e volle rimproverarne Dante, al quale mandò le sue
osservazioni, come allora solevasi, in versi. Ecco il son. dell'Angio-
li eri (cod. chig. ed. Molteni e Monaci, p. 240):
Dante Allaghier, Cecco, '1 tu' serv' amico,
si raccomand' a te, com'a segnore;
e si ti prego per lo dio d'Amore,
il qual é stat' un tu' signor antico,
5T che mi perdoni s' i' spiacer ti dico,
che mi dea sicurtà '1 tu' gentil cuore.
Quel eh' i' ti dico è di questo tenore,
ch'ai tu' sonetto in parte contradico;
ch'ai meo parer nell'una muta dice
/£. che non intendi su' sotlil 'parlare,
a que' che vide la tua Beatrice;
e puoi hai detto a le lue donne care
e può' lo 'nlendi: e> dunque contradice
Ik a sé medesmo questo tu' trovare.
Il Card, crede questo sonetto dell'Angiolieri posteriore alla compo-
sizione della V. N.; il D'Anc. invece ritiene che Dante avesse il pen-
siero alle obiezioni del senese, quando scrisse la divisione minuziosa
di questo cap.: meglio forse si potrebbe trovare una tacita risposta
all'Angiolieri nel luogo del Conv. già recato sopra, 19.
CAPITOLO XLI 207
quinta quivi: So io che parla [v. 12]. Potrebbesi più
sottilmente ancora dividere, e più sottilmente fare in-
cendere, ma puotesi passare con questa divisione, e 35
però non m' intrametto di più dividerlo. E questo è '1
sonetto, che comincia qui.
[Sonetto XXV]
Oltre la spera, che più larga gira,
passa '1 sospiro eh' esce del meo core :
intelligenza nova, che l'Amore 40
4 piangendo mette in lui, pur su lo tira.
Quand'elli è giunto là dove disira,
vede una donna, che riceve onore,
e luce si, che per lo suo splendore
8 lo peregrino spirito la mira. 45
36. m' intrametto; cfr. la nota al cap. xvi, 35. - E questo ecc.
L'aspirazione alla sede de' beati e il suo connaturarsi nell'animo di
Dante coll'amore risorto per Beatrice infondono per tutto questo
sonetto una soave idealità che pervade cosi il concepimento come
l'espressione, tanto da farne una dolcissima poesia.
38. la spera, che più larga gira, è il primo mobile, secondo il
sistema di Tolomeo (cfr. Purg , xxxm, 90 il del che più alto fe-
stina; Par., xxvn, 99 ciel velocissimo). Oltre questo cielo, secondo
ci dice Dante stesso, Conv., ri, 4 « li cattolici pongono lo cielo Empireo,
che tanto vuol dire, quanto cielo di fiamma ovvero luminoso; e pon-
gono, esso essere immobile ... E questo quieto e pacifico cielo è lo
luogo di quella somma deità che sé sola compiutamente vede ».
40. intelligenza nova; la nuova virtù intellettuale, compartita
dall'Amore la quale trae il pensiero di Dante all'empireo.
43. riceve onore, gli altri beati le fanno onore.
44. e luce si ecc. Si ricordi qui che Dante rappresenta Beatrice
nel cielo empireo come luce che sfolgora in mezzo allo splendore del
paradiso; e la vede (Par., xxxi, 71)
. . . che si faeea corona
riflettendo da sé gli eterni rai.
- per lo suo splendore, per la sua pura luce (Par., xxx, 40),
Luce intellettual piena d'amore,
amor di vero ben pien di letizia,
letizia che trascende ogni dolzore.
208 LA VITA NUOVA
Vedela tal, che quando '1 mi ridice,
io non lo 'ntendo, si parla sottile
11 al cor dolente, che lo fa parlare.
So io che parla di quella gentile,
50 però che spesso recorda Beatrice,
14 si eh' i' lo 'ntendo ben , donne mie care.
#
Pi
XLII xa^^.-ZT,
„ / Appresso questo sonetto apparve a me una mirabile
' visione, ne la quale io vidi cose, che mi fecero proporre
di non dire più di questa benedetta, in fino a tanto che
, io potessi più degnamente trattare di lei. E di venire
z < 5 a ciò io studio quanto posso, si coni' ella sa verace-
*■' /!:. ^1— ^-fflWte. Si che, se piacere sarà di colui , a cui tutte le
a ■ *3ff' c vivono, che la mia vita duri per alquanti anni,
io spero di dire di lei quello che mai non fue detto
£i2-^-~'47. non lo 'ntendo; Dante non intendeva come il suo pensiero
potesse rappresentargli la visione della sua donna beata, poiché tra-
scendeva l'umana facoltà; ma pur sentiva che si trattava di Beatrice.
XLII. — 1. una mirabile visione; è l'idea ancora indeterminata
e vaga del poema sacro, la quale Dante andò di poi precisando ed
elaborando con lunga meditazione e grande amore.
2. ne la quale vidi cose: nel quale concepimento ebbe gran parte
l'idea di sollevarsi, parlando di Beatrice, <m una regione più alta, che
non avessero fatto gli altri poeti; e perciò il proposito di non dir più
di lei fino a che non avesse determinato la materia e la forma del
suo poema.
4. E di venire ecc. Accenna Dante agli studi coi quali si pre-
parò a recare in atto il suo grande concetto di un poema che supe-
rasse tutto ciò che precedentemente era stato scritto per donna al-
cuna: e questi suoi studi, specialmente di filosofia, sono rappresentati,
come opportunamente osserva il D'Anc. , dalle canzoni del Convivio.
8. dire di lei quello che mai ecc. Il Witte crede che Dante si
riferisca specialmente a ciò che disse di Beatrice, chiamandola (Inf.,
n, 7G)
. . . donna di virtù, sola per cui
l'umana spezie eccede ogni contento
da quel ciel, che ha minori i cerchi sui,
r £
CAPITOLO XLII 209
d'alcuna. E poi piaccia a colui, che è sire de la cor-
tesia, che la mia anima sen possa gire a vedere la gloria io
de la sua donna, ciò è di quella benedetta Beatrice, la
quale gloriosamente mira ne la faccia di colui, qui est
per omnia saecula beneclictus. Amen.
e invocandola (Purg., xxxin, 115):
O luce, o gloria della gente umana
e anche (Par., iv, 118):
O amanza del primo amante, o diva.
Ma un accenno a questi epiteti particolari non si può ammettere in
una prosa scritta quando la Commedia era appena concepita; si che
migliore è l'interpretazione del D'Anc. che Dante voglia riferirsi al-
l'aver fatto di Beatrice, donna terrena, un simbolo altissimo di perfe-
zione e di beatitudine. Si potrebbe anche credere che la frase dire
di lei ecc. significhi: scrivere per lei un poema quale non fu scritto
per alcuna donna, un poema al quale avrebbero posto mano e cielo
e terra.
9. sire de la cortesia, dio, cosi chiamato in quanto è liberale
donatore alle anime de' suoi beni (cfr. Conv., iv, 20); nello stesso senso
il Petrarca (Canz., Italia mia,- 10) lo disse signor cortese.
Dante — La Vita nuova. 14
211
NOTE PER LA CRITICA DEL TESTO
Ho già avvertito (Not. sulla V. N., § 1) che fondamento alla presente edi-
zione fu il testo del cod. A, séguito scrupolosamente: non si per altro che dove
era manifesto errore del copista non si ricorresse ad altri testi e specialmente
alla lezione de'codd. BC. Per altro alcune particolarità del cod. A non furono
riprodotte, e ne darò notizia in queste note, perché gli studiosi a' quali potesse
importare abbiano maniera di ricostruirsi, per dir cosi, la sembianza del co-
dice. E prima dirò che a' passi latini , che troviamo sparsi nella V. N. , s' ac-
compagna in A ne' margini una versione, quasi sempre letterale, che non può
esser di Dante , sarà ma forse del copista, dimostratosi a più indizi persona cólta
di lettere. Raccoglierò qui coteste versioni, rimandando ai testi latini della
V. N.: i 18, Ecco idio più forte di me che rami uiene a signoreggiare; 24, Ap-
parite già la beatitudine uostra; 27, Guai a me misero imperò e' aspramente sarò
impedito da quinci innangi; ni 9, Io singnore tuo; vii 36, uoi tutti che passate
per la uia attendete e uedete s' egli è dolore similliante al mio; xn 15, Figluolo
mio egl' è tempo d' abbandonare l'idoli nostri; 23, I' sono né più né meno come 'l
meggo del cerchio che ssimilgliantemente le parti si congiunghono insieme e tu
non se' 1 cosi; xm 15, I nomi sono quelli che seguitano le cose; xxiv 29, Io sono
boce che grido nel diserto, apparecchiate la uia di dio; xxv 56, O tu Eole; 57,
O reina che pensi, la tua fatica è di piangere che cose di comandamenti mi si
conuiene a pigiare; 62, Tu Roma dèi molto usare le cittadine armi; 67, seien-
gia dimmi l'uomo; 70, Io ueggio le battalglie che ssi apparecchiano contra me;
xxviii 1, De come siede sola la cittade piena di popolo donna di genti facta
quasi uedoua.
Ancora: il codice ha certe particolarità ortografiche comuni ad ogni scrit-
tura del sec. xiv, inutili a riprodurre in una stampa che non abbia un inten-
dimento speciale filologico: tanto più che coteste particolarità non sono molte
né molto osservabili. Per es. il cod. A, mentre ne' più dei casi tiene distinta
la preposizione dall'articolo determinato, qualche volta usa la prep. articolata
(es. della, netti o innelli ecc.), che io risolsi sempre ne' suoi due elementi.
Spesso congiungendosi due parole, avviene un raddoppiamento nella consonante
jniziale della seconda, come che-ssi, che-mmi, si-mmi, che-ssiano, a-llui ecc.;
o un'assimilazione: illoro (in loro). Non di rado le forme dei verbi composti
R)
212 NOTE PER LA CRITICA DEL TESTO
con ad-, in-, ecc. non presentano il raddoppiamento: es. (iteriate, aparue,
inamora; 1' esito del gruppo dj seguito da voc. è per lo più rappresentato da f :
es. meco; e quello di nj tra voc. da -ngn- es. auengna, insengna, sengnor- ecc.;
per i gruppi -et, pi- qualche volta non si procede all' assimilazione o alla di-
gradazione e perciò si ha decta, exemplo ecc. Tutte queste forme che non rap-
presentano caratteri propri della lingua di Dante ridussi alle comuni, e fuor che
in questa riduzione mi attenni sempre al codice.! I luoghi dove me ne scostai,
ricorrendo alla lezione di altri testi, sono i seguenti:
Proemio, 5. A: asemprarle; ma la ripetizione del pronome qui non pare
da ammettere.
Cap. I, 16. A: sacretissima; tutti gli altri codd. hanno la lez. del testo. -
25. A: lo spirito nostrale; vedasi la nota allo stesso cap. I, 15. - 48. A: onde
nascono questo e uero; l' errore materiale è corretto dagli altri codd.
Ili, 41. A: In ciò che; e cosi hanno più altri codd.: ma essendo qui
espresso un rapporto finale, parve necessaria la correzione già introdotta dal
Torri, la quale è già in alcuni mss. - 55. A: significo chessi dee.
IV, 12. A: imperò che; e cosi altre volte: ma però che è la forma usata
più spesso nella V. N. e attestata anche in questo luogo dagli altri codd.
V, 18. A: al mio; errore manifesto.
VI, 9. A: non aurei; che si può anche risolvere in no n'avrei.
VII, 10. A: ostale. - 27. A: d un amoroso; si è tolto l'art, un, intralasciato
già negli altri codd., perché altrimenti il verso crescerebbe d'una sillaba.
Vili, 14. A: sonetti li quali: lez. che si potrebbe mantenere, se dopo si
avesse cominciano. - 45. A : Esse di grazia ti vuoti far mendica ; cfr. nel com-
mento la nota a questo verso. Che si debba leggere E s' io è confermato dalla
divisione, nello stesso cap. vili, 66. - 56. A: canosciute; arcaismo, già smesso
a' tempi di Dante (cfr. Caix, Le orig. della lingua poet. § 51).
IX, 31. A: disse; cfr. nel son. dello stesso cap. ix 46 e presi di lui si gran
parte ».
X,'S. A: Voce; cosi qui e altrove: ma in Dante è per lo più conservata
la base etimologica lat. ; cfr. Caix § 178. - 9. A: distruggitore; ma riferendosi
a Beatrice, non poteva esser dubbia la scelta tra questa e la lezione vulgata.
XII, 70. A: si come; ma il farla del v. 72 presuppone che sia espresso
dinanzi un rapporto condizionale. - 76. A: voi; e cosi altrove, senza riguardo
alla corrispondenza della rima (: lui). - 82. A: colore; ma core hanno quasi
tutti gli altri codd., e cosi richiede il senso e la misura del verso. - 85. A:
chen noi servire lan pronto omne p. ; cfr. la nota nel commento , e anche un
art. filologico nel giornale II Baretti, 1883, n. 8.
1 Una nuova collazione della stampa col manoscritto, mi permette di cor-
reggere alcuni pochi passi del testo ne' quali è incorso errore; leggasi adunque:
i 36, molte volte; vii 10, acciò che; 13, sonetto, che comincia:; vili 13, ched;
34, s'acconc; ix 33, sonetto, il quale comincia:; 49, com'io; xn 22, e perché;
55, anzi ch'io; 79 hieltate; xv 43 , le sono; xvn 6, matera nuova; xx 9, so-
netto , lo qual comincia:; xxi 7 , sonetto , lo quale comincia : ; xxm 81 , E avegna
ch'io; 144, trestizia; 184, come; 194, foe; xxiv 37, sonetto, lo quale comincia
cosi: ; 62, e la seconda comincia; xxvi 27, il quale; xxxm 21, E questa è la
canzone, che comincia:.
NOTE PER LA CRITICA DEL TESTO 213
XIII, 5. A : quanto che ingombrassero più ecc. E lezione evidentemente er-
ronea, ma che conserva forse un ricordo della primitiva, se questa è quella di
C e d'altri codici : quattro mi pareva che ingombrassero ecc. - 50. A : disdegno.
XIV, 13. A: disposta. - 24. A: altre; cosi qui e altre volte, forse per ri-
cordo della vocale etimologica lat. {alter). - 35. A: potremo. - 47. A: potrè;
invece di può ire: ma forse il prototipo aveva poire = po' ire, e fu scam-
biato i con t. - 70. A: fore; e per corrispondenza dirima attore: ma l'inesat-
tezza dello scriver la prima parola ha tratto seco anche quella della seconda.
XV, 30. A: vede; ma il senso e la corrispondenza della rima (: ancide)
esigono il perfetto vide. - 34. A '• lo qual ; è da riferire a pietà e perciò mi-
gliore è la lez. la qual introdotta nel testo, sull'autorità di altri codd.
XVIII, 16. una manca in A, ma è negli altri codd. - 24. A: la fine; la
vera lez. è suggerita dal passo parallelo in questo stesso cap. xvin , 19. -
26. A: la beatitudine delfine; cfr. la nota nel commento.
XIX, 71. Voi manca in A. - 79. A : adornata; ma il verso richiede in fine
una parola trisillaba. - 111. Alcune edizioni leggono vertudi effettive, e cosi
hanno piti codici. Anche in A dopo vertudi si legge effdue, che non saprei
risolvere in effettive. È certo che il luogo era già guasto ne' piti antichi esem-
plari, poiché p. es. nel cod. a si legge virtudi effezioni, che non ha senso. Del
resto la lez. del testo rappresenta la vulgata , della maggior parte dei mss. e
delle stampe. - 128. A: ancella le altre; da risolvere forse ancelV a le altre.
XX, 18. A: poi; cfr. la nota rispetto al voi del cap. xn, 76.
XXI, 26. A: de la sua bontà; che la lez. degli altri codd. sia la vera è
confermato da ciò che si legge in questo stesso cap. xxi , 42. - 31. A : virtuo-
samente fue gentile tutto ciò che fece.
XXII, 3. A: chi era stato tenitore ; lez. sconfessata da quella concorde degli
altri codd. - 9. a buon figliuolo, e da' buon figliuolo a buon padre , mancano
in A, per una svista del copista, facile a spiegare: poiché e' passò dalla parola
padre a quelle che seguivano la stessa parola ripetuta poco dopo; ed è er-
rore frequente negli antichi mss. - 16. A: si raunarono a cotale ecc. per un
facile scambio col raunarono seguente. - 68. A: tornavano ; ed è lez. che po-
trebbe anche difendersi, contro la comune degli altri codd., né senza esempì
degli scrittori antichi.
XXIII, 1. A : ciò die per pochi ; meno strana la vulg. ciò per pochi : ho ac-
colta nel testo la lez. di Z, seguendo l'esempio dei piti recenti editori. - 59. A:
mi parea tornare; certo per confusione colla stessa frase della riga prece-
dente. - 82. A: amovimento. - 96. A: uìsione. - 104. A: piangea (: via). - 136.
A: canoscenza; cfr. soprala nota al cap. vili, 55. - 139. A: vidi donne; errore
manifesto. -163. A: quandio la vedea scorta. -179. A: beata an. bella chettivede.
XXIV, 54. A: allegro nel mio cuore da lunga parte; cosi hanno anche al-
tri codd. , e si potrebbe forse sottilizzando difendere questa lezione. La vulgata
è più naturale.
XXV, 26. A: se volendo. - 60. A: nel secondo; e cosi hanno gli altri codd.:
ma la citazione è dal ni libro dell'Eneide.
XXVI, 25. quello manca in A. - 36. A : mostrarsi. - 53. A : tra laltre donne.
- 67. che manca in A.
XXVII, 20. A: die fa li miei spiriti gire parlando : la correzione li spirti
miei si è dedotta da altri testi per avere un verso di miglior suono, sebbene
214 NOTE PER LA CRITICA DEL TESTO
anche il verso di A letto cosi : die fa li miei \ spiriti gir \ parlando possa esser
difeso coll'esempio d'altri rimatori antichi. Ma questa della costituzione ritmica
dell'endecasillabo, nella poesia anteriore al cinquecento, è questione non an-
cora affrontata da alcuno; e pur meritevole di diligente studio.
XXXI, 65. A: benigno (: ingegno): cfr. Caix § 32. - 68-69. La lezione di
A è confermata da B e da altri codd. - 80. A: mi vien ben fiso; e cosi altri
testi: ed è lezione da non trascurare, perché con essa si verrebbe ad ottenere
una bella corrispondenza di pensiero col giugnemi del v. seguente. - 90. A:
maudisse; cfr. la nota nel commento.
XXXVII, 10. fate manca in A.
XXXVIII, 1. A: Ricontai; e altri testi hanno Ricoverai. La lez. Recommi
è in C, e in altri codd.
XXXIX, 3. A: questa gloria Beatrice. - 21. A: sonnelato; svista del co-
pista, che ormai non intendeva più la parola arcaica del testo.
XLI, 35. A : divisa.
XxAyk C ' fr/?r^ n, U^- Ljy^ yjj
H 215
^^.^J^.3dJ. 7 . f.ij ,o. ^ iZ. Si-li- y^^.^^^.l^ Zj.lt, /i.^,i )k
NOTE METRICHE
Le poesie inserite da Dante nella V. N. (25 sonetti, 4 canzoni, 1 ballata
e 1 stanza) sono le seguenti:
/, A ciascun' alma presa e gentil core (son. i; cap. ni)
2, Amore e '1 cor gentil sono una cosa (son. x; cap. xx)
3, Ballata, i' vo che tu ritrovi Amore (ballata; cap. xii)
f. Cavalcando 1' altr' ier per un cammino (son. v; cap. ix)
J, Ciò, che m'incontra ne la mente, more (son. vili; cap. xv)
6] Color d'Amore e di pietà sembianti (son. xx; cap. xxxvi)
7. Con l'altre donne mia vista gabbate (son. vii; cap. xiv)
(f. Deh peregrini, che pensosi andate (son. xxiv; cap. xl)
9. Donna pietosa e di novella etate (canz. n; cap. xxm)
/q. Donne, ch'avete intelletto d'amore (canz. i; cap. xix)
II. Era venuta ne la mente mia (son. xvm; cap. xxxiv)
/}. Gentil penserò, che parla di vui (son. xxn; cap. xxxvm)
/$• Io mi senti' svegliar dentro lo core (son. xiv; cap. xxiv)
IU- L'amaro lagrimar che voi faceste (son. xxi; cap. xxxvn)
//. Lasso! per forza di molti sospiri (son. xxm; cap. xxxix)
/&• Li occhi dolenti per pietà del core (canz. ni; cap. xxxi)
/>. Morte villana, di pietà nemica (son. iv; cap. vili)
/<P- Ne li occhi porta la mia donna Amore (son. xi; cap. xxi)
/f- Oltre la spera, che più larga gira (son. xxv; cap. xli)
f<?. O voi, che per la via d'Amor passate (son. n; cap. vii)
2-i- Piangete, amanti, poi che piange Amore (son. m; cap. vm)
1 ^Quantunque volte, lasso! mi rimembra (canz. iv; cap. xxxm)
%i. Se 1 tu colui, e' hai trattato sovente (son. xm; cap. xxn)
l,u- Si lungiamente m'ha tenuto Amore (stanza; cap. xxvn)
^.Spesse fiate vegnonmi a la mente (son. ix; cap. xvi)
Ì-C Tanto gentile e tanto onesta pare (son. xv; cap. xxvi)
11. Tutti li miei penser parlan d'Amore (son. vi; cap. xm)
- if. Vede perfettamente ogne salute (son. xvi; cap. xxvi)
1 4f. Venite a 'ntender li sospiri miei (son. xvn; cap. xxxn)
•jo. Videro li occhi miei quanta pietate (son. xix; cap. xxxv)
j/.Voi, che portate la sembianza umile (son. xu; cap. xxn)
216 NOTE METRICHE
I sonetti sono di due specie, comuni e doppi. I 23 sonetti comuni presen-
tano i due tipi soliti per le quartine; poiché alcuni le hanno a rima baciata
(ABBA.ABBA) e sono i son. i, m, v, vi, vii, xi, xii, xiii, xv, xvii, xviii, xix,.
XX, xxi, xxil, xxiii, xxiv, xxv; altri invece le hanno a rima alterata (ABAB.
ABAB) e sono i son. vili, IX, x, xiv, xvi. Per le terzine tre soli le hanno a
due rime, il son. i cosi: CDC.CDC; e i son. xii , xm (i quali, si noti, sono
uguali anche nella disposizione delle quartine, perchè t'ormano quasi una ten~
zone) a rima alternata cosi: CDC.DCD. Tutti gli altri hanno le terzine a tre
rime, o replicate semplicemente: CDE.CDE, come i son. vili, ix, x, xiv e xvi;
o invertite: CDE.EDC, come i son. in, v, vi, vii, xi, xv, xix; oppure, e
questi sono la maggior parte, a rime ripetute coli' inversione delle due prime :
CDE.DCE, come i son. xvn, xviii, xx, xxi, xxn, xxiii , xxiv, xxv. I due
sonetti doppi, pur essendo fatti secondo lo stesso principio di intromettere un
settenario dopo ciascun verso dispari delle quartine e dopo ciascun verso pari
delle terzine di un sonetto comune, sono differenti: perché lo schema dell'uno
(son. li) fu foggiato sopra un sonetto colle quartine a rime alternate e le ter-
zine a due sole rime e riusci cosi : AaBAaB . AaBAaB . CDdC . DCcD; men-
tre lo schema dell'altro (son. iv) fu foggiato sopra un sonetto colle quartine a
rima baciata e le terzine a due rime alternate e riusci cosi : AaBBbA . Aa *
BBbA . CDdC . CDdC.
Le canzoni sono della forma seguente : la i di cinque stanze, l'ultima delle
quali fa da commiato e tutte seguono lo schema ABBC . ABBC . CDD . CEE ;
- la il di sei stanze che seguitano lo schema : ABC . ABC . CDdE. e CDD ; -
la ni di cinque stanze e di un commiato: le stanze seguono lo schema: ABC.
ABC. CDEe . DEFF , e il commiato non corrisponde ad alcuna parte della
stanza ed è anzi una stanza più piccola con questo schema : GHhlIH ;- e final-
mente la quarta è di due sole stanze con lo schema: AbC . AcB : BDE e DFF;
e si noti che nei versi 9° e 13° della l a stanza, forse casualmente o per amore
di una certa risonanza non voluta assoggettare a una legge metrica determi-
nata, è ripresa all' interno la rima del verso precedente.
La stanza (cap. xxvn), che non è altro che l'elemento costitutore della
canzone usato come componimento speciale, ha questa forma : ABBA . ABBA.
CDdCEE; e se non avesse un settenario alla ll a sede sarebbe un vero e
proprio sonetto.
La ballata (cap. xn) è formata di una ripresa : ABBA, e di quattro stanze
cosi rimate : CdE . CdE . EFFA.
217
GLOSSAEIO
(L'asterisco segna i luoghi dichiarati nel commento),
abitudine xxix 15*.
accidente xxv 7, 49.
acciò che (causale) vii 10, xiv 87,
xv 47, xxii 40, xxxin 10; (finale)
vili 34, x 3, xix 87, 122, xxv 72,
xxvi 24, xxviii 24, xxx7, xxxi
8, xxxn 7, xxxviii 5.
accolta xxxv 9.
addivenire vi 11, xvi 15, xxv20,21.
adoperare vm 22, xxi 45, xxvi 14,
50*, xxvn 5, xxix 15.
aitare xvi 27.
alcuno i, 46*, vili 36, x 10, xn 20,
35, xxn 19, xxm 82, xxv 71,
xxxix 26.
allegranza vii 32*.
alma in 39, xx 13.
amaritudine xxxvm 14.
amistade xxn 8, xxxn 2.
ammonimento xxm "82*.
ancidere xiv 70, xv 33.
aunoale xxxiv 13*.
aperto xxxvm 31.
apparimento n 2.
apparita in 28, xn 54, xxxv 23,
xxxvm 4.
appartenersi xu 107.
apparuto in 31.
appoiarsi xv 28*.
appresso di v 10, xm 1.
aprire xxv 52.
Arabia xxix 1.
are xxm 148.
assembrare xxxm 25*.
assemprare proemio 5*.
astioso xxxm 34*.
astrologa xxix 14.
attendere vii 15, xn 20, xvm 22»
xxn 25.
atterzate ni 43*.
audienzia xiv 59*.
audire vii 17, 38, xn 69.
augelli xxm 148.
avante xn 94.
avanzata xix 74.
avere: have vii 25;haexxxvnl9;
avemo xxn 33, 36;averai xn 75,
aviano xxix 18; aggie xn 102;
averei xxn 43, 71; avrestù xvm
40; abbia (s') xli, 21*.
avvegna che i 39, ix 4, 50.
avvenente vm 27.
baldanza i 41*, vii 26, xiv 68, xxv
72.
bassare xxi 12.
battaglia xv 11*, xxxvn 15.
Beatrice i 5, v 13, 24, xn 33, xiv
26, xxn 4, 17, xxm 76, xxiv 18,
24, 31, xxvm 8, xxxi, 46, 86,
xxxix 3, 13, xl 54, xli 49»
xlii 11. Bice xxiv 46.
beltate xiv 64.
benedicere xxiv 8.
benegno xxxi 65.
benignitate xxxi 51.
bestemmiare xxxvn 4*.
bieltà xix 66, -ate xn 79, xx 18,
xxxm 45, -ade xxiv 14, 16, 36.
blasmare vm 44.
218
GLOSSARIO
Contate vii 20, -de xxn 10.
brevitade xxvi 9.
brieve ix 4, -mente xvn 8.
cammino ix 16*, 34,- x 3, xn 35,
xm 20, xix 1.
campare xvi 25.
capacitade xi 21.
caritade xi 3.
cattivella xxxi 11*.
centinaio xxix 8, 10.
certamente xxxu 8*.
ched xvi 1, xix 3, 5, xx 3, xxiu
69, xxx 1, xxxviu 33, xl 20.
cherere xm 34; onesta xn 75.
chiave vii 19*, xn 93.
chiamare xxm 52, 99, 110, xxvn
21, xxxi, 86, 87, xxxiii 31.
chiosatore xxvn 20.
chiusamente xxm 197*.
circundare xiv 23.
cittade vi 6, vii 3, vm 4, ix 3,
xiv 14, xix 12, xxu 15, xxx
4, xl 6, 17, 20.
clamare xix 31*.
colore (retorico) xxv 77.
cominciamento xvi 36, xix 12, xxm
17, xxx 6, xxxiv 15, 27.
comprendere xn 41*, xxvi 16*,
xxxvn 17, xxxix 34.
conchiudere xxn 41, xxxv 19*.
conoscere: -scemo xl 14, -scia
xxiv 41.
coralmente xxn 77.
core (pensiero) xm, 18*.
corona xxxix 46.
coronata xxvi 9.
corpora xxm 57*.
corporale xxv 5.
corrente ix 16.
cosette v 22*.
costanzia xxxix 11.
cotanto xvm 37*.
covrire xxm 47, 164.
e ri are xv 34.
crucciarsi xxxvn 3, -ati xxm 137.
cruccioso vili 49*.
crudelitate xxxm 39.
da.. . .a xxn 9*.
dare xxvi 37.
davante a xn 60.
debile xxm 9.
degnare in 14*, xm 37*.
denudare xxv 78.
deo vii 24, xxxvni 10.
desio xxxvni 15.
desire xxxvm 57
destrutto xxxiv 40*.
devenire xxvi 30.
dicere xix 95, xxxi 93; -ero xvn
8, xxxi 43; dichi xn 40, xvm
35 xix 77.
dicitori xxv 18. 19, 39, 50.
difensione ix 23*.
difesa vii 4, ix 4, 20, x 4.
difettivamente xxvi 5*.
difinita vni 64.
die : sing. xn 55; xxiv 2, 24, xxxix
2; pi. ix 1, xxxix 10.
dignitate vii 24*, -ade xxx 3.
dimorare ni 20*, vii 28, xvm 26,
49, xxn 29, xxm 127, xxxvm 48.
dinanzi da xvm 10; -ched xxm 188;
-a proemio 1.
dipartire xxn 28.
discacciato xiv 44, xxxix 11.
dischernevole xv 4.
disciolte xxm 142*.
discolorato xvi 12.
disconfiggere xvi 17.
disconfortare vii 5.
disconsolato xxxi 107, xxxn 22.
discovrire vm 55, ix 51.
disfogare ix 8, xxxi 2.
disiderare xv 58, xix 129, xxm
55, xxxix 23.
disiderio xv 13, xvm 50.
disignare xxxi 31.
disirare xli 41.
disire xxxi 55, xxxm 38, xxxix 43.
disnore xn 72*.
disponsata i"30*.
dispogliata xxxm 3.
distendersi xiv 20.
distretto xxxn 4, xxxm 4, 16.
distrutto iv 15*, xxxvi 21.
dittare xx 11*.
dittatori xxv 39.
divenire xv 20, 38, xxm 93, -ver-
na xix 52.
diversitade xm 45.
diverso xxm 21.
divisione xiv 75, xix 15, 131, 133,
137, xxm 96, xxvi 43, 51, xxxvn
24, xli 36.
divolgata xx 1.
doglia xxxi 68, 88.
GLOSSARIO
219
doglioso vili 42, xxxiv 45.
dolzore xiii 32.
domandati-Ice xxi 27,
Domini (anni) xxix 7.
donare xvi 20, xix 55.
donna xxiv, 14*.
dovere: dèi xix 86, xxm 53,170,
172, xxiv 9; deono xxv 74.
dormire: -iaxxiv39, -endo,m49*.
dottanza vii 29*.
dubitazione xxv 2, xxxvn 22.
dubitoso xiv 86, xxm 139, -amente
in 20*.
duolo xxm 176*.
durare xxm 10, 126.
ebrietà xv 28*.
«eco che xv 6.
«Ili: sing. hi 16, 62, ix 13, 46, 50,
52, xi 11, xn 78, xix 138, xxm
117, 147, xxvi 13, xn 17, 41; pi.
xxxiv 7, xxxvi 23, xxxix 50,
xli 15, 19.
elio xxxvn 18.
entrata xxx 8
entro in xxm 75, xxxiv 37*.
eo xn 91.
Eolo xxv 55.
erranza xm 38.
esemplo i 48, xv 44 xl 3.
•esperto xxvi 8.
essere: fue m 29, 57, 58, 61, 63,
v 8, vi 7, vii 11, vili 30, xn 31,
xviu 24, xix 125, xx 1, xxn 13,
xxm 45, xxiv 57. xxvm 7, 27,
xxix 9, 21 28, xxx 1, 12, xxxi
22. 51, 73, xxxu 2, xl 38, xlii
8; fuoro n 1, xiv 26, xvn 2,
xxm 103, xxv 30, xxxix 27;
fuoron xxm 133 ; sie xxm 76;
fosse (l a p.) xxxv 2; fossi (3 a p.)
xi i 90, xxu 12.
esso xxn 37.
esto in 50, xn 74, xxxi 58.
etade xxxix 6.
eternale xxn 5.
fabuloso i 46*.
fare: foe xxxi 21; face xx 23, xxvi
58, xxxi 50, xxxv 35, xxxvm 50;
fae xxvm 19; facia xxxiv 38;
facesse v 23*.
farneticare xxm 191.
farnetico xxm 16.
fattore xxix 25.
fede (in) xxm 174*.
fedele (d'Amore) m 36*, vii 35, vm
32, xn 8.
fellone xxxvn 32*.
ferire: fere xiv 69; feron xix 68.
fermamente n 13*.
fermata xn 84.
fiata il, vii 23, vm 11, xn 18,
xvi 19, xxxvi 3, 22.
Figliuolo xxix 26.
figura in 4, xxxv 23*.
finire xix 19*.
fioco xxm 150*.
fiso xix 72, xxxi 80.
fora xxm 136 ; -ore vm 20, xxxiv
41, xxxv 4; -ori xi 9, xxxvi 8;
-or vii 32, xix 64, xxvn 21,
xxxiv 43; -uora vm 24.
forte (agg ) xv 2*, xxvi 13, xxxix
2 ; (aw.) xiv 34, xv 8, xxm 102,
xxxi 74, xxxin 30, xxxvi 20,
xxxvn 36.
frale xxm 125, xxvn 17; -aile
iv 4*.
gabbare xiv 39, 52, 61, xv 51.
gabbo xv 33.
gaia vm 30, 53.
Galizia xl 37.
Geremia vii 36, xxx 6.
Gesù Cristo xl 3.
giorno (lo, il) m 13*, v 15*, ix33*,
xiv 13.
Giovanna xxiv, 15, 27.
Giovanni xxiv, 28.
gioven^udine i 46*; -tute vili 53.
girazione i 3.
gire m 52, xn 68, 108, xv 37,
xix 78, xxvn 20, xlii 10; giva
xxm 134; già ix 16, xix 2; gia-
no xxn 26; girai xix73; gioxxu
5; gita xxxi 44, xxxu 29.
giugnere: giugnea xi 3; giugni
xix 77.
Gi uno xxv 54.
giuso xxix 15.
gloriare xxvm 5*.
gloriosamente xxm 39*, xl 5,
xlii 12.
governato iv 11*.
gravitate xl 50.
graziosa vm 4, xxvi 68.
Grecia xxv 21.
220
GLOSSARIO
gridare xrx 37*.
grosso xxv 30, 73.
guatare xix 69.
guardare xx 31.
guerire xvi 29.
Iacopo (Sa') xl 32, 37.
ier (l'altr'-) ix 34*.
imponitore xxiv 22.
imposto xxiv 17.
incierchiare xxxix 46.
incontanente xxn 28.
incontrare xv 22*.
indifensibileuiente xni 4*.
indifinita viii 63, xxni 182.
indizione xxix 6.
inducete xxi 32.
infermi tade xxm 2, 66, 92.
infolgorare xiv 34*.
innotificare xvm 39.
insegna iv 13*.
intendimento proemio 5*, v 22,
vii 39, viii 62, xvm 40*.
intentivamente m 12*.
intento xix 90*.
intollerabilemente xxm 6.
intra xxi 26.
intramettetsi xvn 35*, xli 36.
in vèr xxiv 47.
invidia iv 6*.
invilita xxxi 97.
ire ix 3.
ismorire - vedi smorire,
isvegliato in 26.
labbia xxvi 39*. xxxi 99, xxxvi 18.
lassare xxm 109, xxiv48,xxvi 44.
lasso (a°;jj\) xxxu 26.
lasso (esci.) xxxm 22, xxxix 39.
lauda xix 19.
laudabile i 37.
laudare vm 24, xxvi 32, 46.
laudatore xxvm 18.
leggeramente in 11*, ixl2*, xn72,
xin 18, xix 28.
leggero xxm 10, 126.
leggiadro vii 25*.
levate: levòe xxxix 1,
libello proemiob*, xn 116,xxv72,
xxvm 12.
lien (gliene) xxxix 49.
lievi xix 122.
litterati xxv 22.
locale xxv 10.
localmente xxv, 10.
loco xxm 141, xxiv 47, xxxi 62.
loda v 26, xvm 46, xix 79, xxi 2,
xxvi 22.
Lucano xxv, 61.
lunga xxiv 55*.
lungo xn 11*, xxm 64, xxxiv 5.
lungiamente xxvi 11.
madonna m 49, xn 76, 83, xvm
23, xix 45.
magione xiv 15*, xx 15.
maladetti xxxvn, 11.
malnati xix 43.
mantenente ni 26*, v 16.
maravigliare iv 6.
maraviglioso in 2, -amente vi 10.
martiri xxxvm 60, xxxix 46.
matera vm 42, xm 36*, 47, xvn
6, xvm 45, 48, xxn 44, xxv 35.
membrare m 46.
menare : merrànno xix 84*.
mendica vm 45*.
menimi i 17*.
meo ni 48, xli 39; mi' i 16.
mercede xvm 28, xxm 180; -zede
xix 37, xxvi 55, xxxi 101.
meritata n 9*.
merlare vm 57.
meschino ix 38*.
mestiere xn 52, xiv 78, xxm 57*.
mirabilemente xxi 6, xxvi 14,77.
monna xxiv 46.
morire: morio xl 7; morràti xxm
138; mora xxm 130; moia xv 29,
xxm 14; morria xix 52.
mostrare: mosterra xxiv, 24*.
narratòri xvn 2.
nascimento i 1.
nascoso xxn 28.
nebula ni 3*.
nebuletta xxm 38.
necessità (di) xxm 13*.
neente xl 49.
negare: negòe xxn 2.
neuuo i 42, xi 2.
nobilita xix 113, xli 3; -iltate
vii 21 ; -iltade xn 22.
noia xn 36*, 90.
noioso xn 38, xxxm 29.
nota xn 96.
notricare vm 50.
novella xxm 151.
GLOSSARIO
221
movo ix 45, xiv 63*, xv 1, xix 62,
xxt 21, xxm 109, xxxvm 1;
-elio xxm 97*; -issimo xvm20.
•nudrimento i 26.
nui xxii 74, xxxvm 54.
nullo xxii 8, xxv 10, xxvi 57.
o' (ove) xix 72.
obumbrare xi 15*.
oco (lingua cT) xxv 27*.
ogne vii 19, xn 85, xix 50, xxi
16, xxvi 30, 52, xxxi71,xxxvn
33; onne ni 44, 60.
oi xxm 61, xxxn 21, xxxvn 28,
xxxvm 55.
•oltremare xl 35*.
Omero i 38, xxv 66.
•omo xx 23, xxm 150, xxxi 98,
xl 55.
onestade xxvi. 5.
operate xvin 40.
•Orazio xxv 63, 65.
orranza vin 25.
•osare xx 12*.
oscuri tade xn 29.
ostello vii 19*.
ottobre xxix 5.
Ovidio xxv 67.
palmieri xl 35*.
Padre xxix 26.
parere xxvi 28*.
pargoletto xn 9.
parlare xn 115; parlóe xxv 55.
parte (in) v 2, xiv 2*, xxxiv 3, xxxv
2, xl 10 ; p. (da la) xix 110*.
partire: partia xxxiv 42, partio n
16, xvm 42, xxix 2, 3, 6, xxxv
15, xxxix 18.
partita vii 7, xxvm 9, 23, 26,
xxxi 23.
parvente in 41*.
pauroso in 5*.
paventare xxm 30.
paventoso in 51.
pensamento xni 3, xv 2, 17, xxxv
3, xxxix 12.
penserò xin 42, xix 50, xxi 16,
xxm 7, 129, xxxi 72, xxxvm
47, xxxix 47, xli 12.
pentère xxxix 9.
peregrino ix 12, 37, xl 5, 29*, 36,
xli 15, 16.
persona xxxi 60*.
pesare iv 5*, xxxvn 9*.
piacente xxvi 36*, 61.
piacere ix 45*.
piano xix 76, xxvi 42*, xxxvi 11.
pietate xxm 100, xxxv 22; -ade
xni 49, xxii 23, 60, xxxv 12,
xxxvn 30.
pietosamente vin 6*, xn 19, xxn
17, 33, xxm 33, xxxi 13, xxxv 8.
ping j re : pingea xi 9.
pinto xix 71.
pintura xiv 23*.
pistola vi 7.
plorare vili 18.
poetria xxv 67.
porpureo xxxix 25.
porre (ponessi di dire) xv 19.
possessioni xiv 45*.
postutto (al) xxvn 19.
potere: pui xxn 79; puote xvm
29, xxi 46, xxv 71, xxxv 16,
xli 20; poteo in 25, vm 8; po-
tettero xxm 80; poria iv 13,
xiv 65.
potestate xm 30.
pregherò xn 89.
prego xn 99, xxxn 11, -iego xli 6.
presente (a) xxvm 8.
pria xn 67.
prima xxxix 5*.
Primavera xxiv 17, 21, 23, 50.
procacciarsi iv 6.
produtti xx 30.
pronto xn 85.
propietà vin 56.
propio i 3, vm 60, xin 13.
propinquare xvi 14.
propinquitade xiv 28.
propinquo xi 7, xl 15; -issimo
xxm 71.
proponimento xxvm 3.
prosa xxv 52.
prova xiv 66*.
pugnare xvi 11.
pui xx 18, xxxi 43, xl 53.
quanto a in 6, ix 7, xn 13, xvm
48, xxxv 9; -da vi 2, xix 110;
in- xv 8.
qualitate xli 18; -ade xli 25; -à
xvi 20, xxxi 49*, xxxv 27*.
quantunque xxxm 14, 22.
quelli: sing. in 58, 62, iv 11, xn
23, 45, xv 46.
222
GLOSSARIO
raccendimento xxxix 21.
radice xxix 22, 30.
ragionare v 19, ix 25, x 5, xn 31,
34, 62, 98, xix 20, xxn31, xxm
118, xxvi 1, xxxi 63, xxxviii 49.
ragi o ne xxxv 20*, xxxvi 1 2, xxxvn
25, xxxix 34, 38, xl 42.
ragliai dare xn 19.
rassembrare xiv 63.
raunare xiv 3, 11, xvm 3, xxn 16.
recordare xli 49.
redurre xxi 34.
redundare xi 21*.
reguardare xix 61.
rei xxxn 24.
reina v 2, x 10, xxvm 6.
remanere xn 97, xiv 71, xxxi 34.
rescrivere ni 41.
respetto xix 28.
restate xl 51 ; r. (aver) xxxvn 13.
resurressiti xiv 44.
retrarre xxxix 29.
retrovare xn 67, xix 70.
reverenzia xxvm 7.
ricogliere ni 23*.
ridere: ridia xxiv 43.
rilevarsi xxxvin 12*.
rima xxi 1, xxiv 34, -(arte del
dire per) in 34; -(cosette per)
v 21 ; -(dire per) xn 41, xxv 24;
-(dicitori per) xxv 24, 40.
rimare xxv 77, 81.
rimate (parole) xxxix 32, xn 2.
rimatori xxv 44.
ripensare xxxvin 8*.
ripigliare xvn 6.
riprensione xv 19, xxn 44.
risibile xxv 15.
risomigliare xxn 75.
risponditore ni 58.
risponsione ni 54, xi 6, xvm 23,
xxn 48.
ritornata x 1*.
rivenire ix 20.
ritrarre xv 16.
Roma xl 39.
romei xl 39.
rotto xn 53.
rubrica proemio 3*.
saggio xx 11*.
salute in 13*, vin 57, xi 2, 14, 19,
xn 31.
sanguigno i 13, in 11, xxxix 4.
sanguinità xxm 71; -ade xxxn 4.
sanza i 43, viii 5, xn 6, 50, 106,
xx 13, xxv 51, 74, xxvm 22,
xxxvi 11.
sapere v, 19: sae xxvi 14; sapemo
xxv 80; sappiendo xiv 6.
savere xiv 65.
schermo v 17, vi 2.
sconfitte xvm 5.
scorta xxn 84.
sdonneare xn 94*.
secolo ii 9*, vm 51, xxm 32, xxx
1, xxxi 92, xxxn 30, xxxm 29.
securtate xiv 68.
sed xn 78, 87, 88, xn 21, xix 5.
segnore x 2, xn 57, 62, xix 36,
xxiv 44, xxv 55, 57, xxvi 14.
segnoreggiare i 29, 41, ix 10.
segnoria xxvn 12. ,
seguitare xn 57*.
sembiante xn 100.
sensibilemente xxvi 25.
sentenzia proemio 6, ni 58, xiv
76, xxxix 34.
sentire : ni 32*; sentio v 9.
sepultura xl 37.
serventese vi 8*.
serviziale xix 91*.
sfigurate xxn 64.
sguardare v 6*.
si (intensivo) m 24. vi 2.
si (lingua di) xxv 27.
sicurtade i 31.
significare in 55.
simigliantemente xvm 15.
similitudine xxix 21.
simulacro, xn 16.
simulatamente xiv 22.
sire vi 7, xix 32, xx 14, xxn 2,
xxxi 54, xlii 9*.
Siria xxix 3.
smagato xn 86*, xxm 133*.
smorire xxi 12, xxvn 18.
sofferire: sofferse vi 11; sofferite
xix 40; sofieriate vii 17; soffe-
rmo vii 38; soffrisse xix 51.
sofficiente xxvm 14.
solingo n 16*, xn 3.
sollenato xn 5*, xxxix 21*.
sollicitare vm 32.
solvere xn 116, xiv 84, 86.
sommosso xxxv 32*.
sono xn 73, xxxm 35.
soperchio (di) xiv 89.
GLOSSARIO
223
sopporre xm 43*.
soprastare i 45*.
sostenere ni 26, vin 8, xvin 19.
soverchievole x 8.
speme xix 41.
spera xli 37*.
spezialmente i 23, xxv 14.
spiramento xxxvin 15*.
spiritale xxxui 43.
spiritello xiv 33*, xxxvin 56.
Spirito santo xxix 27.
spirto xvi 25, xix 68, xxni 134,
xxvn 20.
stare: stea xxxi 31.
stanzia xxvm 4, xxxm 6, 15, 17.
statura xxxv 24*.
stella xxm 146*.
stilo xxvi 22.
strignere xvi 35*.
subitamente ni 45*, ix 29, xxx 44*.
subitanamente xvi 23.
suggetto xx 28, 30.
suo: su' n 12, in 41.
suso xxm 155, xli 13, 16.
sustanzia xxv 4, 6, 7, 50.
tanto (in) v 8, xxix 11*.
tavolette xxxiv 4.
temenza xix 26.
tempi (a gran) ix 21*.
tenere xv 37, xl 18*; tegno xxm
169; tenesse (l a p.) xix 4.
terra xxx 4*.
terremuoto xvi 31*, xxiv 3.
Tisirin xxix 5*.
tollere : tolle xxvn 15*.
Tolomeo xxix 12.
tortoso vin 47*.
tostamente xn 42.
tostano xix 84*.
tosto (si) i 30.
tramettersi xxn 90.
tramortire xv 27*.
trapassare i 47*, xn 22.
trarre (guai) xxm 143*, xxxi 37.
trasfiguramento xiv 55.
trasfigurazione xiv 38.
travagliare xxxi 96, xxxv 5; -arsi
xix 130, xxm 16.
tremore xi 13, xiv 19, xv 28 ,
xxiv 53*.
trestizia xxxi 3,69, 106, xxxvi, 6.
tribulazione xxxvin, 13, xl 1.
Trinitade xxix 31.
tristizia xxn 16, 23, xxm 143.
trovatori ni 32*.
tuttavia xxxm 37, xxxvi 5*.
udire: udio xn 33, xxn 19,20, 38,
48, xxiv 58, 62.
umile i 12.
umilemente xxm 120; -lmente in
51.
umilitate xxxi 52; -ade xxm 49,
51, xxvi 9; -a xxm 165*.
umiltate xxxiv 34; -à xi 7, xxm
168, xxvi 33.
valore xxxiv 32*.
vanitade xxxvn 5, xxxix 27.
Vanna xxiv 46.
varietate xm 29.
vedere: vedemo xvin 31, xxv 44;
vide xv 30; veggio xxn 59, xxix
33; veggiono xxx 10; veggiendo
xxxi 99; veggendo xxn 18, xxm
9, 100, 168, xxvi 47, xxvn 3;
vedestù xxn 79*, xxm 122.
veduta xiv 42, xvi 13, xl 22.
venire: vegno ix 44, xv 23, xvi 29,
xxm 173; vene in 40, xxxvi 19,
xxxvin 48; venia xxiv 45.
veracemente xn 39, xx 5, xxxm
6, xlii 5.
vèr xn 70, xxi 10.
Vergi lio xxv, 54.
veritade v 17.
vertudiosamente x 14*.
vertuosamente xxvi 69.
vertute xxvi 56, xxxi 53; -ude xix
111, xxvi 50, xxvn 8, 19; -ù
xxxvin 53, xl 56.
veritade xxix 13.
vesta xxv 77.
vestuta xxvi 33, 58,
vile xxxv 15*.
villano vm 21,39, xxm 53*, xxxi
66.
viltate xxxv 29.
virtuosamente n 10, xxi 31, 35,
xxvi 20.
virtù te vm 52; -ude x 10.
viso (senso del vedere) i 23*, xi
10*, xiv 29, xix 71*, xxxvu 37.
viso (volto) iv 12, xi 7, xv 26,
xix 71*.
vista ix 31, xn 80, xiv 61, xv 5*,
xvm 1, xxxv 4, xxxvi 2, 8,
xxxvu 1, xl 16, 46; in- xvin
224
GLOSSARIO
22*; quanto a la- ix 7, xn 13,
xxxv 9*.
vivere: vivette xl 7; vivia xxxi 39.
viziosamente x 8.
vocabulo xl 28.
volere: voi' (volo) vili 55, xm 39*,
xix 46, xxxi 41; voli xxiv 25,
vuoli xii 66, xix 80, xxxviii 14;
vole xii 77; volemo xxv 26,
xxviii 11.
volontade vii 2.
vóto xvi 28.
vui xn 76, xiv 71, xix 29, xxm
124, xxxi 40, xxxviii 47.
225
ABBREVIATURE USATE NEL COMMENTO
Ant. rim. volg. = Le antiche rime volgari see. la lez. del eoa. vaticano 3703, a
cura di A. D'Ancona e D. Comparetti. Bologna, Romagnoli, 1875-86; 4 voli.
Bartsch, Oh, = Chrestomatliie provengale, Elberfeld, 1875.
Boce. Dee. = Decameron di G. Boccacci. Firenze, Barbèra, 1SG1; 3 voli.
Card. = note di G. Carducci nell'ediz. D'Anc, e discorso Delle rime di Dante
negli Studi letterari, Livorno, Vigo, 1874.
Cavale. = Rime di Guido Cavalcanti, ed. Anione, Firenze, Sansoni, 1881.
Cino = Rime di Cino da Pistoia, ed. Bindi e Fanfani, Pistoia, Niccolai, 1878.
D'Anc. = note di A. D'Ancona e prefaz. all'ediz. di Pisa, 1884.
Dante = Divina Commedia, Firenze, Sansoni, 1883; Convivio, ed. Fraticelli,
Firenze, Barbèra, 1857 ; Canzoniere, ed. Fraticelli, Firenze, Barbèra, 185G.
D'Ovidio = art. della Nuova Antologia, 2 a serie, xlv, 238-268.
Gaspary = art. del Literaturblatt f. germ. und roman. Philol. anno "V, n° 4.
Giul. = note di G. B. Giuliani all'ed. di Firenze, Le Monnier, 1883.
Guiniz. = Rime di G. Guinizelli nella mia ediz. delle Rime dei poeti bolognesi
del sec. XIII, Bologna, Romagnoli, 1881.
Guittone = Rime di G. d'Arezzo, ed. L. Valeriani, Firenze, Morandi, 1828; 2 voli.
Frat. = note di P. Fraticelli all'ed. di Firenze, Barbèra, 1857.
Lue. = note di A. Luciani all'ed. di Roma, 1884.
Petr. = Rime di F. Petrarca, Firenze, Sansoni, p 1883.
Rajna = note di P. Rajna nell' ediz. D'Anc.
Renier = art. del Qiom. stor. della lett. ital., II, 366-395; III, 104-113; e lo
studio su La Vita Nuova e la Fiammetta, Torino, Loescher, 1879.
Tedaldi == Rime di P. Tedaldi, ed. Morpurgo, Firenze, 18S5.
Tod; = Todeschini G. Scritti su Dante, Vicenza, 1872, 2 voli.
Trivulzio = note nell'ediz. di Milano, Pagliani, 1827.
liberti = Rime di F. Uberti, ed. Renier, Firenze, Sansoni, 1883.
Val. = Poeti del primo secolo, ed. L. Valeriani, Firenze, 1806; 2 voli.
Witte = note di C. Witte alla sua ediz. di Leipzig, 1876.
Dante — La Vita nuova. 15
227
INDICE
Prefazione Pag. v
Notizia sulla Vita Nuova, § I. Cenni sulla storia esterna della V. N. . . . . ix
§ II. Commentatori e interpreti xm
§ III. Tempo in cui fu scritta la V. N...... xvn
§ IV. Composizione del libro : significato del
titolo XXI
§ V. Le visioni e il numero nove xxv
§ VI. Rime pertinenti alla V. N. xxix
La Vita Nuova 1
Proemio ' 3
Cap. I Primo incontro di Dante con Beatrice 4
» II Secondo incontro; e primo saluto di Beatrice 12
> III Innamoramento di Dante, prima visione; son. i A cia-
scun 'alma presa e gentil core ■ 15
» IV Effetti dell' innamoramento ; segreto serbato da Dante ... 23
» V Amore finto ; prima difesa 24
» VI Serventese in lode delle sessanta pili belle donne di Fi-
renze 26
» VII Partenza della donna della prima difesa; son. n voi,
che per la via d'Amor passate 28
» VIII Morte dell'amica di Beatrice, son. in Piangete, amanti, poi
che piange Amore; son. iv- Morte villana, di pietà ne-
mica 32
» IX Seconda visione, pensiero d'un 'altra difesa; son. v Caval-
cando V altr'ier per un cammino 38
» X ....... . Beatrice priva Dante del saluto 42
» XI Natura ed effetti del saluto di Beatrice 44
» XII Dante pensa di riconciliarsi con Beatrice ; terza visione ;
ball. Ballata, i'vo' che tu ritrovi Amore 46
» XIII Quattro pensieri d'Amore; son. vi Tutti li miei pensier
parlan d'Amore 56
» XIV Trasfigurazione di Dante innanzi a Beatrice ; son. vii
Con l'altre donne mia vista gabbate 61
228 INDICE
Cap. XV Desiderio e timore del veder Beatrice; son. vili Ciò, che
m' incontra ne la mente, more Pag. 69
» XVI Effetti della vista di Beatrice ; son. ix Spesse fiate ve-
gnonmi a la mente 74
» XVII Proponimento di prendere materia nuova e più nobile
nel dire 77
» XVIII. . . . Ragionamenti tra Dante e le donne gentili 79
» XIX Dante loda Beatrice parlando alle donne gentili ; canz. i
Donne, ch'avete intelletto d'Amore 83
> XX Della natura d'Amore; son. x Amore e 'l cor gentil sono
una cosa 100
» XXI Effetti di Beatrice sulle altre persone ; son. xi Ne li occhi
porta la mia donna Amore 104
■» XXII Morte del padre di Beatrice; son. xn Voi, che portate la
sembianza umile; son. xm Se' tu colui, e' hai trattato
sovente 108
» XXIII.... Infermità di Dante e presentimento della morte di Bea-
trice; quarta visione; canz. n Donna pietosa e di no-
vella etate 115
» XXIV .... Quinta visione ; incontro di Dante con Primavera e Bea-
trice ; son. xiv Io mi senti' svegliar dentro lo core .... 129
- XXV Digressione sulle personificazioni e sul parlare figurato ;
esempì de' poeti latini 136
» XXVI .... Effetti di Beatrice snll'animo degli uomini e delle donne;
son. xv ; Tanto gentile e tanto onesta pare ; son. xvi Vede
perfettamente ogne salute '. 1-ii
» XXVII ... Effetti di Beatrice sull'animo di Dante; stanza Silungia-
mente m' ha tenuto Amore 150
» XXVIII . . Morte di Beatrice 152
» XXIX .... Come e perché il numero nove avesse luogo in questa
occasione 157
■» XXX Epistola di Dante sulla morte di Beatrice 160
» XXXI .... Pianto per la morte di Beatrice ; canz. in Li occhi dolenti
per pietà del core 163
» XXXII . . . Dante e il fratello di Beatrice ; son. xvii Venite a 'ntender
li sospiri miei 171
» XXXIII . Dolore per la morte della donna; canz. iv Quantunque
volte, lasso ! mi rimembra 174
» XXXIV... Anniversario della morte di Beatrice; son. x vili Era ve-
nuta ne la mente mia 178
> XXXV ... Prima apparizione della donna gentile; son. xix' Videro
li occhi miei quanta pietate 181
» XXXVI .. Inclinazione di Dante per lei; son. xx Color d'amore e di
pietà sembianti 185 .
> XXXVII.. Dante è vinto dall'affetto per la donna gentile; son. xxi
L'amaro lagrimar die voi faceste 187
» XXXVIII. Lotta nell'animo di Dante tra il nuovo affetto e il vec-
chio; son. xxii Gentil penserò che parla di vui 100
INDICE 229
Cap. XXXIX . . Dante ritorna al culto di Beatrice , sesta visione ; so-
netto xxm Lasso ! per forza di molti sospiri Pag. 194
» XL Passaggio dei pellegrini, e pensieri di Dante; son. xxiv
Deh peregHni, che pensosi andate 190
» XLI Settima visione; aspirazione di Dante al cielo; son. xxv
Oltre la spera, che più larga gira 204
» XLII Concepimento di un gran poema , visione ultima. Con-
clusione 208
Note per la. critica del testo 211
Note metriche 215
Glossario . 217
Abbreviature usate nel Commento 225
Indice 227
ERRATA
CORRIGE
Pag
. 5 Un.
20. . . .
. ... 38-43
32-40.
»
6
»
26....
già
già
»
6
»
27 ... .
com
»
8
»
23....
et inde
»
9
»
6
... 181
102.
»
10
»
33....
sponsata
»
13
X
24....
secol
>
16
»
23....
, ... 172
116.
»
16
»
24....
. . . . gentile
benigna.
»
17
»
31
. ... 134
139
»
17
»
39
... 16
15
»
18
»
32....
frase
»
27
»
35....
encomiato
»
27
»
39
... 171
80.
»
29
»
38
...39
40.
»
44
»
20
... 172
116.
»
44
»
31 ...
siano vestiti.
»
75
»
37
XXXV
>
80
»
che
»
93
»
24
perle
»
119
»
9....
....4
45
Duke University Ubrarles
D00690731Q